Recensione KickBeat - Special Edition

Quando un picchiaduro incontra un rhythm game, il rhythm game è un gioco morto.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione KickBeat - Special Edition
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PSVita
  • Pc
  • PS4
Andrea Dresseno Andrea Dresseno ha iniziato a giocare alle elementari, prima a scrocco, poi si è reso autonomo. Scrive di videogiochi da quasi vent'anni, ma nel mezzo ci sono state alcune pause di riflessione: durante una di queste ha dato vita all'Archivio Videoludico, per cui ora si dedica anche alla conservazione del medium. Si dice sia nintendaro, ma non esistono prove. Lo trovate su Facebook.

KickBeat parte bene sulla carta: un picchiaduro che incontra un rhythm game. L’idea ci piace. Dopotutto c’è gente in giro che è cresciuta con PaRappa the Rapper e le sue lezioni di guida in compagnia dell’alce Mooselini; che poi si è lanciata nello spazio con la stilosa reporter Ulala o si è data un tono con le sinfonie visive dell’intellettuale Rez. C’è un piacere quasi ancestrale in questa armonia di suoni, immagini, pulsanti premuti al momento giusto. È ipnotico, rapisce il giocatore. Le arti marziali, nel loro susseguirsi di movenze e balzi, sono in un certo senso innatamente musicali. Fai due più due e il rhythm game cade proprio a fagiuolo. KickBeat ha dalla sua anche una trama talmente assurda che non puoi non apprezzarla. Praticamente c’è un tizio a capo di una megacorporazione che ruba una sfera che non si sa come custodisce la musica di tutto il pianeta e che era conservata in un tempio da un vecchio saggio e dai suoi discepoli. Il discepolo preferito parte alla ricerca della sfera: dagli Stati Uniti al Medio Oriente, passando per l’Europa. Ogni location riserva una serie di sfide musicali a base di musica e arti marziali.

ARTI MARZIALI E ROCK ‘N’ ROLL

Tutto bene sulla carta. Un piccolo titolo a costo ridotto che parte da una buona idea e potrebbe riservare qualche sorpresa. Ora, non vogliamo dire che il risultato sia deludente, come potrebbe far pensare questa introduzione, certo è che si poteva fare di più e meglio. Questa Special Edition su PlayStation 4 segue di qualche mese la versione PC e diciamo subito che la tipologia di gioco ben si adatta alla dimensione console e all’interfaccia joypad. Il personaggio è posizionato al centro dello schermo, all’interno di un’area circolare che richiama il simbolo dello yin e dello yang. Intorno a lui si posizionano in cerchio gli scagnozzi nemici, pronti ad avvicinarsi singolarmente o in gruppo per sferrare il proprio attacco. Si aprono le danze. Inizia la musica.

I nemici possono attaccare dai quattro lati e per eliminarli è necessario premere il tasto giusto al momento giusto. Se attaccano da destra il tasto cerchio, dal basso il tasto X, da sinistra il tasto quadrato e dall’alto il triangolo (vale anche usare la croce direzionale). Intuitivo. In alcuni casi i nemici sono “collegati”, per cui il pulsante va mantenuto premuto e rilasciato quando si avvicina il secondo scagnozzo. Alcuni di loro hanno sulla testa dei simboli che rappresentano dei power up: la croce rossa ripristina la salute, lo scudo dà accesso all’invincibilità per qualche secondo; c’è poi il power up che aumenta il punteggio qualora si infilino combo a ripetizione. Kickbeat è sì un gioco sul ritmo, ma è anche un gioco sul punteggio. Picchiare a tempo consente di ottenere punteggi elevati; va da sé che commettere errori continui non garantisce altrettanto, se non l’ovvio game over quando la salute si esaurisce.

L’ARMONIA DELLE PARTI

Cos’è che non funziona secondo noi in KickBeat? Prima di arrivare alle note dolenti, soffermiamoci su cosa invece funziona. Funziona il concept, che è originale e poco battuto; funziona anche la regia, che è dinamica e rende al meglio tramite zoom e ralenti tutta la frenesia dei combattimenti (ma potete sempre bloccare la camera virtuale se soffrite di mal di mare). C’è anche la possibilità di sfidare un avversario a schermo condiviso, di affrontare le singole canzoni o di visualizzare le performance della CPU per carpirne tutti i segreti, che è sempre un piacere. Infine ci sono momenti in cui l’armonia tra azioni e musica si esprime alla grande, e non sono pochi. Il problema è che in molti altri frangenti questa armonia si perde. Per cui arriviamo alle note dolenti: in KickBeat si perde talvolta di vista l’armonia tra le parti, quell’accordo necessario in un rhythm game. Man mano che i nemici si avvicinano i tasti da premere si illuminano sul pavimento circolare (solo in modalità normale, a livelli più difficili non accade), ma capita di trovarsi spaesati e di non riuscire a seguire il ritmo. Non aiuta il fatto che le 24 tracce inserite nel gioco si assomiglino un po’ tutte, e siano anche poco varie, dal momento che abbracciano quasi interamente un genere rock di chiaro gusto americano. Si salvano giusto i Marylin Manson di The Beautiful People, ma ovviamente ci teniamo a precisare che si tratta anche di gusti personali. Ciò non toglie che ci sia poca varietà, e che spesso in alcune canzoni la confusione tra voci e melodia danneggi la sintonia tra azioni e sonoro. Si poteva per esempio valorizzare le location, cambiando genere musicale in base ai luoghi delle sfide. Così non è, anzi, alcune location sono talmente colorate e caotiche che risulta persino difficile seguire i tasti che si illuminano sul pavimento, utili quando l’armonia si perde, o capire al volo la sequenza di attacco dei nemici: laddove l’orecchio non arriva, almeno ci poteva pensare l’occhio.

Lo stesso occhio che non potrà che definire puramente funzionale la grafica del gioco, ma d’altronde stiamo parlando di un rhythm game, e la grafica non è esattamente quel che conta in giochi simili. Quel che conta l’abbiamo già detto, e purtroppo non è del tutto riuscito. KickBeat parte bene sulla carta, ma una volta in pista fatica a convincere del tutto. La versione PS4, inoltre, è priva della modalità già presente su PC o nelle precedenti versioni console che consentiva di importare nel gioco le proprie tracce preferite, rendendolo virtualmente infinito: un’omissione che incide negativamente, e non poco, sulla longevità del titolo. Volendo fare dell’ironia, siamo di fronte alla prima Special Edition che, invece di aggiungere, toglie qualcosa.

KickBeat KickBeat parte da un’idea originale e potenzialmente vincente, ovvero unire picchiaduro e rhythm game in un unico titolo. Purtroppo, lungo il tragitto compie alcuni errori imperdonabili, che minano la qualità complessiva dell’esperienza. In questa Special Edition per PS4, in primo luogo, non è stata inserita l’opzione per importare le proprie canzoni preferite: un’omissione discutibile che limita una longevità altrimenti infinita (ancor più considerando che questa opzione era presente nelle precedenti versioni PC e console). Le 24 tracce presenti non solo esauriscono in fretta il proprio potenziale, ma si somigliano un po’ tutte e riservano poche sorprese. Certo, ci sono momenti in cui l’armonia tra azioni e musica si esprime alla grande, regalando parecchie soddisfazioni, ma altri frangenti in cui la confusione melodica “rompe” questa sintonia. Viene meno la regola base di qualsiasi rhythm game: mai interrompere il flusso (no, qui i Ghostbusters non c’entrano).

5.5

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