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Recensione King's Quest - Rubble Without a Cause

A distanza di cinque mesi dal primo episodio, tornano le avventure di Re Graham. I ragazzi di The Odd Gentleman confezionano un capitolo un po' meno incisivo, ma sicuramente più attento a valorizzare la componente ludica.

King's Quest EP3: Once Upon a Climb

Videorecensione
King's Quest EP3: Once Upon a Climb
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Matteo Mangoni Matteo Mangoni è un grande amante della tecnologia e, soprattutto, del medium videoludico. Programmatore di giorno e gamer incallito di notte (o viceversa), ha avuto fra le mani la sua prima console all'età di 6 anni, e da allora per lui niente è più stato lo stesso. Soprattutto le bollette della luce. Lo trovate su Facebook e Twitter.

La vita dei titoli episodici, si sa, è sempre molto dura. E questo secondo capitolo di King's Quest lo dimostra in maniera evidentissima. Dopo una prima puntata sicuramente brillante ci siamo ritrovati a giocare il seguito con grande entusiasmo, sperando che potesse seguire l'ottima strada intrapresa da "A Knight To Remember" ben cinque mesi fa. Un'attesa enorme, forse eccessiva, che avevamo sperato potesse condurci verso un capitolo denso e longevo come il precedente. La verità, inutile negarlo, è che la seconda parte della creazione di The Odd Gentlemen l'abbiamo trovata un po' smorta, seduta sugli allori degli ottimi risultati ottenuti fino ad ora.
Del resto, dura poco più della metà del capitolo uno e sembra poco convinta e troppo fine a sé stessa. Una sorta di riempitivo, che ci ha ricordato quanto sia difficile mantenere una qualità costate durante tutto l'arco dell'avventura, almeno per chi decide di seguire la via della serializzazione. In effetti, a pensarci bene, nessuno ci è riuscito: neanche coloro che questa tipologia di giochi la hanno fatta arrivare al grande pubblico (stiamo parlando ovviamente dei ragazzi di Telltale). Il secondo capitolo, insegna l'esperienza, sembra spesso essere il più difficile e complesso in assoluto, e questo "Rubble without a Cause" non fa eccezione.

Un'avventura old school

Per certi versi, Rubble Without a Cause è una grande conferma. King's Quest non è, e non sarà, una classica avventura story-driven come The Walking Dead, Life is Strange e molte altre produzioni simili. King's Quest è una riedizione, moderna e assennata, delle vecchie avventure grafiche. Un punto d'incontro perfetto tra vecchio e nuovo; un mix inedito di elementi apparentemente contrastanti che, stranamente, in questo contesto risultano omogenei e funzionanti. Contrariamente a quanto accadeva nel primo capitolo, questa volta l'avventura del giovane Re Graham sarà meno variegata, più classica. L'ambientazione è una, sotterranea e, sebbene risulti estremamente particolareggiata e ben realizzata, relativamente piccola. La buona notizia è che non ci troviamo di fronte ad un "simulatore di camminata", come tanti giocatori usano definire tutti quei prodotti videoludici troppo guidati e narrativi, bensì ad un titolo fierissimo di esibire il suo gameplay, incredibilmente particolare e non troppo semplice. Certo, se siete fan sfegatati delle vecchie avventure grafiche potreste trovare un po' banale buona parte dei puzzle ambientali e dei vari enigmi proposti, ma in Rubble Without a Cause si gioca, e si gioca tanto. Addirittura svaniscono i dialoghi a scelta multipla che per altre produzioni sembrano l'unico elemento ludico davvero avvertibile. Eppure, in qualche modo, il peso delle nostre azioni appare immeditamente importante, facilmente percepibile.
Il capitolo si apre con il rapimento di Graham, qualche tempo dopo la sua incoronazione. Gli sviluppatori hanno optato per una struttura episodica leggermente diversa dal solito, con ciascun capitolo apparentemente destinato a rappresentare un tassello indipendente dell'intricato puzzle di cui è composta l'avventurosa vita del Re di Daventry. Un'intelaiatura frammentata e disconnessa, per il momento priva di particolare mordente ma sicuramente in linea con la premessa del gioco: in fin dei conti stiamo semplicemente vivendo in prima persona le storie che lo stesso Re Graham - ormai anziano - racconta alla nipotina.

Esplorando i sotterranei in cui verremo rinchiusi dai nostri rapitori, oltre ai vari goblin e ratti giganti, incontreremo molti dei personaggi che già ci avevano accompagnato durante il corso del primo capitolo. Avranno tutti bisogno di noi, del nostro acume e di tanto cibo. Per qualche motivo, noi siamo gli unici a poter uscire fuori della nostra cella, ed avremo a disposizione pochissime risorse per accontentare tutti i prigionieri, compresi noi stessi. Risolvere i loro problemi ci aiuterà - letteralmente - a tenerli in vita. Esattamente ciò che dicevamo prima: il nostro modo di giocare influenza in modo sostanziale la storia, perché se ignoreremo un personaggio troppo a lungo, rischieremo di perderlo per sempre. Dovremo scegliere chi salvare e chi, probabilmente, sacrificare. Perché ci è parso davvero impossibile mantenerli tutti in vita, soprattutto tenendo conto di alcuni degli avvenimenti immediatamente precedenti al finale d'episodio. Si tratta di una dinamica davvero pesante, a tratti quasi oppressiva. Forse anche troppo, ad essere completamente onesti. Rubble Without a Cause ci ha comunque trasmesso il senso di responsabilità nei confronti dei nostri sudditi con un'efficacia più unica che rara. Resta soltanto da vedere come queste nostre "decisioni" avranno ripercussioni sul proseguo della vicenda, ma siamo sicuri che ne vedremo delle belle.

King's Quest "Rubble Without a Cause" è un capitolo parzialmente deludente dal punto di vista narrativo, completamente distaccato dagli avvenimenti del precedente e, soprattutto, sconclusionato e privo di mordente. Anche il finale lascia molto a desiderare, con una sorta di cliffhanger abbastanza anonimo e una chiusura della vicenda, di cui preferiamo non spoilerare troppo, che ci ha lasciati sinceramente contrariati. Questo secondo capitolo della produzione di The Odd Gentlemen ci ha però sorpreso molto per quanto concerne la sua componente ludica, quella più importante in una produzione simile: messe per un attimo da parte le sezioni “platform” e buona parte delle sequenze più "trasgressive" del primo capitolo (come ad esempio quella in cui ci siamo ritrovati tutto d'un tratto a sparare in prima persona con un arco), gli sviluppatori si sono gettati a capofitto nei puzzle ambientali e logici, sempre abbastanza intuitivi ma talvolta meno immediati di quelli che avevamo affrontato cinque mesi fa. Una scelta che, insieme all'insolita libertà di movimento lasciata al giocatore, ha favorito un inaspettato riavvicinamento - almeno parziale - alle origini del genere. Giocando a "Rubble Without a Cause" ci siamo trovati di fronte ad una revisione moderna e meno caustica delle avventure grafiche vecchio stile, ancora troppo limitata e scarna per risultare imprescindibile per un fan di quel genere di produzioni, ma comunque godibilissima. Dopo cinque mesi di lavorazione, ad onor del vero, dai ragazzi di The Odd Gentlemen ci saremmo aspettati qualcosina in più, ma il risultato non è assolutamente da buttare. Tirando le somme: questo secondo capitolo si piazza un gradino al di sotto dell'ottimo esordio di questo reboot, sollevato da un impianto ludico di primo piano ma affossato da una narrazione che stenta a decollare.

7

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