Recensione Lost Orbit

L’action a scorrimento verticale di PixelNAUTS proietta gli utenti PC e PS4 tra i meandri della galassia a gran velocità, in un irrefrenabile viaggio per la sopravvivenza che premia abilità manuale e capacità di reazione.

Versione analizzata: PC
recensione Lost Orbit
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
Andrea Fontanesi Andrea Fontanesi sceglie (in)consapevolmente di votarsi al videogioco fin dalla più tenera età, quando, negando alla madre il piacere popolare della prima parola dedicata, pronuncia un “Ma” pregno di speranza assieme a un “rio” assai meno poetico. Crescendo si lascia sedurre dal fascino della scrittura per infine realizzare, dopo ben ventisei anni, che le due passioni, quando si compenetrano, sono in grado di donargli enormi soddisfazioni. Strenuo sostenitore dello sperimentalismo audiovisivo, nutre da sempre un sano interesse per il cinema d’animazione, ed è inoltre profondamente legato all’arte del doppiaggio, che pratica tutt’ora a livello amatoriale.

L'autoconservazione rientra senza dubbio tra i principali istinti di ogni singolo essere vivente, umano compreso. Non è un caso che l'industria dell'entertainment se ne sia spesso servita come combustibile per alcune delle sue storie emotivamente più intense, ambientate in luoghi percepiti a livello collettivo come insidiosi e, in sostanza, alieni rispetto ai canoni del viver quotidiano. La ricerca della location di maggior impatto scenografico entro cui sballottare gli sfortunati personaggi di turno è infatti pratica alla base d'innumerevoli film e videogame, oltre che di programmi tv di dubbio intrattenimento. Tra tutti i setting dotati di tali qualità, e a discapito di quanto un Ventunesimo Secolo oramai bell'e avviato possa far pensare, l'ignoto spazio profondo continua però a esercitare sullo spettatore un fascino esclusivo, mix insano di cauta diffidenza e primordiale magnetismo. In tal senso, si pensi solo a quanti autori hanno sfruttato la contrapposizione tra infinitezza del cosmo e totale assenza di vita per generare esperienze tanto immersive quanto emotivamente tese - l'universo plasmato nel Gravity di Cuarón, così paradossalmente claustrofobico, ne è un perfetto esempio recente. Eppure, sembra dirci la software house canadese PixelNAUTS, non è il terrore ansiogeno l'unico espediente per inscenare un racconto di sopravvivenza tra i corpi celesti. Lost Orbit, che qui tratteremo nel dettaglio, punta a una sostanza leggera e a un registro scenico sognante, dove il viaggio per la salvezza, pur irto di criticità, non lascia mai spazio all'autocommiserazione, ma è anzi vissuto dal protagonista - e, di rimando, dal giocatore - in tutto il brivido del suo incedere senza freni. Fermo restando, chiaramente, l'obiettivo comune a qualunque sventurato trovatosi suo malgrado alla deriva: tornare a casa. Intatto, possibilmente.

Lost in Space

Harrison è un manutentore spaziale, operaio che solca di tanto in tanto i quattro angoli dell'universo con la sua navicella al fine di riportare in salute qualsiasi aggeggio tecnologico necessiti d'assistenza. Spedito ad aggiustare un relè sospeso al centro di una galassia ben lontana dalla propria, l'uomo non si accorge dell'attacco repentino di un'orrenda creatura tentacolare, che frantuma la sua astronave per poi schizzar via tra le stelle. Destinato a una fine tutt'altro che piacevole, l'astronauta, in un moto di resilienza, attiva istintivamente il proprio jet pack d'ordinanza con la precisa volontà di ripercorrere all'inverso il tragitto che, forse, lo riporterà alla civiltà. Fortuna vuole che il nostro eroe non sarà solo nel rischioso viaggio di ritorno: trovatasi fatalmente nei paraggi, una piccola sonda semi-senziente manifesta curiosità nei confronti di quell'omino in tuta e casco, dimostratosi così caparbio nonostante una situazione che non dovrebbe dar luogo alla benché minima forma di speranza. Decide quindi di seguirne le gesta da vicino, e con lui instaura pian piano un rapporto del tutto particolare, strano misto di ammirazione, incredulità, protezione e affetto.
Non è certo il racconto a fare da elemento cardine in Lost Orbit - lo suggerisce, tra l'altro, il nome per nulla memorabile del protagonista, un Harrison fra i tanti. Cionondimeno, lo storytelling si fa qui apprezzare per la sua naturale capacità di servire da accompagnamento leggero e non invasivo al gameplay. La narrazione si palesa nei pensieri della già menzionata sonda fluttuante, vera e propria testimone dei fatti nonché narratrice unica che spiega l'accaduto all'utente direttamente nel corso dell'in-game, peraltro in un perfetto voice acting in lingua inglese. Per chi non fosse particolarmente ferrato nell'ascolto dell'idioma, segnaliamo la possibilità di attivare i sottotitoli in italiano, che, al netto di qualche refuso di troppo, facilitano di certo la comprensione generale. Nei limiti del possibile, comunque, consigliamo di lasciarvi trasportare unicamente dalle parole del bravo doppiatore: di occasioni per leggere, a playthrough inoltrato, ne avrete davvero poche.

Velocità smodata

Che la formula alla base di Lost Orbit, pad alla mano, possa essere assimilata in pochi minuti a prescindere dal tipo di videogiocatore che vi si approcci è fatto pressoché innegabile; nel contempo, è pur vero che essa non conceda spazio a distrazioni di sorta. Entrando nello specifico dell'offerta, ciascuno dei quaranta stage della modalità Campagna propone una struttura simil topscroller shooter, per cui il giocatore ha il compito di guidare il proprio avatar dall'alto e fino all'uscita dello scenario - rappresentato da un gigantesco nodo di curvatura spaziale. Dicevamo simil shooter, perché la visuale a volo d'uccello può in effetti richiamare alla mente alcuni celebri sparatutto spaziali a scorrimento verticale della vecchia guardia, ma a torto. Infatti, PixelNAUTS ha optato per una scelta piuttosto radicale, negando al protagonista qualsivoglia meccanica di shooting a favore della schivata continua di ogni cosa intralci il suo incedere - l'espressione usata dagli stessi sviluppatori, che hanno riservato al titolo la nomea di "dodge ‘em up", è quanto mai calzante. Il sistema di controllo non prevede un'eccedenza di input, i quali, al contrario, si limitano inizialmente al semplice utilizzo del jet pack per pressione di un tasto frontale del controller e al movimento lungo gli assi tramite stick analogico. Solamente raccogliendo frammenti di Obtanium, cristallo rosato presente in quantità variabile lungo ciascun quadro, è possibile upgradare progressivamente la tuta di Harrison. Favore, questo, di un meccanismo che, in perfetto stile GdR, consente d'introdurre e in seguito livellare le varie skill per boostare - con relativa interfaccia per monitorare il carburante a disposizione - frenare, scansare lateralmente gli ostacoli o addirittura disintegrarne i più fragili.
Non l'abbiamo ancora scritto in modo esplicito, ma è facile intuire come la velocità, in Lost Orbit, sia un elemento chiave in termini di esperienza complessiva.

Non a caso il giocatore è costantemente spinto dal software ad aumentare il proprio ritmo di gioco tramite due fattori ben rilevanti. Il primo lo si nota fin dall'avvio dell'avventura, nel corso del breve tutorial introduttivo: i quattro "mondi" che compongono il titolo non lesinano su oggetti in grado di accelerare notevolmente l'avanzata dell'astronauta, che siano essi buchi neri che inghiottiscono e rigettano il malcapitato o rampe di lancio sospese nel vuoto, vortici spaziali oppure orbite dei pianeti che, se attraversate, infiammano letteralmente i propulsori dello zaino a reazione. Il secondo fattore è invece legato a doppio filo al sistema a punteggi che sovrintende ogni sfida, di certo non estraneo a chi è solito bazzicare i videogiochi di matrice arcade. A fine di ciascun livello, infatti, viene elargita una medaglia di merito, media tra la quantità di Obtanium accumulato, il numero di decessi in cui è spiacevolmente incappato il protagonista e, appunto, il tempo impiegato a terminare la performance. Far svolazzare Harrison a tutto gas è al tempo stesso - e paradossalmente - croce e delizia dell'opera PixelNAUTS. L'emozione e adrenalina derivanti dall'acquisire una certa padronanza dei controlli sono invero impagabili, ma è necessario sottolineare come, da circa metà campagna in poi, mantenere velocità elevate senza scontrarsi con gli innumerevoli asteroidi, pezzi di ferraglia e altri impedimenti disseminati sul percorso sia impresa a tratti fin snervante. Colpa soprattutto di una fisica del personaggio volutamente atta a simulare gli effetti del vuoto cosmico, che rende dunque gli spostamenti dello stesso eccessivamente sensibili ai comandi dell'utente. Nel tentativo di velare i possibili istanti di frustrazione interviene la rappresentazione delle numerose - e inevitabili - morti del nostro assistito, il quale viene trasfigurato dopo ogni schianto ora in scheletro fluttuante, ora in fantasmino, ora in sanguinolenta sacca di carne spappolata sulle rocce o tagliuzzata dai fasci laser. Una pennellata di humor nero che non neghiamo ci abbia fatto sorridere a più riprese.

Danza Celeste

All'azione assai sostenuta che contraddistingue l'intero gameplay conseguono stage sostanzialmente brevi, tutti completabili in una manciata di minuti, e una durata complessiva dell'esperienza piuttosto risibile, non eccedente le tre ore di campagna. I cacciatori di decorazioni platinate non faticheranno a riprendere in mano il prodotto anche dopo aver solcato la linea del game over, e chi votato allo speedrunning potrebbe trovare stimolante confrontarsi con l'unica modalità extra del gioco, improntata esclusivamente sulle sfide a cronometro e sulla scalata al ranking mondiale. Non dubitiamo, in ogni caso, che anche la restante utenza possa provare gusto nel rivisitare sentieri stellari già percorsi, non foss'altro che per mirare con un approccio più rilassato le bellezze racchiuse in ogni scenario. Artisticamente parlando, infatti, la produzione PixelNAUTS sfoggia un'impronta stilistica di notevole impatto, che ben si adegua a rappresentare sistemi planetari molto ben definiti in quanto a cromaticità e generali effetti visivi. Il tutto è poi suggellato da una sempre apprezzabile grafica in cel shading, tecnica che oggigiorno potrebbe portar con sé un appeal minore rispetto a un decennio fa, ma che, quando applicata con simile garbo, riesce comunque a deliziare lo sguardo senza difficoltà alcuna. Ciò detto, l'elemento di reale eccellenza di Lost Orbit risiede, senza tema di smentita, nella splendida colonna sonora messa a punto dal compositore e musicista italo-canadese Giancarlo Feltrin, perfetta selezione di brani elettronici strumentali che contribuisce a creare un'atmosfera distesa, magica e raffinatissima: difficile non cedere alla sua bellezza.

Lost Orbit Chi riuscirà a chiudere un occhio su una longevità risicata e un sistema di gioco non privo di contraddizioni interne troverà in Lost Orbit un passatempo piacevolissimo, ben ritmato e molto elegante in termini di messinscena. Veicolare Harrison tra i pericoli che costellano il cosmo, evitando di sfracellarlo in ogni dove, è impresa che richiede al giocatore prontezza di riflessi e un po’ di pratica, ma che sa infine donare non poca soddisfazione, la quale si concretizza, oltre che nell’effimero autocompiacimento, nella consapevolezza di aver assistito a uno spettacolo di luci e colori tra i corpi celesti di rara armonia coreografica. I gamer più tosti proveranno di certo qualche brivido in più nel fare a botte con uno score system tutt’altro che transigente. Nondimeno, una formula così immediata e stage facilmente approcciabili nell’arco di partire brevi potrebbero fare la felicità degli utenti PC e PS4 meno avvezzi alla fruizione lungo sessioni di gioco prolungate. Resta un titolo adatto a un pubblico alquanto eterogeneo e, più in generale, un buon pretesto per (ri)scoprire le potenzialità di una proposta ludica - quella dei vertical scroller spaziali - che, se rimaneggiata con criterio, pare avere ancora qualcosa da dire, nonostante le tante generazioni macinate.

7.3

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