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Recensione Majin and The Forsaken Kingdom

Sviscerata la nuova produzione Game Republic

Majin and the Forsaken Kingdom

Videorecensione
Majin and the Forsaken Kingdom
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
Andrea Vanon Andrea Vanon è appassionato di videogiochi sin dal 1995, quando passava le giornate tra SNES e Game Gear. Da sei anni tra le "penne" e le "voci" di Everyeye.it fagocita qualsiasi produzione con curiosità, mantenendo un’incrollabile fedeltà verso gli sportivi "made in U.S.A.". Lo potete seguire su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Nonostante gli ultimi passi falsi (Genji: Days Of The Blade, Folklore, Clash of The Titans), Game Republic è un team di sviluppo al quale non si può certo imputare la mancanza di stile, infuso e profuso in quantità in ogni sua opera, anche in quelle meno riuscite.
La tendenza, dunque, è quella di riservare alla software house giapponese un certo quantitativo di credito per ogni nuova produzione, pienamente consci soprattutto delle capacità artistiche dei programmatori.
Tale fiducia -finora non certo pienamente ripagata- potrebbe ottenere un più che discreto riconoscimento questo 25 Novembre, data stabilita per l’uscita di Majin and The Forsaken Kingdom, nuovissima IP prodotta e distribuita da Namco-Bandai, ultimamente dispensatrice di gradite sorprese (Enslaved, Naruto Ultimate Ninja Storm 2).
Dopo averne gustato alcuni estratti nel corso delle varie manifestazioni videoludiche abbiamo finalmente avuto la possibilità di mettere le mani sul codice completo del titolo in arrivo per Playstation 3 ed Xbox 360.

Una fiaba dimenticata

Le vicende di Majin and The Forsaken Kingdom ci riportano immediatamente un centinaio d’anni nel passato, quando il fiorente mondo raccontato nel gioco venne corrotto da una spaventosa forza oscura, capace di ricoprire di catrame le bellezze paesaggistiche e tramutare la gran parte degli esseri umani in esseri demoniaci.
Un veloce fast forward ci mostra quindi uno dei primi misteri da svelare nella produzione Game Republic: nonostante la razza umana sia quasi estinta un ragazzo -il protagonista- è riuscito a sfuggire alla corruzione, vivendo da moderno Robin Hood, nei boschi.
Le stranezze si moltiplicano quando, venendo in controllo dell’eroe, lo scopriamo in grado di comprendere il linguaggio degli animali.
Aiutato dai suoi piccoli amici il nostro beniamino riesce a penetrare di soppiatto nella fortezza malvagia e liberare il Majin, una creatura mitologica dai poteri straordinari: l’unica speranza di debellare l’oscurità oramai dominante.
Cento anni di prigionia hanno tuttavia reso il gigante praticamente inoffensivo, privandolo dei numerosi poteri magici, racchiusi ora in speciali frutti sparsi per l’intero regno.
Stretto immediatamente un legame d’amicizia (Majin, a dispetto delle dimensioni, è un bonaccione) i due partono dunque in un’avventura che instaurerà in loro una simbiosi del tutto particolare, il cui segreto potrebbe essere racchiuso nei ricordi del gigante, che soprannomina il giovane “Tepeu”, quasi come gli ricordasse qualcuno, probabilmente l’eroe che un tempo difendeva.
Nel corso dell’avventura la “magia fiabesca” delle prime ore, dei primi dialoghi, si perde leggermente, mostrando poi uno sviluppo ed una conclusione privi del fascino iniziale.
Quello che doveva essere un prodotto prettamente basato sulla componente narrativa, dunque, si rivela nient’altro che un’avventura con una trama leggermente più elaborata del solito.
La sensazione, portando a termine l’avventura, è che il team, dopo l’entusiasmo iniziale, si sia lasciato sfuggire parte delle fila narrative, concentrandosi sul gameplay e togliendo enfasi (seppur solo leggermente) alle vicende.

Cooperazione

Il gameplay di Majin and The Forsaken Kingdom si basa quasi per intero sull’interazione tra Tepeu e Teotl (il Majin), veicolata da un comodo menù richiamabile in qualsiasi momento con la semplice pressione di un tasto.
La cooperazione tra i due eroi sarà fondamentale, in primo luogo, nello sconfiggere le numerose creature oscure che ci si presenteranno sul cammino verso il recupero dei poteri magici del Majin.
Tepeu, di costituzione minuta, non riuscirà infatti ad avere la meglio sui nemici (spesso molto più attrezzati) e dovrà quindi ricorrere alla potenza dell’amico, intervenendo in seguito con spettacolari takedown a cui, caricata un’apposita barra, parteciperà anche il forzuto alleato.
Si alterneranno, quando il ragazzo rimarrà inevitabilmente isolato, divertenti fasi stealth durante le quali sfruttare i sensi sottosviluppati dei nemici per cruente eliminazioni alle spalle.
Interessante, in questi casi, notare come la sola forza di Tepeu non basterà ad eliminare definitivamente gli avversari, pur veicolata da un’arma intrisa del potere del Majin; dopo un certo intervallo di tempo, infatti, i nemici si rialzeranno, costringendoci a mantenere sempre alto il livello d’attenzione.
Bisogna anche ammettere, però, che sono proprio queste sezioni stealth a mostrare le pesantissime lacune dell’intelligenza artificiale, incapace di seguirci (anche dopo aver scambiato qualche colpo) semplicemente dopo aver svoltato un angolo o esserci abbassati dietro il primo ostacolo.
A sopperire a questo aspetto ci pensa, fortunatamente, una buona varietà di nemici, determinata anche dal ciclo giorno-notte presente in game: le due porzioni della giornata solare ci vedranno infatti -in ciascuna area- impegnati con avversari dalle diverse capacità.
Molto buoni, invece, i diversi boss fight in cui ci troveremo coinvolti nella strada verso il castello oscuro.
Gli scontri ricalcano alla perfezione il concept classico degli adventure game, richiedendo al giocatore -spesso “rinchiuso” in enormi arene con il nemico- di osservare molto attentamente il terreno e le mosse dell’avversario, sfruttando Teotl per incassare e stordire il nemico.
In questi casi sarà molto spesso necessaria una buona dose di tempismo e coordinazione.
Ai combattimenti, risolvibili in alcuni casi sfruttando la forza del Majin in particolari contesti ambientali (vedi abbattimento di grosse pareti), si affiancano interessanti sezioni platform che ci porteranno ad esplorare -faticosamente- ogni anfratto del regno alla ricerca di gemme e ricordi abbandonati.
Anche in questo caso, a lungo andare, la sensazione è quella di un’eccessiva semplificazione della struttura di gioco che, almeno a nostro avviso, con un minimo di sfida in più ne avrebbe guadagnato in divertimento e longevità.
Come ogni action-adventure d’ultima generazione che si rispetti, anche Majin and The Forsaken Kingdom presenterà poi un semplice sistema di crescita dei personaggi: uccidendo i nemici o frugando nei forzieri sparsi nelle location otterremo gemme blu e rosse, rispettivamente legate a Tepeu ed al team.
Una volta riempito un apposito indicatore i due saliranno di livello, con un aumento automatico della quantità d’energia e della forza.
Ad affiancare questo sistema di crescita diversi potenziamenti per l’equipaggiamento capaci di donare ai due eroi diverse abilità passive, reperibili ancora una volta tramite un’esplorazione metodica ed indossabili tramite un menù accessibile solamente nei pressi dei numerosi punti di salvataggio.
Sparsi nell’enorme ambientazione completamente aperta (ma limitata da incantamenti da sciogliere) vi saranno anche i sopracitati frutti in cui sono stati rinchiusi i poteri di Teotl.
Sbloccandoli, nel corso dell’avventura, avremo la possibilità di utilizzarli non solo in combattimento ma anche per risolvere degli interessanti enigmi ambientali, rendendo man mano più varia l’avventura.
Questo sistema di graduale evoluzione dei personaggi ha permesso agli sviluppatori d’inserire anche delle ampie sezioni di backtracking che ricordano molto gli action-adventure game “vecchia scuola”, seppur la profondità non sia tale da allungare la produzione oltre le 10-12 ore previste per portarla a compimento.
Un sentimento nostalgico che riaffiora anche saggiando la forte componente puzzle che caratterizza l’avventura, caratterizzata da enigmi la cui risoluzione richiederà una dose non comune di pazienza e spirito d’osservazione nonchè, molto spesso, la collaborazione del gigante buono al nostro fianco.

Magia visiva

La maturità della produzione Game Republic, oltre che in un gameplay elaborato, si nota nel tratto artistico, che unisce una matura caratterizzazione psicologica dei personaggi alla tratteggiatura fiabesca del mondo in cui vivono.
Un mondo calcato però da figure demoniache distorte dal design malato, che si mescolano alle bellezze paesaggistiche deturpandole e ricordando -alla lontana- racconti quali Alice nel Paese delle Meraviglie.
Dal punto di vista puramente tecnico-numerico, invece, Majin and The Fallen Kingdom non fa gridare al miracolo, presentando modelli poligonali assolutamente nella norma ed ambientazioni ben caratterizzate (ognuna legata ad una stagione) ma non sempre texturizzare in maniera soddisfacente.
Alla discreta qualità di costruzione complessiva dei modelli si contrappone però un comparto animazioni non molto vario, che nel corso dell’avventura mostra più volte movimenti legnosi, precalcolati o non perfettamente collegati tra loro.
Del tutto nella norma anche effetti luce e particellari, che si uniscono ad una palette di colori piuttosto satura creando effetti spesso esagerati anche per l’occhio meno fino.
Riguardo al sonoro possiamo dire di aver apprezzato un’orecchiabile colonna sonora ma non essere rimasti pienamente soddisfatti dal doppiaggio italiano, seppur presenti molti personaggi “famosi” (vedi Pietro Ubaldi) legati ai cartoni animati trasmessi su Italia 1 e non solo; anzi, forse proprio per questo.

Majin and the Forsaken Kingdom Le aspettative riguardo Majin and The Forsaken Kingdom vanno leggermente ridimensionate. La produzione, che avrebbe dovuto basarsi su un racconto fiabesco emozionante, si perde un po' per strada lasciando sostanzialmente al gameplay il peso di sostenere le promesse fatte al giocatore. Fortunatamente il titolo presenta una struttura convincente ed interessante: nonostante si atroppo spesso viziata dalle aperture ad un pubblico poco specializzato (vedi IA scadente), l'orchestrazione riesce a mantenere vivo l’appeal del gioco per la sua intera durata. Chiude il quadro di una produzione discreta un comparto artistico ricco di spunti di riflessione, ma non tanto “muscolare” da rivaleggiare con le ultime produzioni di questa generazione. In definitiva un titolo consigliato a chi, nostalgico di un lontano passato fatto di adventure game sognanti, si fosse stufato di quei giochi che, oggi, concedono troppo privilegio all'azione concitata e poco alla meraviglia di esplorazione ed alla soddisfazione degli enigmi.

7.5

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