Recensione Max: The Curse of Brotherhood

Press Play ci propone un platform con una solida componente puzzle, perfetto per passare le feste

Max: The Curse of Brotherhood

Videorecensione
Max: The Curse of Brotherhood
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Pc
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Max: The Curse of Brotherhood arriva sul Marketplace di Xbox One un po' a sorpresa, giusto in tempo per le feste: assieme ad Halo Spartan Assault ha quindi il compito di tenere impegnati in questo periodo di calma piatta quei giocatori che hanno deciso di passare alla Next-Gen con la nuova console Microsoft.
Il titolo è il nuovo progetto della piccola software house danese Press Play, alle prese con il suo titolo più ambizioso. Con lo scapestrato protagonista di questa avventura, in verità, alcuni giocatori avranno già avuto a che fare in Max and the Magic Marker, action/puzzle dedicato al mercato mobile che si distinse per qualche idea riuscita. Il nuovo capitolo, piuttosto che un seguito, è da considerarsi un vero e proprio rebooth, tanto che il team evita di sottolineare la filiazione diretta con lo scorso episodio. Il concetto alla base del gameplay, tuttavia, resta sempre lo stesso: Max potrà utilizzare i suoi “pennarelloni” per interagire con il mondo di gioco, disegnando elementi che gli permettano di superare i vari puzzle ambientali. Al di là del look molto fanciullesco, The Curse of Brotherhood si dimostra fin da subito un platform 2.5D ben strutturato e solido, con una componente enigmistica veramente eccezionale: un altro di quei titoli che testimonia la rinascita dello sviluppo di matrice europea, confermando che l'acquisizione del team da parte del colosso di Redmond è un investimento decisamente azzeccato.

Un pennarello speciale

Cercando di far sparire il suo pestifero fratellino, Max apre per errore un portale verso una dimensione alternativa, in cui il piccoletto viene ovviamente risucchiato. Il nostro giovane eroe, che non si aspettava certo conseguenze tanto drastiche, si getta immediatamente nel vortice dimensionale per rimediare al danno: comincia così l'avventura di Max in un mondo fiabesco e ostile, che ricorda per cromatismi e colpo d'occhio quello di Trine. Il fantasy del capolavoro Frozenbyte resta ancora imbattuto, per qualità grafica e quantità di dettagli, ma Max: The Curse of Brotherhood dice comunque la sua, portandoci al centro di ambientazioni leggere e sognanti, forse un po' troppo classiche dal punto di vista stilistico ma comunque ben caratterizzate da un 3D moderatamente espressivo. Fra foreste, deserti, paludi e oscuri castelli, il viaggio di Max riesce ad esibire un immaginario convincente, ispirato alle suggestioni delle fiabe europee ma con qualche tocco di personalità.
Sulle prime anche la progressione ricorda quella di Trine: lo scorrimento bidimensionale, le dinamiche di salto e arrampicata sorvegliate da un engine fisico fin da subito molto presente, le trappole di spine da evitare.
Basta però superare qualche schermata perchè il platfrom di Press Play cominci a reclamare un carattere tutto suo, legato proprio alle strane capacità del protagonista. O meglio: del suo pennarello. Nello zaino di Max si trova infatti un enorme evidenziatore magico, che è in grado di alterare, con il suo tratto, il mondo di gioco.

Premendo uno dei grilletti dorsali il “matitone” esce allo scoperto, e con lo stick analogico possiamo muoverlo liberamente. E' possibile così disegnare e far comparire vari elementi dello scenario, per superare gli ostacoli del villaggio-fantasma in cui è ambientata la prima parte dell'avventura. In verità i poteri di Max sono inizialmente poco sviluppati: l'unica cosa che si può fare, sostanzialmente, è quella di materializzare colonne di terra che fungono da piattaforme e trampolini. Anche in queste prime fasi, per fortuna, The Curse of Brotherhood mette in evidenza un level design brillante e vivace, con puzzle ambientali originali e in grado di mettere in difficoltà persino il giocatore più scafato.
Proseguendo nell'avventura il pennarello acquisisce nuovi poteri: nella foresta, ad esempio, Max “impara” a disegnare rami e liane. Ed è proprio qui che il titolo comincia ad ingranare, grazie ad una progressione che riesce sempre a sorprendere, combinando in modi sempre nuovi le speciali capacità del “Magic Marker” che aveva dato il titolo alla prima avventura del ragazzino.
Ovviamente ci sono dei punti specifici in cui il pennarello funziona: germogli che possono essere trasformati in rami, ganci da cui è possibile far penzolare una liana. L'operazione creativa non è dunque libera come nel già citato Trine, e tuttavia gli espedienti adottati dal team di sviluppo sono arditi, efficaci e ottimamente ponderati. Dal momento che l'evidenziatore di Max ha sempre una limitata dose d'inchiostro, i tratti devono essere precisi: ma al di là di questo è il piacere di scoprire come i vari poteri possono essere combinati, e come è possibile interagire con i marchingegni che costellano le ambientazioni e le creature che le popolano.
La progressione, nei sette capitoli che compongono l'avventura, è sempre in crescendo, e torna ad esplodere ogni volta che scopriamo un nuovo potere: quello dell'acqua ci permette di creare dei geyser che ci sparano su e giù per lo stage, mentre con quello del fuoco possiamo sparare dei proiettili incandescenti, in quella che è senza ombra di dubbio la parte più movimentata di tutto il gioco.
Molto ben studiati anche i ritmi dell'avanzamento, che alternano con successo i momenti più cervellotici a fasi platform tutto sommato ben caratterizzate. E' proprio in questi momenti -tuttavia- che si manifestano un po' di problemi, legati a dinamiche di salto non sempre precisissime e ad una tendenza al “trial and error” (alcune sequenze, fra cui lo scontro con il boss finale, sono un po' frustranti): si tratta di storture molto comuni anche ai congeneri in “2.5D” che si affidano così massicciamente agli engine fisici. Per fortuna qui la progressione non si fa mai pesante: resta, anzi, piena di stimoli, concentratissima nelle sei ore di gioco necessarie per terminare l'avventura. La longevità così contenuta potrebbe essere considerata un difetto, ma per un titolo in digital delivery con un costo così limitato ci pare anzi ottimamente proporzionata, e l'idea complessiva è che nessuno stage sia stato aggiunto solo per diluire e allungare l'esperienza di gioco.

Arrivati allo scontro finale con il terribile Mustacho, il vecchio tiranno che ha infestato il mondo in cui siamo stati catapultati, ci si sente insomma davvero appagati: The Curse of Brotherhood è un titolo freschissimo, originale, che si lascia giocare e addirittura rigiocare, alla ricerca magari dei segreti che ci siamo lasciati per strada, nascosti in posti impensabili e veramente difficili da raggiungere.
L'unico rammarico resta quello di un comparto tecnico non certo eccezionale e di musiche non ispiratissime. Sul fronte grafico, il gioco non fa nulla per nascondere la sua genesi “old gen”: il titolo fu presentato all'E3 come un progetto nato su 360, e Press Play l'ha trascinato su Xbox One solo più tardi. Tuttavia la mole poligonale e le texture non hanno davvero nulla di esaltante, e nonostante questo l'ottimizzazione non è al top, con rallentamenti anche frequenti e difficili da spiegare.
Le musiche, tutt'altro che disprezzabili, non sono ispiratissime: i motivi d'accompagnamento cercano di lavorare su un'atmosfera misteriosa e un po' tetra (come tetro, in certi momenti, sa essere il cattivissimo mondo di gioco). Tuttavia i brani non sono moltissimi, e in generale quasi nessuno è memorabile o troppo evocativo.

Max: The Curse of Brotherhood Max: The Curse of Brotherhood è un titolo solido e interessante: un nuovo inizio per una software house che, grazie al supporto di Microsoft, si avvicina in grande stile alla scena digital delivery. Al di là di qualche incertezza nella fluidità del motore di gioco e di un comparto grafico vistosamente old-gen, la proposta di Press Play è vivace, originale, ben congegnata e molto densa. La varietà di situazioni e la buona alternanza fra fasi platform ed enigmi galvanizza il giocatore dall'inizio alla fine, soprattutto per i meriti di puzzle ben studiati, complessi al punto giusto, molto stimolanti. Assieme a Teslagrad, insomma, The Curse of Brotherhood è una graditissima sorpresa in questo dicembre troppo piatto. Una delle migliori esclusive Xbox dell'anno, assolutamente da giocare su 360 e su One.

8

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