Recensione Max: The Curse of Brotherhood

Il platform di Press Play approda anche sulla vecchia Xbox 360

Max: The Curse of Brotherhood

Videorecensione
Max: The Curse of Brotherhood
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Pc
  • Xbox One
Lorenzo Lorenzo "Kobe" Fazio ama il basket, o per meglio dire i Los Angeles Lakers, l’Hip Hop e il teatro. Dopo aver rincorso la carriera del finto regista, dal 2007 si spaccia anche per finto esperto di videogiochi scrivendo su Everyeye.it. Lo appassionano le belle storie e gli stili visivi ricercati. Cercatelo su Twitter e su Google Plus.

Max non è un bambino cattivo. Ha una fervida immaginazione e come tutti i maschietti della sua età è un po’ vivace. Adora le navicelle spaziali ed è affezionato a tutti i suoi giocattoli. Come molti suoi compagni di scuola tuttavia, ha un grande e irrisolvibile problema: un fratello minore che non perde occasione per mettere a soqquadro la sua adorata cameretta. Quanto sarebbe più felice la sua vita, senza ritrovarselo costantemente tra i piedi?
Internet è un’inestimabile fonte di rimedi alla portata di tutti. Un paio di click è la soluzione è trovata: basta recitare una semplice filastrocca per far sparire per sempre l’impiastro dalla propria vita.
Eppure un po’ di sincero e innato affetto, Max, lo prova per suo fratello: non appena un portale dimensionale evocato dall'improbabile incantesimo si apre e aspira il piccoletto, si rende conto dell’errore compiuto e non ci pensa due volte a gettarsi a capofitto all’inseguimento.
Premesse semplicissime per un’avventura che ha già dimostrato di che (buona) pasta sia fatta su Xbox One, dove ha esordito qualche mese fa. Ora, nonostante le lungaggini di una conversione che ha portato via davvero troppo tempo al team, potrete apprezzare l’ottimo platform realizzato dalla danese Press Play anche sulla vecchia Xbox 360.

Un pennarello gigante in aiuto

Sulle prime Max: The Curse of Brotherhood sembra una versione colorata e super-deformed dell’apprezzatissimo Limbo. Lo slancio con cui il protagonista affronta i primi burroni -non senza lasciarsi andare un urlo di puro terrore- è direttamente proporzionale al rischio di rompersi l'osso del collo per ogni minimo errore di calcolo. Sebbene baratti un ritmo decisamente più infervorato con una minor complessità di risoluzione degli ostacoli rispetto alla creatura di Playdead, il feeling è simile: bisogna far scattare la trappola, prima di capire come aggirarla.
Tuttavia, tra massi rotanti e inseguimenti che metteranno a dura prova i polmoni di Max, il termine di paragone resiste relativamente poco. Passata la prima mezz’ora di rodaggio, il platform 2D mette in risalto la sua componente puzzle, quando entrerete in possesso di un pennarello magico che vi permetterà di interagire con lo scenario. Raggiungere una piattaforma rialzata diventa una bazzecola se si crea un pilastro che si erge dal suolo. Grazie a una liana si può tranquillamente superare un precipizio. Un gayser d’acqua è l’ideale per farsi catapultare oltre una parete. La cadenza con cui gli enigmi vengono introdotti segue di pari passo le trasformazioni con cui il “matitone” acquisisce ulteriori poteri e ottiene il controllo di nuovo elemento naturale. Dopo il deserto a base di polvere e terra, c’è la foresta piena di rami e radici, l’immancabile scenario dominato da lava e lingue di fuoco e così via.

Non aspettatevi totale libertà d’azione. L’utilizzo del pennarello è limitato dalla quantità d’inchiostro in esso contenuto ed è attivabile solo nelle zone evidenziate. Simili costrizioni passano fortunatamente in secondo piano rispetto a un level design frizzante, ricco di sentieri alternativi in cui imbattersi in collezionabili e power-up. Nelle oltre sei ore che impiegherete per salvare il fratello rapito e sconfiggere il malintenzionato Mustacho non vi imbatterete due volte nella stessa situazione, e gli enigmi, crescendo in complessità, metteranno alle volte in difficoltà anche i videogiocatori più smaliziati.
A tenere vivo l’interesse ci pensa poi l’assoluta armonia con cui si alternano le fasi di puzzle solving con quelle più propriamente platform, in cui il ritmo è quanto mai incalzante e adrenalinico: qui si lamenta solo l’eccessiva rigidità di un motore fisico estremamente puntiglioso.
Il comparto grafico ha davvero poco da invidiare alla versione per Xbox One. Sebbene ciò sia dovuto più a demeriti del frettoloso sviluppo per la macchina next-gen di Microsoft, su Xbox 360 modelli poligonali ottimamente animati e densi di dettagli fanno il paio con un frame rate nettamente più solido rispetto all’edizione originale. Il prezzo da pagare è naturalmente un’ovvia perdita in definizione e texture meno “profonde”. L’art design non brilla particolarmente per originalità, né per ricercatezza, ma tratteggia comunque un mondo fantasioso e coloratissimo che saprà farsi piacere.
Senza infamia né lode il sonoro, che all’ottimo doppiaggio in inglese contrappone un accompagnamento fin troppo “classico” e insipido.

Max: The Curse of Brotherhood Non è certo la prima volta che pennelli magici permettono ai personaggi dei videogiochi di interagire con lo scenario, ma non per questo Max: The Curse of Brotherhood può dirsi un prodotto poco originale. La qualità del level design, la complessità degli enigmi, il ritmo dell’avventura sono davvero ben ponderati. Nonostante certe similitudini con l'indimenticabile Limbo, l’atmosfera che si respira è completamente diversa, la componente legata al puzzle solving diventa presto preponderante, e l'avventura resta vivace e intrigante fino in fondo. Di certo quest’edizione per Xbox 360 non sfigura affatto rispetto a quella per Xbox One: se era questo il vostro timore, potete tranquillamente fiondarvi sul Live e fare vostra una copia digitale della creatura di Press Play.

8

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