Recensione Mirror's Edge Catalyst

Otto anni dopo l'uscita su PC, Xbox 360 e PlayStation 3, Faith torna sui nostri schermi con Mirror's Edge Catalyst, reboot che presenta interessanti novità pur restando ancorato alla filosofia del gioco originale.

Mirror's Edge Catalyst

Videorecensione
Mirror's Edge Catalyst
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Nel 2008, in un momento di insolito fervore creativo per Electronic Arts, il team svedese DICE ci ricordò che era ancora possibile puntare sulla prima persona non tanto come visuale d'elezione per i soliti sparatutto, quanto come veicolo per un'immersione nel mondo di gioco che fosse davvero avvolgente e pervasiva. Stimolando inedite modalità d'interazione con l'ambiente, ed inseguendo l'idea di un'avventura che puntasse sul tempismo, sullo spirito d'osservazione, sulla velocità d'esecuzione, Mirror's Edge fu uno dei titoli più visionari della passata generazione di console. E anche uno dei più sfortunati. Uscito in un momento storico in cui la base installata degli hardware non era troppo ampia, la nuova IP non ottenne il successo commerciale sperato, ed il publisher americano la mise da parte. Otto anni dopo l'esordio, EA e DICE ci riprovano con un reboot titolato Mirror's Edge Catalyst. È una Faith tutta nuova, insomma, quella che incontriamo in questa avventura, così come nuova è la svolta Free Roaming che ci lascia girellare liberamente per Glass City. Invariate, invece, la filosofia alla base del gameplay e le tematiche del racconto. Ricco di attività e ancora abilissimo a declinare le dinamiche parkour, Catalyst è però un prodotto non del tutto rifinito, che inciampa su un paio di ostacoli e non riesce insomma a raggiungere il traguardo senza spezzare il ritmo.

La città degli specchi

Megalopoli eccelsa, incarnazione della tecnica e del progresso, scintillante capitale della splendida Cascadia, Glass City è una città duplice. Da una parte ci sono i grattacieli che riflettono la luce abbacinante del sole, i quartieri delle caste alte pieni di terrazze sfarzose, il mito dell'occupazione per tutti e di un lavoro garantito; dall'altra invece le Zone Grigie, le aree sudice e squallide della Ricostruzione, e quella parte della società rimossa e dimenticata solo perché non rientrava nella formula della perfezione. Faith si muove sul confine fra queste due realtà, con i suoi passi agili e felini. Lei e gli altri runner sono sempre rimasti sul bordo dello specchio, correndo per sopravvivere. In una società che preme per incasellare ogni individuo, in cui il controllo delle coscienze e dell'informazione è l'unico metodo per mantenere un precario equilibrio, i runner sono delle schegge impazzite: trasportano documenti e segreti da un capo all'altro della città, sfuggendo alle telecamere di sorveglianza ed agli agenti della KrugerSec; braccati ma liberi. Più futuristica nei tratti e molto più elaborata di quella che avevamo visto nel primo Mirror's Edge, la Glass City di Catalyst resta un'ambientazione dai lineamenti affascinanti. La sua skyline perfetta ci racconta ancora una volta quanto sia facile che le utopie degli uomini si trasformino nel loro opposto. E la storia di Faith torna a ragionare di temi interessanti come il rapporto fra ordine e controllo, opponendo la vita regolare e inquadrata dei Dipendenti con quella sregolata ma libera dei Runner. Eppure, Mirror's Edge Catalyst proprio non ce la fa a raccontare una bella storia. Nella prima parte del gioco, anzi, il racconto getta nel calderone troppi elementi, quasi senza dare spiegazioni: il gruppo dissidente Novembre Nero, un misterioso progetto chiamato "la Riflessione", ed una serie di nomi che non sembrano avere nessuna connessione. Poco a poco la sceneggiatura comincia a tirare le fila del discorso, ma per quanto si sforzi di rimettere a posto le cose i momenti davvero riusciti sono pochissimi. C'è qualche dialogo seriamente ispirato in cui Catalyst ragiona sul mito occidentale di un progresso continuo e inarrestabile, e a volte riaffiora il tema della rinuncia alla privacy ed alla propria individualità, in nome di un'esistenza costantemente connessa alla rete. Ma tutto si spegne in una storia banale, con un colpo di scena troppo prevedibile, personaggi a cui è difficile affezionarsi, ed un finale insipido e inconcludente. In questo nuovo Mirror's Edge, insomma, non cercate un racconto appassionante, perché oltre alla qualità delle cut scene c'è poco da salvare. Meglio concentrarsi sul gameplay, e sulle sensazioni assuefacenti ed estreme che ancora sa regalare.

Bisogno di libertà

Una delle novità di Mirror's Edge Catalyst è l'introduzione di una mappa centrale che connette le varie zone di gioco: un'area molto estesa in cui è possibile spostarsi liberamente, per raggiungere luoghi d'interesse, missioni principali e sfide secondarie. Nel corso dell'avventura, con l'acquisizione di qualche gadget che permetterà a Faith di disattivare ventole di areazione o agganciarsi a qualche appiglio con un rampino magnetico, l'area esplorabile si allargherà notevolmente, portandoci tra le architetture scintillanti di Crystal Valley, o negli attici di lusso di Eden Village, dove albergano i cittadini più ricchi di Glass City.

Ogni area è caratterizzata da un colore dominante, che si diffonde sulle strutture e contribuisce a creare un'atmosfera a suo modo unica; ma sempre asettica, slavata, pervasa da un disincanto quasi cinico. Nonostante la presenza di questa vasta zona centrale, c'è una precisazione da fare. Mirror's Edge Catalyst non è un sandbox, un open world nel senso classico del termine. Per arrivare ai nostri obiettivi, infatti, bisogna sempre identificare un percorso efficace, lineare, coerente. Costruirsi una sorta di "tunnel" unendo in sequenza ringhiere e pareti, trampolini e condutture su cui arrampicarsi. Anche quando siamo all'esterno l'obiettivo resta quello di disegnare mentalmente un tragitto, individuare la sequenza di azioni più opportunq per arrivare alla meta. L'operazione è facilitata dalla "Visione del Runner", che attraverso una scia scarlatta ci suggerisce la direzione da prendere e la sequenza di elementi con cui interagire. Il nostro suggerimento resta quello di utilizzare l'opzione "Classica" della Runner Vision, che torna a sfruttare i suggerimenti cromatici del vecchio capitolo, con gli elementi dello scenario che si tingono di rosso. Il sistema di controllo, in ogni caso, è davvero essenziale, così come lo era nel primo capitolo: un tasto per compiere tutte le azioni che prevedono uno spostamento verso l'alto, un altro per scivolare e accucciarsi. A Mirror's Edge serve poco altro, e guai a dire che il gioco è stato semplificato. Semmai è successo il contrario: perché di fronte ad ogni elemento dello scenario bisogna decidere sul momento come agire: premendo rapidamente il pulsante del salto, ad esempio, si supera semplicemente l'ostacolo, mentre tenendolo premuto si sfrutta quest'ultimo come un trampolino per darsi un nuovo slancio. È davvero tutta una questione di osservazione, di riflessi, e sulle prime si resta quasi spiazzati, sbattendo a più riprese la faccia sul cemento. Presa dimestichezza con questo nuovo concept si riesce a fare qualche acrobazia spericolata, a sfruttare una ringhiera per innescare uno wallrun, ad eseguire una capriola a pochi centimetri dall'impatto col suolo. O persino ad atterrare su un nemico usandone il corpo per poi ridarsi lo slancio. C'è anche un sistema di sviluppo delle abilità di Faith, diviso fra skill di movimento e di combattimento. Le prime sono quelle da sbloccare assolutamente: vi permetteranno di girarvi al volo durante le corse sui muri, o di sollevare le gambe per saltare un ostacolo riducendo il tempo d'esecuzione. Insomma, di muovervi con la stessa libertà che si sperimentava nel primo capitolo. Anche le abilità di combattimento vi faciliteranno la vita, aumentando i danni che infliggerete alle varie unità delle truppe della KrugerSec. Non è una cosa da poco, visto che gli scontri corpo a corpo rappresentano la parte meno riuscita dei Catalyst, generalmente molto legnosi e sempre ingessati. Nonostante la possibilità di effettuare delle schivate e di spingere gli avversari verso ostacoli e baratri, i combattimenti sono poco soddisfacenti, e imparerete presto a evitarli o aggirarli in qualche modo. Usando i muri o gli oggetti degli scenari per darsi lo slancio è possibile velocizzare le cose, e mettere fuori gioco i nemici abbastanza rapidamente, ma si capisce che il titolo non è fatto per esaltare baruffe e duelli.

L'aspetto in cui Catalyst eccelle è invece il parkour. L'ambiente diventa ben presto un parco giochi in cui si individuano rampe occasionali, tramezzi da scavalcare, percorsi improvvisati. L'imperativo è quello di non perdere il ritmo, di non interrompere il flow: un flusso di azioni fluido e continuo, morbido ed elegante. Quando si riesce a superare un settore del livello senza mai inciampare, Mirror's Edge rivela tutto il suo valore ludico, galvanizzando il giocatore come pochi altri prodotti. È per questi momenti (o meglio: per il percorso di auto-perfezionamento che porta alla scoperta di questi momenti) che l'ultima fatica di DICE andrebbe giocata e valorizzata. Al di là di qualche scivolone nella missione finale, per altro, la sequenza di incarichi principali e secondari fa di tutto per esaltare questo aspetto, riportandoci spesso e volentieri in ambienti più chiusi, costruiti con attenzione per essere attraversati di fretta oppure esplorati meticolosamente. Non tralasciate nulla, in Catalyst, dal momento che tante missioni opzionali sono meglio riuscite di quelle principali: l'hackeraggio nei NodiRete, indispensabile per sbloccare i viaggi rapidi tra le varie "safehouse", vi porterà ad esempio in alcune delle aree meglio disegnate della produzione, e solo la distribuzione non proprio intelligente dei checkpoint vi farà storcere il naso. Terminare la storia e la maggior parte delle side quest vi terrà impegnati per circa tredici ore, al termine delle quali potrete poi dedicarvi alla raccolta dei collezionabili, o alle varie sfide. Si tratta in entrambi i casi di attività pensate per sfruttare gli ampi spazi aperti di Glass City: da una parte richiedendo al giocatore di batterli a tappeto, esplorandone gli angoli più nascosti e difficili da raggiungere; dall'altra di schizzare da un lato all'altro della mappa correndo a perdifiato, e cercando il tracciato migliore. A chi non saprà cogliere lo spirito di Mirror's Edge sembreranno missioni superflue e secondarie, ma in verità si tratta di sequenze che ribadiscono quale sia il vero focus del titolo: quello di spingervi a migliorare i tempi di percorrenza, ottimizzando la sequenza di azioni e i percorsi, e riscoprendo quello stesso piacere "arcade" che si respirava anche nell'originale. Catalyst, in questo senso, è un sandbox ludicamente più denso di tanti altri.

Guardati allo specchio

Il comparto tecnico del nuovo Mirror's Edge vive di alti e bassi. È facile imbattersi in elementi di qualità davvero molto eterogenea, come se il titolo avesse avuto una gestazione complessa e disorganica. Le prime aree di Glass City sono ricche di dettagli e ben caratterizzate, mentre spingendosi nelle periferie a nord, fra i quartieri ricchi, si trovano zone davvero spoglie e povere di dettagli, come se fossero state aggiunte in fretta e furia. Invece di sottolineare lo sfarzo dei quartieri altolocati, gli attici diventano vuoti, poco interessanti, sintomo di un processo di una cura non uniforme. Lo stesso vale per gli scorci panoramici, che alternano visuali mozzafiato a scenari quasi disarmanti, assemblati frettolosamente con pochi poligoni. Di contro, le aree in cui si svolgono le missioni principali e i covi in cui si nascondo i Runner, mettono in mostra un design elaborato, texture ben definite e ottimi effetti di luce e di riflessione. Ad rendere più uniforme l'esperienza di gioco, comunque, ci pensa l'atmosfera complessiva, ancora oggi molto affascinante. Glass City, eterna città dei lustrini, è avvolta da un candore innaturale, trabocca di un bianco invadente, clinico, distaccato.

Sporcato solo dalle tracce che i runner lasciano quando si arrampicano sulle pareti, è il simbolo cromatico della spersonalizzazione, dell'uniformità, di un futuro senza diversità né colori. È questa capacità di mescolare l'estetica al messaggio, che rappresenta uno dei risultati migliori di Mirror's Edge, assieme ovviamente al lavoro sulle animazioni. L'oscillazione delle mani che replica l'andamento ondulatorio della corsa, i palmi che si appoggiano alla parete durante uno wallrun, e le punte dei piedi che si intravedono quando, durante un salto, Faith alza le gambe per velocizzare il superamento di un ostacolo, sono il frutto di uno studio davvero perfetto. La realizzazione dei moveset è precisa e meticolosa, il cardine su cui si sviluppa l'immersività totalizzante di questo Mirror's Edge. La versione PC da noi testata è rimasta sempre fluida e senza cali di framerate (tranne che nelle cut scene), mentre i caricamenti sono spesso e volentieri abbastanza lunghi. La potenza della colonna sonora, che torna a proporre brani sintetici e morbidi, alternati a sonorità elettroniche più accattivanti, non è purtroppo ai livelli di quella del primo capitolo. Il doppiaggio italiano, scampata la minaccia Asia Argento, è generalmente buono e ben espressivo.

Mirror's Edge Catalyst Mirror's Edge Catalyst è un elogio della velocità, del ritmo, della prontezza. Ancora più del suo predecessore, rimasto nel cuore di pochi ma affezionatissimi giocatori, il nuovo adventure in prima persona sviluppato da DICE chiede di lasciarsi estasiare dalla fluidità, dalla poesia di un movimento continuo e flessuoso, dal tempismo dei salti spericolati di Faith. Mirror's Edge Catalyst è un gioco particolare, a suo modo unico. Non è solo lo stile ammaliante di Glass City che rapisce il giocatore per condurlo in un mondo asettico e desaturato: in una distopia cinica dove il controllo dell'informazione è diventato controllo delle coscienze. Quello che più esalta è il profilo del gameplay, che punta tutto sulla rapidità di esecuzione, su una corsa sfrenata e trascinante. Purtroppo però, molto di quello che sta attorno al galvanizzante impianto ludico mostra qualche segno di cedimento. Il racconto, ad esempio, è banale, prevedibile e scritto con poca attenzione, ed il combattimento in prima persona non è il massimo. C'è anche qualche piccolo inciampo legato alla componente puramente tecnica, che alterna scorci meravigliosi ad aree davvero povere. Catalyst, insomma, non è un reboot impeccabile capace di portare Mirror's Edge nell'olimpo delle produzioni indelebili. Resta però un titolo molto denso, pieno di missioni ben concepite e attività secondarie interessanti; ma soprattutto capace di utilizzare l'ambiente aperto in maniera più intelligente di tanti altri prodotti, trasformandolo non solo in un'area di connessione fra le missioni, ma anche in un luogo fortemente interattivo, da sfruttare per le proprie spericolate acrobazie. Rimanendo insomma sempre lì, sul bordo dello specchio: a metà fra l'affanno e l'estasi, fra la fatica e il brivido. Fra la fuga e la libertà.

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