Recensione Muramasa Rebirth

La piccola perla di Vanillaware si riduce nelle dimensioni, ma non perde un grammo del suo fascino

Versione analizzata: Playstation Vita
recensione Muramasa Rebirth
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  • PSVita
Lorenzo Lorenzo "Kobe" Fazio ama il basket, o per meglio dire i Los Angeles Lakers, l’Hip Hop e il teatro. Dopo aver rincorso la carriera del finto regista, dal 2007 si spaccia anche per finto esperto di videogiochi scrivendo su Everyeye.it. Lo appassionano le belle storie e gli stili visivi ricercati. Cercatelo su Twitter e su Google Plus.

Riproporre al grande pubblico un gioco vecchio di quattro anni non è per forza una buona idea. Troppo vicino per essere considerato un retrogame sottratto alla polvere e all'oblio, abbastanza distante nel tempo per percepire un invecchiamento precoce nelle meccaniche di gameplay. Se poi il gioco in questione è poco conosciuto, di nicchia e giunto nel nostro continente per volontà di un publisher coraggiosissimo (per non dire incosciente), capite bene che il rischio di un'operazione commerciale inutile (se non totalmente sbagliata) è dietro l'angolo.
Ma noi siamo giocatori: non analisti, né tanto meno azionisti. Poco ci importa dei profitti e della vendibilità di un gioco. Ciò che ci interessa è: Muramasa Rebirth, remake dell'originale pubblicato nel 2009 su Nintendo Wii, è un prodotto che ha senso giocare con quattro anni di ritardo?
La risposta è semplice: assolutamente sì.  Le sue indiscutibili qualità, tra cui figura lo splendido comparto grafico (ora in alta definizione), lo rendono anche oggi consigliatissimo a tutti gli amanti degli action bidimensionali vecchio stampo. Accondiscendente con chi non se la sente di mettersi troppo alla prova, estremamente tecnico con chi sfiderà le proprie capacità selezionando il livello di difficoltà più alto, rappresenta un'ottima conversione, nonché l'ennesima piccola gemma che ogni possessore di PS Vita dovrebbe acquistare all'istante.

Lo sviluppo dell’Ukiyo-e nel Periodo Edo

L'Era Genroku (1688-1704) è ricordata dagli storici come una delle epoche culturalmente e artisticamente più floride del Periodo Edo (1603-1867). Il Giappone era appena uscito dalla sua lunga fase feudale e salutava con gioia l'accentramento del potere nella mani di un unico shōgunato (quello di Ieyasu Tokugawa per la precisione).
E' proprio in questi anni che sono ambientate le avventure, divise ma parallele, di Momohime e Kisuke. La giovane è la principessa di Narukami Han, suo malgrado costretta a cedere il controllo del suo corpo allo spirito di Jinkuro Izuna: temibile condottiero deceduto, ora mosso da personali ambizioni politiche e militari. L'altro è invece un ninja che non ricorda più nulla: neanche perché e da cosa fugge. L'unica cosa di cui è certo è l'inspiegabile voglia di vendetta che lo anima. Scoprire motivazione e bersaglio di tale risentimento è lo stimolo che lo spinge a viaggiare verso est, sicuro che lì si celino le risposte che cerca. Due protagonisti per due avventure destinate a non incrociarsi mai nel senso classico del termine, sebbene condividano buona parte dei luoghi da esplorare per portare a termine le rispettive quest.

Appassionarsi alle epopee di Momohime e Kisuke non è facile come si auspicherebbe. Si respirano lontani eco del teatro Kabuki: genere tradizionale sorto nel Seicento, così distante dai nostri canoni estetici. I dialoghi si dilungano all'inverosimile. L'enfasi è tutta rivolta alle emozioni e sensazioni dei personaggi, lasciando in secondo piano l'azione e lo svolgimento della trama. L'intreccio narrativo, non essendo il fulcro, progredisce con estrema lentezza, intangibile da stravolgimenti o colpi di scena degni di questo nome. Chi da anni è appassionato di anime e manga, e può dunque contare su un certo "allenamento", potrebbe sopportare un tale ritmo. I più saranno presi dalla tentazione di saltare qualsiasi dialogo, sopratutto se qualora non mastichino un minimo di inglese (mancano i sottotitoli nella nostra lingua).
Quello che perde con una trama non proprio commestibile, Muramasa Rebirth lo recupera con gli interessi grazie a uno strepitoso art design, visto che il periodo storico in cui è ambientata la vicenda viene tirato in ballo anche in quest'ambito. E' proprio nel Periodo Edo che si sviluppa l'Ukiyo-e: tipo di stampa artistica estremamente caratteristica. La parola che definisce questo stile (Ukiyo-e) può essere tradotta in italiano con "immagine del mondo fluttuante", termine che ha poco a che vedere con un'improbabile effetto ottico che donerebbe una parvenza di movimento alle immagini. Ciononostante ci hanno pensato gli artisti di Vanillaware a recuperare a grandi linee lo stile, aggiornarlo e a regalargli quel dinamismo che all'epoca non poteva esistere. La PS Vita, grazie all'adeguamento di risoluzione rispetto all'originale e alle specifiche dello schermo OLED, diventa una finestra da cui osservare uno spettacolo meraviglioso, ammaliante, estasiante. Ogni schermata è un esplosione di colori. Gli sfondi si compongono di numerosi livelli di parallasse tutti dettagliatissimi. L'ambientazione pullula di vita, tra rami mossi dal vento, pioggia, nebbia e corsi d'acqua agitati. Anche avatar, PNG, nemici e boss di fine livello vantano una caratterizzazione di prim'ordine: in questo senso il debito con la mitologia giapponese è evidentissimo, in un piacevole gioco di rimandi che potrà essere colto in pieno solo dagli esperti del campo. Cotanta bellezza andrebbe naturalmente sprecata senza un comparto tecnico di prim'ordine, ma fortunatamente i programmatori hanno impacchettato una perfetta conversione e un adattamento privo di sbavature.
Se dunque l'utente faticherà a provare empatia nei confronti dei tormentati protagonisti, costretti come sono ad affrontare nemici di ogni genere affidandosi a spade demoniache e ninnoli vari, l'art design regalerà spesso e volentieri brividi d'emozione. Restare immobili di fronte a una schermata, anche per diversi minuti, è una piacevole consuetudine che renderà l'esplorazione del mondo di gioco ancora più affascinante.

Un fabbro maledetto

Fortunatamente Muramasa Rebirth non vive di solo art design. Il combat system su cui poggia è malleabile al punto giusto e ulteriormente approfondito da una componente RPG non complessa ma ugualmente influente sulle prestazioni dei due spadaccini. Ogni volta che inizierete una partita potrete selezionare due differenti livelli di difficoltà. Legend rende la vita piuttosto facile, aiutando nelle parate e permettendo di concentrarvi quasi esclusivamente sugli attacchi. Chaos, al contrario, oltre a lasciarvi in balia di nemici ben più coriacei ed esperti, delega il controllo totale dell'avatar al giocatore. In entrambi i casi si rimane inizialmente spiazzati da un parco mosse relativamente misero. Dove la maggior parte degli action in 2D si propongono con decine di combo, la creatura di Vanillaware mette nelle mani dei videogiocatori poche tecniche con cui affrontare gli avversari. Quella che può apparire come una limitazione, si rivela ben presto come la più caratterizzante delle feature del gioco, quella che più di altre regala un gusto atipico all'avventura di Momohime e Kisuke.
Ogni attacco deve essere apportato con cognizione di causa, ben consapevoli di ciò che si sta facendo e del tempismo con cui si intente concatenare l'azione successiva. Costretti a brevi momenti di inerzia, tra una serie di fendenti e l'altra, imparerete a usare con maestria ogni mossa, consapevoli che restare immobili sul campo di battaglia anche per un solo secondo significa subire ingenti danni e incappare, anche nel più insignificante degli scontri, in un fastidioso game over.

Persino la parata vi costringerà a continue valutazioni. Ogni spada (l'avatar può equipaggiarne fino a tre) ha una barra che si consumerà ogni qualvolta vi difenderete da un colpo nemico. Chiudersi a riccio dunque è altamente sconsigliato, almeno quanto attaccare senza un minimo di strategia: dopo l'ennesima offensiva elusa, la lama si spezzerà lasciandovi in balia dei nemici e dimezzando il potere offensivo dell'arma. Non solo: anche sfruttando le potenti tecniche speciali delle katane vedrete prosciugarsi parte della suddetta barra, con la necessità dunque di centellinerete con attenzione tali mosse anche per avere la meglio sui nemici più potenti.
Se tuttavia vi state immaginando scontri piuttosto lenti, dove ogni attacco è il frutto di una lunga fase di analisi, siete in alto mare. Muramasa Rebirth è un action dai ritmi indiavolati, che costringendovi a lottare in scenari piuttosto contenuti non vi darà un attimo di respiro. All'intelligenza tattica dovrete quindi unire una rapidità d'esecuzione di prim'ordine. Sebbene selezionando il livello di difficoltà Legend più o meno chiunque sarà in grado di giungere sano e salvo ai titoli di coda, Chaos resta ad appannaggio dei pochi (e temerari) esperti del genere. A un combat system già di per sé complesso e profondo, si aggiunge anche la già citata componente RPG. Tanto per cominciare i protagonisti accumuleranno esperienza e saliranno di livello, beneficiando dei potenziamenti del caso; inoltre potrete reperire lungo le ambientazioni amuleti da equipaggiare per incrementare ulteriormente le statistiche del personaggio, ed item di vario genere. Tra manicaretti da cucinare per recuperare punti vita e negozi in cui acquistare pietanze già pronte, l'attrazione principale resta tuttavia la fabbricazione di nuove spade. Il Muramasa a cui fa riferimento il titolo è un fabbro, realmente esistito e sul quale aleggiano sinistre leggende, che, al prezzo di spiriti e anime strappate ai nemici sconfitti, forgerà per voi nuove katane. Di due tipi (più potenti ma lente o facili da maneggiare ma dalla ridotta capacità offensiva) rappresentano il quid che rende Muramasa Rebirth un titolo ancora più attraente e a rischio assuefazione. L'idea di possederle tutte, sbloccandone progressivamente di più potenti ,vi terrà incollati allo schermo a lungo, anche una volta completata la main quest: operazione da portare a termine nel giro di una decina di ore.
Tutto bellissimo quindi? Quasi.
Purtroppo il prodotto soffre di due piccoli difetti. Innanzitutto, tra un combattimento e l'altro, l'azione verrà spezzettata da fastidiose scenette animate in cui l'avatar si preparerà allo scontro sguainando la spada. Inoltre il level design costringe l'utente a sessioni di backtracking fin troppo lunghe e per lo più noiose. Nonostante sia possibile sfruttare alcune scorciatoie, il più delle volte dovrete ripercorrere a ritroso il cammino appena intrapreso.
Due piccole sbavature insomma, che non influenzano negativamente l'esperienza ma che impediscono al gioco di essere un capolavoro senza macchia.
Se sul comparto grafico ci siamo già dilungati, merita grandi lodi anche il sonoro. Il parlato è solo in giapponese (per la felicità dei puristi). Gli effetti sono numerosi e ben campionati. Le musiche pescano a piene mani dalla tradizione giapponese e, ricordando la splendida colonna sonora di Okami, sono in grado di caratterizzare splendidamente ogni ambientazione che attraverserete.

Muramasa Rebirth Uno dei migliori action bidimensionali per Wii approda su PS Vita a distanza di quattro anni. Muramasa Rebirth guadagna una definizione degna dello schermo OLED del portatile Sony, ma non si registrano nuovi contenuti di nessun tipo. Se quindi l’operazione commerciale non ha senso per chi ha già avuto il piacere, chi se l’era perso all’epoca non ha scuse per farlo una seconda volta. La piccola perla di Vanillaware è un acquisto quasi obbligato non solo per il suo spettacolare comparto grafico, maestoso e ammaliante, ma anche per un gameplay sporcato solo da fasi di backtracking fin troppo prolungate e alla lunga noiose. Avventurarsi nel Giappone del Periodo Edo (in una rilettura fantasiosa s’intende) è un’esperienza da viversi stringendo la propria PS Vita al buio, muniti di un bel paio di cuffie. Riuscire a salvare la pelle ai livelli di difficoltà più alti sarà cosa per pochi, ma tutti, senza alcuna discriminazione, potranno comunque godere di un action bello da vedere e giocare, nonché di una delle punte più alte toccate dalla softeca del portatile Sony.

8.5

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