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Recensione NBA 2K10

Il decimo anniversario di Visual Concept

Versione analizzata: Xbox 360
recensione NBA 2K10
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps2
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
Andrea Vanon Andrea Vanon è appassionato di videogiochi sin dal 1995, quando passava le giornate tra SNES e Game Gear. Da sei anni tra le "penne" e le "voci" di Everyeye.it fagocita qualsiasi produzione con curiosità, mantenendo un’incrollabile fedeltà verso gli sportivi "made in U.S.A.". Lo potete seguire su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Visual Concept si prepara a festeggiare, insieme ai suoi fan, un evento davvero importante per un brand che, nonostante le avversità, ha saputo mantenere un appeal elevato anche oltreoceano (ovvero in Europa).
I titoli targati “2K” compiono infatti 10 anni, un decennio in cui hanno assicurato (almeno dal fronte d’interesse odierno) il top nella simulazione sportiva senza compromessi, tanto da generare frustrazione nel giocatore inesperto, avvicinatosi per la prima volta a sport tanto diversi dal “solito” calcio.
Il titolo tra i tanti di cui stiamo parlando è, ovviamente, NBA 2K, l’unico capace di mantenere inalterate le sue proprietà (e migliorarsi costantemente) di anno in anno.
L’incarnazione 2K10 è un passo importante per il team di Boston, un passo da celebrare in maniera particolare.
Negli States e, purtroppo, rigorosamente negli States, sta infatti per essere commercializzata una limited edition senza precedenti nell’ambito delle simulazioni sportive.
La versione “Anniversary” di NBA 2K10 conterrà, oltre al gioco, un’action figure del recente campione NBA Kobe Bryant, un suo poster e un armadietto porta DVD (dalle fattezze piuttosto ingombranti) realizzato come quelli presenti negli spogliatoi dei migliori palazzetti.
Un must have che sfortunatamente non arriverà, almeno per ora, in Italia, dove l’uscita del titolo, distribuito da Take2, è prevista per il 9 Ottobre.
Ma al di là di tanta pomposità e della ricorrenza, andiamo a vedere Visual Concept migliorare ancora se stessa raggiungendo vette mai toccate prima d’ora.

Poche, gustose, aggiunte

Per quanto riguarda le modalità di gioco non vi sono tantissime novità: le classicissime “Stagione” ed “Associazione”, vestite a festa per l’occasione con qualche nuova chicca, vengono affiancate dalla possibilità di creare un proprio alter-ego, vederlo draftato (scelto) da una delle maggior franchigie NBA ed intraprendere una carriera cestistica completa, partendo dalla panchina -letteralmente- fino al titolo MVP.
Se avrete scaricato (tramite account americano) anche il Live Arcade NBA Draft Combine, saprete certamente che NBA 2K10 riprenderà i dati di quell’avatar (con statistiche leggermente più avanzate) per rendere il tutto di una più fluida continuità.
Durante la stagione potrete, naturalmente, sostenere allenamenti di diversa natura (dribbling, tiro in sospensione, gioco in post, difesa...) per aumentare le statistiche del vostro beniamino virtuale.
Accanto a questa piccola ma interessante novità troviamo le solite modalità collaterali, capaci di dare un tono in più di colore ad un “Season Mode” che, di anno in anno, ha mostrato di non sapersi rinnovare più di tanto.
La sottosezione “Blacktop” presenta le classiche sfide da strada, 1 vs. 1 o 3 vs. 3, ad oltranza o fino al raggiungimento di 21 punti; utilizzare i reali campioni NBA, del presente e del passato, in campetto, lo ammettiamo, è sempre un’esperienza elettrizzante, soprattutto vista l’assenza dell’arbitro.
Il vero cuore di questa particolare sezione risiede però nella gara delle schiacciate, a malincuore ancora relegata all’esterna e nemmeno inserita in un ben più realistico contesto di All-Star Game a metà stagione.
Notevoli però gli sforzi nel personalizzare al massimo l’esperienza spettacolare di tale competizione: ogni schiacciatore avrà un set completamente personalizzato, esilaranti esultanze e tutto quel che serve per rendere al meglio l’eccentricità di un mondo tanto lontano dal nostro; molto divertenti anche le trovate del “solito” speaker-DJ.
Scorrendo i sempre più inaccessibili menù (la cui impossibile navigazione è legata alla sola combinazione delle levette analogiche) notiamo anche la possibilità di imbastire un match tra “Rookie” e “Sophomore”, ovvero atleti al primo anno ed al secondo in NBA; la classe draft, ovviamente, si può scegliere tra le diverse disponibili.

Non serve un genio, insomma, per capire che la forza di NBA 2K10, anche quest’anno, non è certo legata al confezionamento (leggasi quantità/qualità stilistica delle modalità), tanto offline quanto online.
In questo secondo caso, infatti, troviamo, unitamente alle possibilità a cui la serie ci ha ben abituato (stanze, leghe personalizzate con tanto di draft...), tutta la serie di difetti che, quando va bene, caratterizza almeno le prime due/tre settimane dall’uscita del gioco.
Creare una partita, momentaneamente, è un terno al lotto e, anche qualora l’impresa riuscisse, risulta impossibile determinare la latenza della stessa, il che si traduce molto frequentemente in match al limite dell’ingiocabilità, anche quando i contendenti vivono ad un paio di chilometri di distanza.
Siamo tuttavia consci del fatto che quest’ultimo problema è più che altro legato all’assenza di una base installata in territorio europeo ed alla conseguente concentrazione di server in territorio Statunitense che obbligano il segnale ad inutili trasvolate.
Diventa, a questo punto, quasi impossibile usufruire al meglio di una rinnovata modalità a squadre, che permette di creare il proprio team e partecipare a sfide singole o tornei 5 vs. 5 con il parquet calpestato da soli umani.

Il vero basket è a stelle e strisce

Se, come abbiamo detto, il confezionamento non è certo perfetto, tutt’altra è l’impressione che da il gameplay, sin dal primo impatto.
I controlli sono stati leggermente rivisti migliorando l’accessibilità agli schemi e alle finte (legate unicamente al grilletto sinistro invece che alla combinazione dei due) e affinati, migliorandone la risposta e correggendo alcuni bug, come, ad esempio, la mancata memorizzazione della disposizione difensiva.
Presa la giusta confidenza con i comandi l’approccio con NBA 2K10, almeno nelle prime 3-4 ore di gioco, sarà un crescendo di espressioni di stupore e risate simboleggianti un semplice concetto: “Assurdo! Non può essere vero”.
Il realismo che trasuda da ogni frame della nuova produzione Visual Concept è talmente mastodontico da permettere la riproduzione di quasi ogni azioni vista negli ultimi 5-6 anni su un parquet NBA.
Le chiavi di lettura di una così profonda e precisa riproduzione della realtà sono molte, dalla diminuzione del ritmo di gioco alla caratterizzazione maniacale, quasi folle, di ogni singolo giocatore. Ma andiamo con ordine.
In primis, come si diceva, è stato abbassato il ritmo di gioco, talmente elevato nella passata edizione da dover ricorrere alle proverbiali sliders.
Oltre a rallentare il tutto abbassando a valori più umani i parametri di tutti i cestisti è stata finalmente introdotta una gestione coerente dell’affaticamento, legata ad ogni minima pressione del tasto turbo, sia esso utilizzato per uno sprint, sia per una schiacciata e sia per una difesa più aggressiva.
Ogni azione che comporterà repentini cambi di ritmo avrà una conseguenza diversa a livello fisico, rapportata e bilanciata alle qualità atletiche del giocatore.
Questo significa che non si potrà correre da una parte all’altra del campo indiscriminatamente e per tutta la durata del match: uno sforzo del genere potrà essere fatto una, massimo due volte con un atleta prestante, e a patto di farlo poi riposare.
Nelle nostre prove abbiamo constatato innumerevoli volte come la mancata sostituzione di un membro del quintetto dopo la comparsa -a fianco del suo nome- del simbolo “Gatorade” indicante la stanchezza possa essere pericolosissima.
Lo spossato in questione non solo non sarà più in grado di correre o di difendere la penetrazione muovendo intelligentemente i piedi, ma nemmeno di centrare il canestro con il jumper in sospensione.
Tali fattori (rallentamento ed affaticamento) sono capaci da soli di limare tutta una serie di difetti che avevano fatto la sfortuna del predecessore come, ad esempio, l’abuso delle Superstar o l’eccessiva quantità di schiacciate in penetrazione.
Completamente rivista, in questo senso, la fisicità dei giocatori, un ulteriore passo avanti rispetto al pur brillante passato.
La differenza, controllando uno Shaquille O’Neal piuttosto che un Rajon Rondo, si sentirà immediatamente, quasi la pesantezza in Kg fosse trasmessa tramite il pad.
Dobbiamo poi tener conto dell’elevatissima personalizzazione di ciascun cestista presente nel gioco, diversificato non solo nelle movenze che ne caratterizzano il tiro in sospensione o la schiacciata, ma il ogni singolo passo compiuto sul campo.
Un buon conoscitore della lega americana riconoscerà ogni singolo atleta semplicemente dalla partenza in palleggio.
Il punto focale, il vero fattore distintivo tra la serie 2K -specie quest’anno- e i suoi contendenti, è però la varietà di soluzioni, in attacco come in difesa, seguita a ruota da un’intelligenza artificiale sublime.
E’ doveroso anzitutto precisare che ogni giocatore avrà, da solo, una grossa serie di possibilità data dalle varie finte (diversificate da atleta ad atleta) e dal gioco in isolation per i più tecnici e rapidi e da circa trenta (TRENTA!!) diversi movimenti in post per i lunghi.
A tutto questo si unisce un book di schemi offensivi completo, ripreso direttamente dalla realtà con tutte le varianti del caso.
Tradotto sul campo, ed in più semplici parole, questo significa che per imparare tutti i giochi d’attacco di una sola squadra ci vorranno, nel più ottimistico dei casi, almeno dieci ore di gioco intensivo, eseguendo a ripetizione gli stessi movimenti.
Si inserisce, a questo punto, la formidabile IA a cui accennavamo poco sopra.
In attacco come in difesa la CPU, amica o avversaria, si muove in continuazione, indipendentemente dagli schemi chiamati, producendo blocchi, raddoppi, tagli, inserimenti e chi più ne ha più ne metta.
Inaspettatamente la parte più bella del gioco computerizzato è osservare la squadra avversaria in attacco: le somiglianze con le controparti reali sono a dir poco impressionanti.
Osserveremo, ad esempio, LeBron James isolarsi per attaccare in solitaria la difesa, scaricando eventualmente sugli esterni per la tripla con una delle sue fiondate; apprezzeremo le impeccabili uscite dai blocchi di Richard Hamilton, la presenza al rimbalzo offensivo di Dwight Howard, la disciplina degli Spurs e il “Run & Gun” dei Warriors.
Ogni scontro, insomma, farà storia a se: non basterà conoscere la propria squadra e sfruttarne i punti di forza, bisognerà anche conoscere l’avversario, leggere la difesa, interpretarne gli attacchi ed agire di conseguenza.
Qualsiasi distrazione, sia un mismatch, sia una marcatura troppo permissiva (ma anche troppo stretta) si paga a caro prezzo vista l’intelligenza cestistica davvero raffinata della CPU.

NBA 2K10: where amazing happens

Il comparto tecnico di NBA 2K10 vede, finalmente, un deciso passo avanti, visibile ad occhio nudo sin dal primo modello poligonale a fare la sua comparsa sul parquet.
Particolare cura è stata riservata nella riproduzione di volti e movenze di ciascun giocatore; i primi, nonostante l’espressività -in particolare degli occhi- non convinca ancora appieno sono ottimi per un buon 90% dei casi e appena sufficienti per la parte restante.
Riguardo alle animazioni, invece, bisogna togliersi il cappello ed inchinarsi di fronte agli sforzi di Visual Concept, oramai maestra nella riproduzione di ogni singola ed apparentemente superflua particolarità dei vari protagonisti della NBA.
Quest’anno non sarà solo la maniera di trattare la palla, di ripartire, di schiacciare, appoggiare o passare a differenziare uno dall’altro i campioni della lega statunitense ma anche gli “extra”, ovvero l’esultanza dopo un canestro, dopo aver preso un fallo, qualche comportamento in partita e addirittura le celebrazioni del pre-partita, il tutto curato in maniera pazzesca.
Vi bastino i due seguenti esempi per comprendere l’esperienza totale rappresentata da questo titolo.
Alla Quick & Loans Arena, la “casa” dei Clevenald Cavaliers, LeBron e compagni, prima della partita, si esibiranno nelle classiche scenette a cui ci hanno abituati: in una di esse vediamo “The Choosen One” simulare una ripresa cinematografica mentre due compagni, a loro volta, fanno finta di battere un home run, con conseguente esultanza.
In un’altra vediamo il più classico scambio di “cinque” alti e bassi, chiuso dal proverbiale saluto militare.
Ma non finisce qua perchè, al di là dell’oramai abusato lancio del talco, tali gestualità personalizzate si spostano anche in campo dove, oltre alle esultanze, ad esempio, alcuni giocatori, prima di effettuare un tiro da tre punti, spostano le braccia controllando di non avere i piedi sulla linea (tutto in automatico).
Ciò che per molti può sembrare superfluo per il vero appassionato è oro puro, specialmente se realizzato con tanta passione.
A questo si aggiunge anche il corposo contorno del dopo-partita, ricco di statistiche ed highlight in video e forte di una nuova feature chiamata “Tribuna stampa”.
Grazie ad essa potremo rivedere i fermo immagine dei momenti salienti della partita, sottolineati dal sottofondo musicale e dal taglio molto simile alla famosa pubblicità “Where Amazing Happens” della NBA.
Registriamo, ad onor del vero, una serie di cali di frame rate che si rivela piuttosto pesante qualora si utilizzassero le telecamere più ravvicinate, quelle "laterali" per intenderci; il fenomeno cala drasticamente, e si riduce ad un lieve rallentamento sulla rimessa, se la telecamera è sistemata posteriormente (la 2K con impostazioni default).
Ciliegina sulla torta il comparto audio, sicuramente 2-3 spanne sopra a quello video e a qualsiasi simulazione sportiva mai creata.
In primis il pubblico, reattivo a qualsiasi situazione: sentirete gridare “Defence!” a sqaurciagola con tanto di accompagnamento sonoro, proprio come succede nei reali templi del basket; li sentirete gridare “MVP! MVP!” quando una delle stelle otterrà un libero supplementare e molto altro ancora che preferiamo non anticiparvi.
Non dimentichiamo poi gli speaker, personalizzati per ciascuna arena.
La parte migliore è tuttavia quella delle campionature sonore, in grado di riprodurre con fedeltà assoluta il rumore dello sfregamento della gomma sul parquet, il rimbalzare della palla sul legno, sul vetro del tabellone e sul ferro e, dulcis in fundo, la più esaltante retina che abbiate mai sentito.
Ogni retina bruciata -il cosiddetto “Ciof”- in NBA 2K10 vi farà davvero sentire il profumo del cotone.
Buona la colonna sonora, composta da brani rap ed hip-hop accuratamente selezionati ed orecchiabili anche ai profani del genere, e ottimo anche il commento, tipicamente americano dei telecronisti.
L’unico neo è la traduzione dei testi in italiano; possiamo capire l’appeal limitato del basket qui in Italia ma ci sentiamo offesi da una traduzione del genere, sicuramente affidata alle mani di google (e mai ricontrollata) per la ridicola qualità.
Non possiamo davvero pensare sia stata fatta da un essere senziente.

NBA 2K10 Ogni poligono di NBA 2K10 trasuda passione per il basket e il risultato è il solito, come ogni anno: siamo cioè di fronte alla miglior simulazione cestistica mai creata. Se non fosse per i problemi legati alla collocazione dei server e alla non esagerata cura per le modalità di gioco il titolo sfonderebbe, letteralmente, le nostre categorizzazioni numeriche. Dal punto di vista del gameplay, infatti, non c’è davvero nulla da dire: è vero, la perfezione non esiste, ma se c’è qualcosa che gli si avvicina dannatamente quello è NBA 2K10. Le innumerevoli possibilità scaturite dalla quantità di schemi, dalle micro-differenze tra ciscun giocatore, dall’IA e dalle nuove feature legate al ritmo sono una manna dal cielo per ogni appassionato di basket. Anche l’incomparabile bellezza ha però i suoi limiti, e nel caso della produzione Visual Concept questi limiti si chiamano tempo e conoscenza: chi non conosce abbastanza bene l’NBA o non ha tempo per approfondire schemi e meccaniche di gioco, purtroppo, si godrà questo capolavoro solo per la metà.

9

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