Recensione NBA 2K15

Torna la simulazione di Visual Concept: tanti passi avanti ma ancora problemi sul comparto online

NBA 2K15

Videorecensione
NBA 2K15
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Andrea Vanon Andrea Vanon è appassionato di videogiochi sin dal 1995, quando passava le giornate tra SNES e Game Gear. Da sei anni tra le "penne" e le "voci" di Everyeye.it fagocita qualsiasi produzione con curiosità, mantenendo un’incrollabile fedeltà verso gli sportivi "made in U.S.A.". Lo potete seguire su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

La serie NBA 2K, nell’ultimo decennio, è stata probabilmente una delle più apprezzate e premiate nell’ambito videoludico delle simulazioni sportive. Il prodotto Visual Concept è anche uno dei pochi ad aver superato indenne ben due generazioni di console, debuttando un anno fa nella terza: un vero record. Considerato un esordio Next Gen buono ma non sfolgorante, in ogni caso, è dall’iterazione 2K15 che i fan si aspettano la vera consacrazione; la prova che il team di sviluppo non si è adagiato sugli allori in assenza di una concorrenza agguerrita. NBA 2K15, disponibile per PS4 ed Xbox One dal 10 ottobre deve quindi provare quest’anno più di ogni altro di non essere un mero aggiornamento, ma un ulteriore passo avanti verso una nuova stagione per la simulazione sportiva.

Mai così ricco

Per quanto riguarda le modalità, NBA 2K15 presenta un’offerta davvero molto completa, partendo da game mode reintrodotte dopo esser state ingiustamente tagliate l’anno passato, fino all’espansione ed al perfezionamento di quelle più famose. Troviamo con piacere la possibilità di disputare una Stagione al timone della compagine preferita, vestendo non solo i panni del quintetto in campo ma anche del front office “dietro le quinte”, tra draft, trade e chi più ne ha più ne metta. Ad affiancarla il ritorno di quella che tutti gli appassionati conoscono come la modalità Associazione, ora rinominata Franchigia. La sostanza è quella già descritta, con la differenza che, invece che una singola annata, qui potremo guidare il nostro team per ben ottant’anni (fortunatamente virtuali). Se a livello di architettura basilare tali game mode non hanno subito alcun cambiamento rispetto al passato, piccole limature qua e là all’interno dell’esperienza complessiva aiutano ad aumentarne solidità e coinvolgimento, rendendo questa parte dell’offerta, disponibile esclusivamente offline, la meglio implementata del pacchetto.
Passando oltre troviamo l’oramai immancabile MyPlayer, grazie alla quale calarsi nei panni di un cestista creato da zero ed intraprendere una stellare (o ridicola) carriera NBA. Diverse, in questo caso, le novità. Si parte da un editor dell’avatar potenziato e dalla possibilità, tramite Playstation Camera, di inserire con buona precisione i propri lineamenti, fino ad arrivare ad una storyline completamente rinnovata ed un sistema di potenziamento degli attributi riscritto quasi in toto. La personalizzazione, ora più dettagliata e completa, permette una nuova libertà nella definizione dei connotati del nostro alter-ego, ma lascia ancora una volta scoperta tutto quel che riguarda la personalità, dandoci ad esempio solamente due tonalità vocali tra cui scegliere. Anche la nuova storyline, che ci vedrà muovere i primi passi non come rookie appena selezionato ma come “undrafted rookie”, con un contratto da appena dieci giorni per dimostrare il nostro valore, soffre delle stesse problematiche. Risulta cioè ben più dettagliata e ricca rispetto al passato, con l’aggiunta di diverse cut-scene in più, nuove interazioni e il doppiaggio completo di protagonisti e comprimari, ma troppo superficiale nei contenuti. Le interazioni sono quasi sempre abbastanza banali: così come conferenze stampa, interviste e discorsi del coach rimangono nell’ambito del cliché, senza approfondire in maniera convincente il mondo dietro le quinte della NBA. Ciononostante l’esperienza risulta coinvolgente ed appagante, grazie non solo all’aggiunta di tutti questi dettagli “di contorno”, ma soprattutto per la revisione della stessa ossatura di gioco. L’ingresso da undrafted offre anzitutto una maggior selezione di franchigie potenzialmente interessate ai nostri servizi; il nuovo sistema di progressione ci da finalmente la possibilità di specializzarci in un’area del gioco anziché eccellere in tutto, ricalcando più da vicino lo sviluppo della gran parte dei cestisti reali. Le statistiche sono state divise in macro aree ed i livelli di avanzamento limitati a ottanta su centoventi complessivi. Le abilità sono state sostituite dai Badge, che guadagneremo a seconda delle azioni sul campo (eseguendo tanti canestri in penetrazione, ad esempio, otterremo il badge di “esperto nei layup”) e solo in seguito potremo potenziare spendendo gli ormai noti VC. Il tutto, come si diceva, aiuta ad identificare meglio il nostro avatar, diminuendo conseguentemente il rischio, una volta online, di trovare tanti super-cloni con gli attributi tutti al massimo.

Per quanto tutto funzioni molto meglio, in ogni caso, c’è da sottolineare come alcuni vecchi difetti, soprattutto a livello di gameplay, impediscano ancora una volta a questa modalità di spiccare. Le squadre avversarie, in primo luogo, vengono costantemente favorite da chiamate arbitrali assenti, potenziamenti totalmente irreali alle statistiche di alcuni giocatori e script molto chiari che portano sempre e comunque a canestri inevitabili. Secondariamente, anziché essere alla guida di un atleta mediamente scarso in una formazione decisamente più forte, ci troveremo a far quasi da balia in campo a compagni di squadra a dir poco imbarazzanti. Appoggi sbagliati da pochi centimetri, uomini senza palla fermi, tiri sbagliati con metri e metri di spazio: tutto all’ordine del giorno indipendentemente dal livello di difficoltà selezionato. E’ dunque chiaro sin dal principio, come lo era negli anni passati, come questa modalità sia programmata per diventare presto uno “one man show” del nostro alter ego, che per altro diventa idolo di tifosi, front office e stampa in poche settimane dall’ingresso in NBA. L’aspetto simulativo viene dunque accantonato in favore dello “spettacolo”, affievolendo parecchio l’interesse dell’appassionato per un game mode che rimane sì divertente ma ancora lontano dall’esprimere le sue potenzialità.
Ben diversa, invece, la modalità MyGM, nella quale il nostro avatar non scenderà in campo ma prenderà le redini finanziare ed amministrative di una franchigia NBA. Partendo da un layout dei menù meno confusionario fino ad arrivare ad una gestione delle conversazioni più varia ed alla mercé del giocatore, questa si candida senza dubbio come principale attrazione di NBA 2K15. La profondità del sistema gestionale è pressoché totale, dai contratti di staff e giocatori fino alla scelta di possibili rinnovamenti al palazzetto, prezzi di mechandise, biglietti, parcheggi e chi più ne ha più ne metta, passando ovviamente da scelte al draft, firma di free agent e trade. Alle volte gli strumenti a disposizione sembrano finanche esagerati.
Per un General Manager, infatti, sembra abbastanza inusuale decidere la severità ed il tipo di allenamenti, la gestione delle rotazioni, le tendenze ed i playbook da utilizzare o ancora matchup offensivi e difensivi. Il merito del successo di questa modalità va anche e soprattutto alla più importante delle nuove feature introdotte in MyGM: Simcast. Si tratta di una funzione che ci permette di osservare in tempo reale l’evoluzione del match simulato, statistica dopo statistica, canestro dopo canestro. Ma non è tutto, perché grazie a Simcast potremo in qualsiasi momento interrompere la simulazione per intervenire in prima persona, modificando un accoppiamento, limando un comportamento difensivo o chiedendo alla squadra di cambiare comportamento a rimbalzo o in transizione. E, se ancora il risultato non ci compiacerà, potremo addirittura prendere il controllo della squadra e tentare di stravolgere le sorti della partita. Una modalità che vi trasformerà insomma nel perfetto Pat Riley e che, a dispetto delle licenze poetiche, si rivela dannatamente divertente ed efficace. 
L’offerta per la parte single player (non la definiamo offline perchè la connessione ai server 2K è sempre necessaria) chiude i battenti con MyTeam, la versione 2K dell’Ultimate Team inventato dai ragazzi canadesi di EA Sports. Collezionando le carte più o meno associate ai cestisti potremo creare il nostro dream team ed affrontare così ogni sfida. Sulla carta sembra tutto piuttosto semplice e banale ma, inoltrandosi nel game mode, si scopre che la verità è ben diversa. Tanto per cominciare le possibilità legate alla collezione di carte sono ben più vaste rispetto quanto visto in FIFA o Madden in questi anni. Qui la chimica tra i giocatori non esiste e, a patto di rispettare il ruolo dei singoli, potremo creare squadre seriamente stellari, recuperando leggende di ogni epoca e mettendoli assieme alle superstar dell’era moderna. Completare l’album di figurine avrà inoltre un secondo fine, non meno interessante del primo. Completata una certa parte della collezione (ad esempio le All Star moderne) sbloccheremo interessanti e preziose carte premio da utilizzare o rivendere in cambio dei MyTeam Points, che qui sostituiscono i VC semplificando un po’ la vita di chi è interessato a giocare in parallelo a più modalità. Una volta collezionate carte aprendo pacchetti, comprando all’asta o scambiando doppioni, potremo finalmente realizzare la lineup dei sogni ed iniziare la scalata verso il successo. O, per meglio dire: le scalate. Tre sono infatti i percorsi di gioco in MyTeam: Dominio, Road to Playoff e Challenge. Partendo da quest’ultima, unica novità rispetto alla passata edizione, troviamo tantissime sfide tematiche dal livello di difficoltà crescente. Le prime ci chiederanno semplicemente di costruire un quintetto con carte di bronzo, d’argento o d’oro, ma poi, vittoria dopo vittoria, ci verranno affidati compiti sempre più complicati come mettere in piedi una squadra di soli panchinari in un particolare biennio NBA, o di giocatori usciti da un draft famoso e via discorrendo. Varietà e quantità di sfide vanno di pari passo, per una sezione molto ben architettata. Quasi allo stesso livello Dominio, che ci chiede di affrontare ciascuna delle 31 franchigie in una vera e propria “scalata al potere”. Ogni partita prevederà tre diversi obiettivi da raggiungere in termini di punti MyTeam, che ci permetteranno poi di accedere a diverse e sempre più succose ricompense. E’ proprio in quest’ultimo sistema, tuttavia, che si nasconde il vero limite di questa parte del MyTeam: l’acquisizione di punti, infatti, passerà per le azioni compiute sul campo e, nemmeno a dirlo, le più proficue risulteranno quelle offensive. Passato piuttosto agevolmente il primo quarto di queste partite, per ottenere la massima ricompensa (il pacchetto tematico) dovremo forzare costantemente la mano per segnare quanti più punti possibili, meglio ancora se in contropiede. Questo, alla lunga, porta non solo a snaturare l’interpretazione del gameplay ma anche le scelte di quintetto, favorendo cestisti rapidi e dalle mani veloci. Si tratta in ogni caso di una problematica che, considerando il non elevatissimo numero di partite, non intacca in maniera grave il fattore divertimento.
Ad intaccarlo, almeno per quanto riguarda Road to Playoff, è invece l’inadeguatezza dei server 2K. Quest’ultimo sottoinsieme dalla modalità MyTeam prevede infatti una serie di dodici partite per ciascuno degli otto gradi (o seed) di avanzamento, in una lunga strada verso l’anello che, per certi versi, può essere paragonata alle Stagioni Online di FIFA. Purtroppo però, anche a due settimane dal lancio e dopo gli interventi o presunti tali del dev team (che su Twitter esclama “2K servers now up and running”), trovare partite risulta spesso impresa impossibile per via di continue disconnesioni o incompatibilità; ed anche quando si riesce ad avviare un match, la frustrazione cambia giusto giusto direzione, puntando verso il devastante ritardo nella risposta ai comandi piuttosto che verso i tempi di attesa del matchmaking. 
Il discorso dei server si estende, di riflesso, a tutto il comparto online di NBA 2K15 che, volendo riassumere, non funziona. A livello di game mode, a dirla tutta, dei passi avanti ci sono stati rispetto ai disastri degli ultimi due anni. Ripristinata ad esempio la possibilità di creare una lega con numero di partecipanti personalizzato (per quanto la totale mancanza di opzioni di amministrazione pesi ancora come un macigno), e potenziate le caratteristiche della modalità MyPark. Interessanti anche i tornei organizzati settimanalmente e mensilmente da 2K, così come la possibilità di passare dai campetti di strada al Rec Center, campo indoor regolamentare dove disputare 5v5 sottostando alle normali regole NBA. Tutto si annulla però di fronte alle gravissime problematiche legate alla connessione ai server, situati probabilmente solo negli States. Se l’impossibilità di connettersi che ha caratterizzato i primissimi giorni dopo il lancio è stata risolta, tutte le problematiche legate alla latenza ancora influiscono pesantemente sui risultati. Nei nostri test non si sono mai notati miglioramenti. Giocare al mattino, al pomeriggio o alla sera non cambia: la situazione rimane sempre insostenibile con ritardi anche oltre il secondo netto e conseguente impossibilità di segnare se non da sotto canestro. Dopo imbarazzanti partite finite 35-30 con quarti da otto o dodici minuti ci siamo tuffati anche nella ricerca rapida, ma solo per confermare il disastro di questo netcode. Online, per via di queste problematiche, è tutta una rincorsa alla palla rubata-contropiede-penetrazione, perché il jump shot è semplicemente un terno al lotto. Visual Concept, da questo punto di vista, inanella il terzo buco nell’acqua in tre anni.

Pad alla mano

Parlando di gameplay NBA 2K15 ha subito un deciso cambiamento rispetto alla sua precedente incarnazione, forse il più significativo degli ultimi quattro o cinque anni. L’intelaiatura di base, sia ben chiaro, è rimasta la stessa con pochissime eccezioni: troviamo, su tutte, una nuova possibilità di scivolamento difensivo e l’adozione di uno shot meter che, a livello offensivo, cambia in maniera sottile ma apprezzabile le carte in tavola. Ai piedi di ciascun cestista comparirà una barra con il più classico degli sweet spot ad allargarsi e restringersi a seconda delle circostanze (distanza dal canestro, marcatura, addirittura equilibrio). Solo centrandolo perfettamente saremo certi della realizzazione, le cui percentuali si affievoliranno con il decentrarsi del nostro tempismo di rilascio. Per quanto questa meccanica possa sembrare solamente un aiuto per i novellini sottende in realtà ad un altro cambiamento abbastanza drastico per chi è cresciuto a pane ed NBA 2K negli ultimi anni. Diminuisce infatti drasticamente la permissività del sistema, che prima, basando le fortune del giocatore solo sull’osservazione del movimento, chiudeva ben più che un occhio in svariate situazioni. Ora invece, a seconda del livello di difficoltà selezionato, sarà ancor più importante conoscere il tiratore e la sua routine; conoscere le sue zone calde e, soprattutto, aprirsi la strada per una conclusione quanto più comoda possibile. Cresce quindi l’importanza della costruzione e si vanno di pari passo a rimpinguare i playbook offensivi che oramai rasentano il maniacale.

Attaccare diventa decisamente più difficile ma al tempo stesso più appagante. Eppure, tutto questo è solo una piccolissima parte, del tutto collaterale e conseguente, a quella che è la vera “rivoluzione” di questo 2K15. Stiamo parlando di un’IA (eccezion fatta per la modalità MyPlayer, come già detto) quasi completamente riscritta ed ora in grado di interpretare il match avvicinandosi sempre più alla controparte reale. Particolarmente interessante, in questo senso, risulta l’approfondimento della Freelance Offense, dovuto anche al contributo del famoso Youtuber Da_Czar, unitosi in pianta stabile alla famiglia Visual Concept. A dispetto del nome altisonante quel che questo sistema fa a livello pratico è piuttosto semplice: si tratta dell’applicazione di principi offensivi come la Triangle Offense o la Swing Motion Offense al parquet virtuale, in totale autonomia e senza la necessità da parte del giocatore di chiamare alcuno schema. Il sistema, in realtà, è presente già da qualche anno ma, mentre precedentemente ogni team adottava un generico e piuttosto statico schieramento 3-2 (tre sul perimetro e due ai gomiti o nel pitturato), ora le variabili sono esponenzialmente aumentate. Vedremo dunque gli Spurs con sempre perfetto posizionamento negli angoli, i Knicks eseguire il triangolo, e via di questo passo, per un totale di sei o sette diversi setup. Ma non è tutto perché a questa evoluzione sottende anche una riscrittura delle routine comportamentali che, a seconda delle situazioni, vedranno i cestisti guidati dalla CPU reagire in maniera più credibile rispetto al passato e cambiare l’approccio al canestro. Per quanto veramente fantastico all’atto pratico, il sistema presenta ancora diverse problematiche che potranno venire sistemate solo quando le potenzialità delle nuove console verranno sfruttate al massimo. Si nota ad esempio una certa carenza di giocate da tre punti, che invece in NBA sta diventando sempre più fondamentale e soprattutto una capacità di adattamento quasi assente da parte della CPU. Una volta trovata la falla in un sistema offensivo o difensivo (impresa certo non facile), a differenza di quanto accade soprattutto nella realtà NBA dove i micro adattamenti sono la base di tutto, la CPU sarà difficilmente in grado di reagire e pian piano ci accorgeremo di come, all’aumentare del livello di difficoltà, siano ancora troppe le situazioni dove questo incremento si traduce molto spesso in una sorta di cheating piuttosto che in una reale consapevolezza. Rotazioni difensive esageratamente rapide, attaccanti e difensori che traslano letteralmente senza peso sul parquet e CPU che inizia a mandare costantemente a bersaglio tiri in avvitamento dalla linea di fondo sono i sintomi che la strada -da questo punto di vista- è ancora lunga. E’ proprio il bilanciamento del livello di difficoltà, infatti, una delle poche critiche che si può muovere ad NBA 2K15 in ambito di gameplay. Considerando la necessità di interiorizzare le tendenze di ogni franchigia e nel particolare di ogni giocatore, la curva di apprendimento si è fatta molto più ripida, sia per i giocatori incalliti che ancor più per i newcomers.
Detto ciò, acquisita la dovuta esperienza, non si può non sottolineare ancora una volta come questo sia senza ombra di dubbio il capitolo dal gameplay più riuscito, solido o e convincente da diversi anni a questa parte, complice anche un rallentamento del ritmo generale che rende più credibili le dinamiche di spostamento del notevole peso degli atleti in campo. Certo non manca anche quest’anno un pizzico di imprecisione nel passaggio standard (in contrapposizione a quello tramite icone) o qualche nuova problematica legata ad alcune scelte scellerate di programmazione (chiamate offensive legate al D-Pad anziché ai front button) ma in linea di massima, pad alla mano, questo NBA 2K15 è un vero piacere per ogni appassionato. 

CROCE E DELIZIA

Tra gli aspetti più osannati e allo stesso tempo criticati della serie NBA 2K c’è sicuramente quello grafico, in particolare per quanto riguarda le animazioni. NBA 2K15 non fa differenza, presentandoci un comparto a prima vista veramente sfavillante, con tantissime aggiunte e rifiniture praticamente in ogni dove, ma non immune, alla lunga, da diverse défaillance. Ci sono ancora tantissimi problemi nella risoluzioni delle collisioni tra i modelli poligonali, la cui risultate spesso mostra compenetrazioni piuttosto imbarazzanti per un prodotto generalmente così rifinito. Più fastidiosa è però l’impossibilità, in determinate e spesso randomiche situazioni, di bloccare il flusso di un’animazione innescata contro la propria volontà; pescata dalla CPU dall’enorme libreria quasi senza senso. In questi casi non c’è semplicemente nulla da fare, non esistono “supercancel” o altre possibilità di interruzione del movimento e, la conseguenza più frequente, è la palla persa. Volendo fare un parallelo calcistico il problema ha le connotazioni dell’annosa diatriba sui famigerati “binari”, poiché il risultato è esattamente lo stesso: incanalare forzatamente il giocatore in un’azione o situazione non voluta. Certo qui la forzatura è generalmente più limitata e decisamente meno pesante rispetto al divertimento e alla libertà concessa al giocatore, ma il concetto è sostanzialmente molto simile. Al di là di queste sporadiche casistiche, in ogni caso, NBA 2K15 è senza ombra di dubbio uno spettacolo per gli occhi: uno dei titoli sportivi meglio realizzati a livello tecnico. I modelli poligonali, dalle matricole alle star, presentano una somiglianza incredibile ed un colpo d’occhio a tratti fotorealistico garantito anche da un’accoppiata texture-shader di alto livello. L’impatto generale, complice un frame rate più stabile con ogni inquadratura, appare più fluido e pulito e le atmosfere, come al solito, aggiungono la proverbiale ciliegina sulla torta. Proprio nell’ambito del “collaterale” Visual Concept si è dimostrata quest’anno attentissima, dalla riprogettazione di tutti i menù (dopo quasi dieci anni!) ad una cura certosina anche ai dettagli meno essenziali.
E’ stato utilizzato, ad esempio, il motion capture per riprendere alcune delle coreografie delle cheerleader ed inserirle in game; sono state implementate le intro personalizzate per ciascuna squadra ed, in generale, ogni aspetto del contorno appare più ricco e definito. Qualche modello fuori posto e la solita serie di bug visivi più o meno gravi (atleti invisibili durante le interviste, accessori che cambiano colore dalla panchina al campo o non compaiono..) non inficiano una realizzazione veramente Next Gen per questo nuovo capitolo che, dal punto di vista grafico, risplende come mai prima d’ora.

Leggermente meno entusiastiche le opinioni riguardo alla componente sonora. A livello di campionamenti nel campo e sugli spalti siamo al top, come sempre, ma per quanto riguarda la telecronaca il passo indietro è netto. Mancano oramai da anni aggiunte di un certo interesse al commento, che continua sulla falsariga degli episodi precedenti come un disco rotto. Non aiuta certo la presenza di Steve Kerr al commento tecnico, quando invece lo stesso è dal Maggio scorso allenatore dei Golden State Warriors. Il dev team non ha avuto forse il tempo necessario per ingaggiare un nuovo co-commentatore, ma limitarsi semplicemente a tagliarne un 50% delle battute ascoltandolo comunque anche quando seduto sulla panchina (e magari  in simultanea intervistato a bordo campo) fa storcere il naso. Belle e varie le introduzioni alle partite nello studio in compagnia di Ernie Johnson e Shaquille O’Neal, arricchite da chicche ed immancabili battute del Diesel, ma purtroppo non sufficienti a colmare il gap di una telecronaca noiosa e spesso imprecisa rispetto alle grafiche mostrate. 
Di tutto rispetto la colonna sonora, scelta da Pharrell Williams e contenente pezzi per ogni orecchio. Forse non tutti adatti all’ambiente NBA ma comunque di piacevole ascolto.

NBA 2K15 Alla luce di questa lunga analisi è chiaro come NBA 2K15 si configuri ancora come una delle più interessanti simulazioni sportive sul mercato. E’ un titolo dal gameplay sempre più solido, convincente ed appagante per quanto molto meno accessibile delle precedenti incarnazioni. Un videogame che unisce all’aspetto simulativo sul campo quello fuori dal campo, immergendo in un’atmosfera coinvolgente a trecentosessanta gradi. Ed è una produzione che offre una pletora di modalità all’interno delle quali sbizzarrirsi per un anno intero senza quasi mai stancarsi.  Ma proprio alla luce di tanta cura e dedizione in buona parte della produzione, la superficialità di alcune scelte e una gestione assolutamente inadeguata dell’infrastruttura online pesano come un macigno sull’impatto finale. Con un’IA che rappresenta il fiore all’occhiello nelle simulazioni sportive è semplicemente assurdo constatarne l’assenza quasi totale in una delle modalità più interessanti e rappresentative (MyPlayer), così come è assurdo, in questa Next Gen basata totalmente sulla connettività, non riuscire a giocare una partita decente in multiplayer, in una simulazione sportiva dove l'online rappresenta parte importantissima dell’offerta. NBA 2K15 resta quindi un titolo per certi versi eccezionale, ma anche un prodotto incapace di imparare dai suoi errori. Nonostante queste controversie, i passi avanti nella direzione di una simulazione impeccabile e definitiva si vedono: il titolo lascerà ammaliati i fan della pallacanestro. Almeno fino ad NBA 2K16.

8.5

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