Recensione NBA Live 10

Electronic Arts attacca il ferro

Versione analizzata: Xbox 360
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Psp
Andrea Vanon Andrea Vanon è appassionato di videogiochi sin dal 1995, quando passava le giornate tra SNES e Game Gear. Da sei anni tra le "penne" e le "voci" di Everyeye.it fagocita qualsiasi produzione con curiosità, mantenendo un’incrollabile fedeltà verso gli sportivi "made in U.S.A.". Lo potete seguire su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Ottobre, nel mondo video ludico, è da diversi anni a questa parte il mese dedicato ai titoli sportivi di maggior interesse: alle sempreverdi simulazioni calcistiche (con FIFA e PES come maggiori esponenti) si affiancano quelle cestistiche, dove la lotta senza quartiere tra EA Sports e Visual Concept si rinnova ciclicamente.
Quest’anno, in particolare, la softco canadese è decisa a chiudere in bellezza il cerchio perfetto iniziato con Madden NFL 10 e proseguito con NHL 10 e lo strepitoso FIFA 10.
NBA Live 10 si presenta perciò con grandi ambizioni, molte succulente novità in ogni suo comparto ed un testimonial d’eccezzione: Dwight “Superman” Howard, il centro degli Orlando Magic, finalisti NBA 08/09.
Il titolo, disponibile per tutte le piattaforme, debutterà sul mercato europeo Venerdì 9 Ottobre; noi di Everyeye lo abbiamo provato per voi nella sua declinazione Next Gen.
Vediamo se il Canada riuscirà ad eguagliare finalmente gli Stati Uniti nella produzione di basket virtuale.

Tante novità

Prima di addentrarci nelle nuove modalità è giusto riservare un angolino al bagaglio ludico del brand, costituito principalmente dall’ottima modalità Dynasty, affrontabile come Dinastia (ovvero mantenendo la stessa franchigia per diverse stagioni) o sotto forma di singolo campionato NBA (una sola stagione).
Prima di addentrarci nel calendario potremo, previa selezione del team da allenare, assumere tutti i membri dello staff, a partire dal preparatore atletico fino al medico sportivo e agli allenatori dedicati ad attacco e difesa.
Quindi avremo la possibilità di partecipare al cosiddetto “Training Camp”, caratterizzato da una serie di sessioni di allenamento dinamiche (accessibili, cioè, parlando direttamente con gli allenatori variamente disposti in palestra) in grado di aumentare sensibilmente alcune caratteristiche del nostro gruppo.
Ad ogni giocatore verrà dedicata una tipologia diversa d’allenamento: i centri, per esempio, si potranno concentrare sui movimenti (difensivi e offensivi) in post, le ali e i playmaker su contropiedi e difesa sulla palla.
Durante la stagione gli attributi dei singoli varieranno dinamicamente, ma in maniera oculata, remunerando il giocatore con un incremento di qualche parametro per la riuscita delle sue giocate.
Ci saranno, inoltre, dei punti da guadagnare a suon di vittorie e ridistribuire nel miglioramento dello staff, assumendo personale più qualificato (quelli a disposizione all’inizio saranno di livello E) in grado di aumentare la quantità d’esperienza acquisita da ciascun giocatore per partita.
Tutte queste micro-variazioni, spesso visibili solo in un ampio arco di tempo, sono rese possibili dall’abnorme quantità di dati e statistiche presenti nella nuova creatura EA Sports.
A testimoniarlo una nuova sezione all’interno della stessa modalità Dinastia, attraverso la quale osservare tutte le più piccole tendenze e le più impensabili percentuali del proprio quintetto....in pieno stile americano.
L’enorme mole di materiale in ballo prende però un senso solo in una modalità di gioco totalmente nuova e parallela alla suddetta Dynasty.
Si tratta di “Stagione Dinamica”, capace di combinare la foga di 82 partite di regular season e la magia dei playoff alle nuove feature introdotte con l’inserimento -lo scorso anno- del Dynamic DNA, l’aggiornamento in tempo reale delle condizioni, delle tendenze e, più in generale, dei roster.
Partecipando a questa modalità sarà obbligatorio rispettare il calendario ufficiale, giocando dopo (o mentre) starà giocando la squadra da noi selezionata ed utilizzare il quintetto realmente schierato (aggiornato in tempo reale dalle funzionalità Dynamic DNA).
Il sistema terrà inoltre conto di tutte le tendenze dei singoli e della squadra, il che significa miglior percentuali realizzative per i giocatori “caldi” e maggior sfruttamento di determinati “giochi” (schemi) per team che stessero riproponendo con frequenza gli stessi anche nella realtà.
I risultati e le statistiche delle altre partite, infine, saranno estrapolati direttamente dalla lega NBA, in maniera da far rivivere al giocatore una stagione quanto più realistica possibile.
L’offerta di NBA Live 10 non si conclude qua ma viene ulteriormente arricchita da “Playoff”, che consente di impostare da zero e partecipare ad un’intera griglia di post-season e “adidas LIVE RUN”, grazie alla quale selezionare un giocatore e partecipare ad emozionanti sfide 5 Vs. 5, rigorosamente online.
EA Sports, naturalmente, non ha dimenticato i patiti dell’online gaming e, a partire dalla modalità appena discussa, l’esperienza multiplayer sarà completata dalla presenza di lobby completamente personalizzabili, tornei online sapientemente auto-gestiti e partite d’ogni tipo, con al sicurezza e la stabilità che i server EA hanno sempre dimostrato.

La simulazione non è di casa

Se dal punto di vista del confezionamento l’eccellenza è di casa, dal punto di vista del gameplay NBA Live 10 risulta ancora la “pecora nera” nella scintillante line up sportiva di Electronic Arts.
Seppur i miglioramenti siano evidenti, pad alla mano, non si riesce ancora ad avere la sensazione di essere fisicamente presenti sul parquet: una delle caratteristiche fondamentali che distingue il diretto concorrente. Ma andiamo con ordine.
Il sistema di controllo si è inesorabilmente mosso verso un approccio più immediato e leggermente più arcade, intraprendendo una via classica che vede tiri e passaggi legati ai front button e le finte (decisamente importanti) al grilletto destro (o R2) e allo stick destro.
Anche il sistema di tiri liberi è cambiato, retrocedendo per certi versi: l’utilizzo dell’analogico per simulare il movimento viene oggi sostituito dalla pressione continuata del tasto adibito al tiro, in maniera da caricare una barra fino ad un determinato punto, diverso da giocatore a giocatore.
Fortunatamente il tiro dal campo torna ad essere legato alle tempistiche di rilascio del pulsante, rendendo così meno casuale la sua riuscita.
La fluidità globale è molto migliorata, così come l’intero comparto animazioni (di cui parleremo in seguito) e la giocabilità ne risente positivamente, mostrandosi in un rinnovato splendore che predilige l’azione veloce e punta al divertimento totale piuttosto che alla simulazione rigorosa.
Proprio questo il punto su cui riteniamo necessario soffermarci maggiormente.
NBA Live 10, come abbiamo anticipato, fa spesso della spettacolarità un’arma migliore rispetto alla tattica: basti pensare che schemi di gioco e movimenti in post (le componenti più profonde dell’NBA moderna) si contano -con abbondante eccesso- sulle dita di due mani.
In attacco, per avere successo, basterà combinare le diverse tipologie di finte (eseguibili dalle star senza il pericolo di perdere palla) o utilizzare i cosiddetti “Schemi DNA”, giocate accessibili tramite un singolo pulsante e dedicate ai migliori membri del quintetto.
L’effetto di questi schemi sarà tentare di smarcare uno tra i cestisti, facendogli eseguire un particolare movimento ripreso dalla realtà; Richard “Rip” Hamilton, ad esempio, sfrutterà un blocco con il suo classico movimento strettissimo per liberarsi al tiro.
Nemmeno in difesa le cose migliorano: l’assenza di un qualsivoglia sistema di “lock on”, di posizione “a granchio”, o di qualsiasi altra tipologia di difesa aggressiva, rende tale fase decisamente poco approfondita, nonchè complicata da gestire.
In linea di massima converrà lasciar marcare sempre la CPU, affidando spesso al caso la protezione del proprio canestro.
L’intelligenza artificiale è infatti il punto più dolente di quest’ultima produzione canadese, sia dal punto di vista del comportamento avversario, sia per quel che concerne i propri compagni. Una distinzione è, anche qui, d’obbligo.
Portandoci all’attacco i nostri compagni rimarranno statici nelle loro posizioni un buon 85% delle volte, non offrendo soluzioni rapide che non richiedano il nostro diretto intervento.
Di contro la CPU è sin troppo facile da saltare: al di là delle già citate finte basterà posizionarsi sulla linea di fondo con un giocatore pericoloso ed eseguire un fake shot (una finta di tiro) fino a far saltare l’avversario, trovandosi il canestro aperto o, mal che vada, scaricando al lungo lasciato libero dal centro in aiuto.
Ribaltando la situazione gli effetti non cambiano: in attacco gli avversari sono piuttosto statici e, sebbene riescano ad andare a segno con regolarità, lo fanno in maniera piuttosto “irreale”.
I canestri segnati dalla CPU sono infatti prodotto di penetrazioni (ove vi fosse spazio) o tiri dalla lunga/media distanza, effettuati magari dopo un blocco o dopo un taglio; la palla sotto al centro è quasi fuori discussione.
Se, a questo punto, i compagni di squadra difendessero in maniera intelligente, comprendendo la situazione, per gli avversari potrebbe sembrare impossibile segnare; ma non è così.
Ancora una volta, infatti, vengono messe in luce le lacune presenti nelle routine computerizzate, il cui peggior difetto consiste nel non cambiare mai mentalità.
Sul parquet questo si traduce in una sostanziale mancanza di aggressività, in una difesa sempre concentrata sulle linee di penetrazione (qualsiasi modulo si adotti) e costantemente troppo permissiva dalla media e lunga distanza.
L’esempio chiarificatore, in questo senso, viene dalla nostra prova diretta nella quale, con livello di difficoltà tarato al massimo, Delonte West (decisamente un buon difensore) si è fatto segnare -letteralmente in faccia- 13 canestri da tre da Ray Allen (certo, non l’ultimo degli sconosciuti) senza aumentare mai la pressione o alzare una mano a nascondergli il canestro.
Anche in questo caso, come in fase offensiva, l’unica soluzione è giocare in maniera “arcade”, ovvero pressare continuamente -e disordinatamente- in prima persona tentando freneticamente di rubare la palla, senza curarsi delle possibili chiamate arbitrali.
I direttori di gara sanciscono infatti il pressochè completo abbandono della simulazione in senso stretto: quasi nulli i falli fischiati allungando a casaccio le mani per recuperare la palla dal possesso avversario, pochissimi falli di tiro (d’altronde non si difende) e zero sfondamenti.
Fortunatamente la fisicità degli atleti in campo, ovvero la presenza/pesantezza degli stessi, è ben riprodotta ed è capace di limitare il continuo -e troppo prolifico- affidarsi alle penetrazioni visto nella scorsa edizione di NBA Live.
La seppur blanda varietà di gioco così creata, unitamente alla velocità decisamente frenetica e alle tante movenze spettacolari (anche gli alley-hoop si sprecano)e, paradossalmente, a tutto ciò che gli arbitri lasciano correre, è in grado di rendere NBA Live 10 divertente ed accessibile a tutti, anche a chi non avesse mai guardato una partita in vita sua.

Sfavillante senza dettaglio

Dal punto di vista tecnico NBA Live 10 dimostra ampiamente di essere prodotto di un’azienda che ha fatto della spettacolarità una meravigliosa arte: i palazzetti sono riprodotti alla perfezione in ogni loro aspetto (parquet, struttura del canestro, spalti..), ognuno introdotto da accompagnamenti musicali diversi e, addirittura, dalle foto della controparte reale durante il caricamento.
L’atmosfera della partita è perfetta, ad iniziare dall’immediato pre-gara dove vengono mostrati i protagonisti nei loro atteggiamenti più comuni: chi si allena a canestro, chi chiacchiera, chi si scambia il cinque dandosi la carica.
La chicca è dedicata a LeBrone James e Kevin Garnett che, esattamente come dal vero, si riempiono le mani di talco per poi lanciarlo, il primo in aria il secondo verso i commentatori, creando una fumosa nuvoletta e scatenando i tifosi.
L’entusiasmo scende leggermente quando compaiono giocatori “meno noti”, modellati in maniera decisamente approssimativa e poveri di dettagli, specialmente nella riproduzione del volto, se paragonati alle grandi stelle.
Anche dal punto di vista delle stelle, tuttavia, c’è qualcosa da rivedere: alcuni, infatti (pochi, a dirla tutta), somigliano scarsamente alle controparti reali, difficile da digerire quando si tratta di Kobe Bryant o Amare Stoudamire.
Discreto il comparto texture, preciso e senza sbavature; non all’altezza, invece, la combinazione di colori e illuminazione che caratterizzano l’ultimo prodotto EA Sports.
Il team non pare aver imparato dagli errori del passato, e nemmeno dagli illustri colleghi che si occupano di calcio, NHL, NFL e gol.
I modelli presentano ancora un marcato effetto bloom che li fa sembrare traslucidi e sempre inverosimilmente madidi di sudore; la palette cromatica, invece, è decisamente troppo satura: molti colori soffrono di un vistoso burn in che rende l’impatto visivo ben poco realistico.
Migliorato, come sottolineavamo in apertura, il comparto animazioni, capace ora di mostrare una buona varietà e di differenziarsi discretamente anche da un atleta all’altro, seppur non a livello tale da distinguerli, eccezzion fatta per la perfetta animazione del tiro.
Nonostante il buon lavoro svolto permane una sensazione di artificiosità, data soprattutto dai soliti movimenti ingobbiti, dalle innaturali posture (con le spalle inarcate) e dal contatto piedi-parquet, che soffre ancora una volta di un fastidiosissimo effetto pattinamento.
Completamente rivedibile anche la fisica della palla, affetta ancora dall’effetto “cambio di peso” che ha contraddistinto la serie NBA Live dall’avvento della Next Gen ad oggi.
Il risultato a schermo è la sensazione di avere una palla da Basket quando questa è in mano ai giocatori ed Suopertele quando invece è in aria.
Questo spiacevole effetto è dato, a nostro avviso, dalla mancanza di fluidità nell’animazione di aggancio e rilascio della palla: in queste due casistiche si nota infatti un distacco “meccanico” molto innaturale, quasi uno spezzarsi dell’animazione.
Quasi ineccepibile il comparto audio, che affianca una soundtrack godibile ad un commento molto curato ancorchè a tratti leggermente ripetitivo; l’unico problema sono le campionature ambientali, quasi inesistenti: in uno sport dove vengono piazzati microfoni sotto il parquet e sopra i canestri per sentire ogni minimo rumore ed immergersi completamente nella partita, il (quasi) silenzio non è accettabile.

Viva la FIBA

Anche quest’anno NBA Live 10 presenta una selezione di squadre di area FIBA (europee ed internazionali).
L’aumento esponenziale nel loro numero e la presenza di un campionato ad esse dedicato (una sorta di mondiale) non basta, tuttavia, a dare un senso veritiero alla loro presenza.
Soprassedendo sulla somiglianza della gran parte degli atleti (inesistente) non possiamo non storcere il naso di fronte alla non differenziazione nelle modalità di gioco tra queste squadre e quelle NBA, di stampo diametralmente diverso.
Per non parlare della diversità, scarsamente presente, nelle regole che sanciscono le modalità di gioco (ad esempio riguardo ai falli) e le misure del campo.

NBA Live 10 NBA Live 10 è senza dubbio un deciso passo avanti rispetto al passato. La produzione è, tuttavia, ancora lontana dalla concorrenza e anche dalla qualità cristallina dei suoi confratelli. I problemi, come detto, risiedono in una scarsa attenzione al dettaglio e in un mancato approfondimento della disciplina (pochi schemi, IA limitata), due parametri a dir poco fondamentali nel simulare virtualmente uno sport americano. Le tante ed ottime modalità di gioco, il multiplayer online praticamente perfetto ed un gameplay senza troppe pretese faranno comunque la felicità dei neofiti e di chi vorrà sperimentare un basket edulcorato, che non richieda devozione e tempo libero per l’apprendimento di particolari routine. Sconsigliato, quindi, solo a chi non può prescindere dalla simulazione.

6.5

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