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Recensione Orbital Gear

Una fragfest bidimensionale

Articolo a cura di
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  • Pc
Matteo Mangoni Matteo Mangoni è un grande amante della tecnologia e, soprattutto, del medium videoludico. Programmatore di giorno e gamer incallito di notte (o viceversa), ha avuto fra le mani la sua prima console all'età di 6 anni, e da allora per lui niente è più stato lo stesso. Soprattutto le bollette della luce. Lo trovate su Facebook e Twitter.

Quando si parla di multiplayer competitivo online, è impossibile non pensare agli sparatutto. Tutto è nato da lì, quando all'inizio dei primi anni '90 si affacciavano sul mercato i primi FPS, pionieri di un genere che si sarebbe velocemente affermato su PC, per poi contagiare - in tempi molto più recenti - anche le care vecchie console. Analizzando lo stato attuale del genere, però, appare subito evidente come l'improvviso boom di popolarità degli sparattutto - sia in terza che in prima persona - abbia portato ad saturazione altrettanto rapida della loro fetta di mercato. Per emergere in questo settori, insomma, oggi servono idee nuove, ed i ragazzi di Night Node sembrano averlo capito. Il risultato del loro primo sforzo creativo è un gioco solo multiplayer incredibilmente atipico ed essenziale, che si discosta in modo netto dagli standard attuali, sia a livello estetico che concettuale. Orbital Gear si aggrappa con le unghie e con i denti al suo minimalismo retro-chic, spogliandosi di ogni elemento di contorno e lasciando fare all'azione pura la parte del leone, grazie ad un gameplay che riesce, incredibilmente, a sovrastare anche la cospicua mole di problemi che il titolo si porta dietro.

Quattro salti nello spazio

Orbital Gear, come dicevamo, è uno sparatutto, ma non ricorda niente di tutto ciò che ci era capitato per le mani prima d'ora. L'azione di gioco è inquadrata lateralmente, e l'arena, che pur essendo navigabile come se fosse bidimensionale è realizzata con una gradevolissima grafica 3D, è rappresentata da agglomerati di pianeti decisamente sotto-dimensionati rispetto alle proporzioni dei mech pilotati dai giocatori. Tutto il resto, è vuoto. Concettualmente, i corpi celesti presenti nel gioco non sono molto diversi da quelli visti in Super Mario Galaxy: ogni pianeta è una sfera perfetta, sulla cui superficie potremo camminare a 360° senza problemi. Uno degli aspetti più stravaganti e riusciti del gioco è proprio rappresentato dal modo in cui questi pianeti influenzano l'azione: durante le partite potremo lanciarci senza troppi problemi da un pianeta all'altro, consapevoli del fatto che ci sarà sempre l'attrazione gravitazionale di uno di essi a raccoglierci e trascinarci verso la sua superficie. Il risultato è un gameplay molto dinamico e frenetico, in cui il giocatore è chiamato ad utilizzare in modo opportuno la forza di gravità per avere la meglio sui rivali.


Inizialmente muoversi da un pianeta all'altro potrebbe risultare piuttosto difficile, e nelle prime partite vi capiterà sicuramente di spostarvi a caso per la mappa senza capire dove state andando; ma una volta superato questo scoglio iniziale, vedrete che il gameplay di Orbital Gear, nonostante qualche difetto, saprà regalarvi enormi soddisfazioni.
E' piuttosto evidente però che il gioco abbia, anche dal punto di vista delle meccaniche di base, alcune sbavature non trascurabili, che non riducono la sua carica ma che al tempo stesso sono impossibili da non notare. Le arene, tanto per cominciare, pur essendo abbastanza grandi come dimensioni complessive, sono praticamente vuote, fornendo ai giocatore una superficie d'appoggio un po' troppo limitata: capita fin troppo spesso di ritrovarsi, nelle partite con almeno 8/9 giocatori "in campo", a dover sopportare qualche momento di indecifrabile confusione, in cui il buon senso e la pianificazione cederanno il posto al caos, costringendovi ad un poco appagante button mashing inconsapevole. Sono situazioni abbastanza sporadiche, ma capitano, ed il respawn tutt'altro che ineccepibile non aiuta sicuramente.
Purtroppo, però, per come è strutturato il titolo, difficilmente si poteva fare di meglio: se in una mappa ci sono 11 pianeti molto ravvicinati fra loro e 10 giocatori, non è facile gestire il respawn in modo efficace.

Guerra gravitazionale

Con meccaniche interessanti e ben congegnate come l'interazione con i pianeti ed il loro campo gravitazionale, insomma, i presupposti per creare un gioco estremamente valido c'erano tutti, ma qualcosa sembra essere - almeno in parte - andato storto. Non stiamo dicendo che il risultato sia pessimo, ma semplicemente non all'altezza della sua premessa. Orbital Gear è estremamente essenziale, e se dal punto di vista prettamente tecnico la cosa non dispiace affatto, dal punto di vista contenutistico la pochezza del titolo di Night Node è palese, e si fa sentire presto: nel gioco avrete a disposizione solamente due modalità di gioco ed una manciata di mappe piuttosto simili fra loro; decisamente troppo poco per un gioco simile, che si basa solo ed esclusivamente sul multiplayer. Parlando nello specifico delle modalità di gioco, abbiamo il classico deathmatch, in cui dovremo uccidere più avversari possibili nel tentativo di raggiungere per primi un determinato punteggio, ed una modalità a squadre chiamata Orbital Warfare, decisamente più complicata, appagante ed impegnativa da giocare: uccidendo i giocatori della squadra rivale andremo a raccogliere dei "nuclei di energia", che in questa modalità, oltre ad avere la loro classica funzione rigenerativa sulla nostra salute, possono essere utilizzati per caricare parte dell'energia del super cannone presente nella nostra porzione di mappa o per riparare gli edifici. La partita può essere vinta in due modi: caricando il cannone al 100% prima dell'avversario o distruggendo tutti i suoi edifici. Per incentivare un approccio più tattico, inoltre, la carica fornita dall'utilizzo di un nucleo energetico sul cannone sarà soggetta ad un bonus direttamente proporzionale al numero di edifici alleati ancora integri, che quindi saranno di vitale importanza nell'economia di gioco ed andranno salvati ad ogni costo. Le modalità pur essendo effettivamente troppo poche, coprono in modo piuttosto efficace i due rami principali del gioco online competitivo: quello più semplice e diretto, incarnato in modo eccellente dalla modalità deathmatch, e quello più corale e complesso, che anima la modalità a squadre di cui abbiamo parlato per ultima.


Per quanto riguarda le mappe, come detto in precedenza, la situazione non è delle più rosee: ciascuna modalità ha a disposizione le proprie arene specifiche, che quindi non saranno utilizzabili nell'altra; scelta estremamente discutibile, dato che la modalità più particolare e stimolante del gioco, Orbital Warfare, ne conta solamente 3, mentre in deathmatch ne avremo a disposizione 6. La varietà delle stesse, inoltre, è tutt'altro che esaltante: molte delle mappe tendono a somigliarsi un po' troppo, tanto da sembrare talvolta delle semplici copie con una skin diversa. Ma se c'è una cosa su cui non si può discutere, è senza dubbio il colpo d'occhio incredibile che queste riescono a garantire al giocatore: le colorazioni, lo stile con cui è stato riprodotto lo spazio profondo e la pulizia grafica generale del titolo sono ineccepibili.

Dal punto di vista prettamente strutturale, Orbital Gear è - nel senso buono - un netto ritorno al passato, che abolisce in modo perentorio l'ormai standardizzato sistema di sblocco progressivo del contenuto di gioco in favore di una modalità “vecchio stile”, in cui tutto è potenzialmente sbloccato e spetterà all'host della partita decidere cosa concedere ai partecipanti. Sarà possibile creare partite - sia private che pubbliche - in cui giocare solo alle nostre mappe preferite, oppure utilizzando solo determinate armi, alcune delle quali sono molto particolari e potrebbero dare origine a sessioni di gioco incredibilmente divertenti. Ad essere sinceri, le armi sono forse la parte migliore del gioco. Ci sono armi più tradizionali come il fucile a impulsi, affiancate in modo eccellente da altre decisamente più eccentriche come il Kasainami, il cui sparo andrà indirizzato verso i singoli pianeti, in modo tale da generare una serie di fiamme che si propagheranno lungo tutta la circonferenza del corpo celeste colpito. Insomma, di carne al fuoco da questo punto di vista ce n'è abbastanza, la varietà delle armi è piuttosto elevata e padroneggiarle tutte richiederà molto tempo ed una buona dose di pazienza.

Orbital Gear I ragazzi di Night Node hanno cercato in ogni modo di mettere in risalto il cuore pulsante della loro produzione, evitando di soffocarlo in una marea di contenuti fini a sé stessi e donando al giocatore il minimo indispensabile per rendere il proprio titolo meritevole di qualche ora di attenzione. Il gioco presenta una buona varietà di armi ed ottime meccaniche di interazione con la forza di gravità dei pianeti, ma questa corsa al minimalismo voluta dagli sviluppatori è stata troppo forzata ed eccessiva, finendo per dar vita ad un prodotto divertente ma incapace di instillare nel pubblico l'urgenza di giocarlo ad oltranza, necessaria in una produzione esplicitamente multiplayer. La mancanza di varietà nelle mappe, in particolare, è un duro colpo per un titolo del genere, che invece dovrebbe fare della loro quantità e varietà il proprio punto di partenza. Speriamo che in futuro il gioco sia soggetto ad un ampliamento progressivo dei contenuti, la cui scarsità penalizzano troppo una produzione potenzialmente divertente ed appagante. Orbital Gear è un titolo molto complesso da giudicare: il gioco è ben lontano dall'eccellenza, ma stroncarlo pesantemente sarebbe ingiusto nei confronti della sua essenza, sinceramente divertente. In definitiva, il gioco è acerbo ma ha un ottimo potenziale, e nell'immediato potrebbe essere - anche grazie ad un prezzo decisamente accessibile - un buon investimento per i maniaci del frag e per coloro che desiderano passare qualche ora in compagnia di un titolo non superlativo, ma ritmato e ben pensato.

6

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