Recensione Painkiller: Hell & Damnation

Il successo di People Can Fly risorge dalle ceneri grazie al lavoro del team di sviluppo Farm 51.

Versione analizzata: PC
recensione Painkiller: Hell & Damnation
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc

C'erano una volta gli FPS. Quelli in cui si fraggavano orde di mostri con una IA prossima allo zero, quelli in cui le dinamiche stealth semplicemente non sussistevano e le derive realistico-militari odierne non erano minimamente prese in considerazione. Insomma, erano i tempi dei Quake, Doom e Serious Sam, fps con un marchio di fabbrica indistinguibile che hanno scritto la storia del videogioco - su Personal Computer - per poi cedere il passo a prodotti come Half Life, Call Duty, Halo, Goldeneye e via discorrendo. L'originale Painkiller, sviluppato dai talentuosi People Can Fly e distribuito da DreamCatcher, uscì nel 2004 e già allora era un prodotto anacronistico, tuttavia grazie al solidissimo gameplay “old school” ed al fascino delle atmosfere horror/gothic/metal riscosse un ottimo successo, che ancora oggi riecheggia nelle community degli appassionati. A distanza di 8 anni e dopo la pubblicazione di espansioni dal dubbio valore il codice è passato nelle mani dei ragazzi di Farm 51, che sotto l'etichetta Nordic Games hanno rielaborato il tutto per un remake fedelissimo all'originale nelle meccaniche, ma (poco) differente nella trama ed ovviamente nel comparto tecnico. Se pensate che fare un salto all'Inferno possa essere ancora divertente continuate a leggere.

ANGELI E DEMONI

Daniel Garner, il protagonista del gioco, non ha il carisma di un Duke Nukem e lo spessore di altri eroi/antieroi del genere d'appartenenza, ciò nonostante trova la sua esatta collocazione nell'universo disturbato ideato dai People Can Fly, dove demoni, diavoli, angeli e compagnia bella si danno guerra tra Inferno, Purgatorio e Paradiso. Come un povero disgraziato sia finito nel suddetto calderone è presto detto. E' il compleanno dell'amata Catherine - sulla Terra - e Daniel per festeggiarlo degnamente prenota in un ristorante di lusso, lontano da casa. La giornata è piovosa e la strada è bagnata, la tragedia dietro l'angolo. I due sfortunati ragazzi muoiono sul colpo in un incidente stradale e vengono “separati” nell'aldilà, lui al Purgatorio e lei in Paradiso. Per ricongiungersi con l'amata, giusto per rimanere in tema con la fortuna, il nostro eroe viene invitato ad affrontare le orde infernali in procinto di invadere il Paradiso. Dopo una serie di sconcertanti battaglie, discese all'Inferno e scontri epici persino con Lucifero in persona (?) il nostro Daniel resta con un pugno di mosche in mano e si ritrova praticamente all'inizio del suo percorso. Demoralizzato e tradito viene dunque contattato al cimitero dalla Morte, che gli chiede gentilmente 7000 anime in cambio del premio già promesso in precedenza, ovvero il ricongiungimento con l'amata Catherine. “Perché fidarmi di te?”, sottolinea giustamente Daniel, che già era sceso a patti con simili entità non ricavandone nulla. La Morte gli suggerisce che la sua semplice presenza “disturba gli equilibri” e che stavolta il premio sarà garantito. Convinto dal demone, Daniel imbraccia la Soul Catcher (una nuova arma del gioco) e si rituffa nei gironi infernali già affrontati in precedenza. E' con queste premesse che si avvia Painkiller: Hell & Damnation, un curioso remake e contemporaneamente sequel del prodotto originale uscito nel 2004.

UNA GITA ALL'INFERNO

Nell'era del digital delivery e del mobile gaming il “remake coi lustrini” è pratica piuttosto diffusa e spesso vincente, capace di rinverdire i fasti di produzioni d'annata e di indubbio successo. Il nuovo Painkiller non sfugge a siffatte dinamiche di mercato, tuttavia la produzione Farm 51 rappresenta una versione ridimensionata nei contenuti (ha diversi livelli in meno) ed offre in più la sola sopraccitata Soul Catcher ed un Boss Fight inedito per quanto concerne la campagna principale, giocabile anche in coop. Tutto il resto, ad eccezione della grafica riveduta e corretta con l'inflazionato Unreal Engine, è un copia e incolla del lavoro People Can Fly. Per chi non conoscesse la produzione è doveroso sottolineare che il gioco procede linearmente, dall'inizio alla fine, secondo uno schema estremamente classico fatto di stanzoni che si susseguono e di orde demoniache da sterminare fraggando a più non posso. Dopo alcuni stage appare il classico Boss di fine livello (enorme e temibile, come da tradizione) seguito da una altrettanto classica cutscene, così fino allo scontro finale. L'intelligenza artificiale praticamente non esiste e l'unico scopo dei numerosissimi nemici è sopraffarvi con la foga e col numero. Il giocatore ha dalla sua il consueto set di armi devastanti (dal classico shotgun passando per lo spara paletti al lanciarazzi, fino alla nuova Soul Catcher in grado di trasformare i nemici in alleati) e soprattutto un'agilità fuori dall'ordinario.

"Dimenticatevi le coperture, i soldati che mostrano la testa per favorire l'headshot e il militarismo di molte produzioni odierne."

Arretrare, schivare col classico strafe, saltellare e fare fuoco continuamente rappresentano il cuore del gameplay old school di Painkiller, una vera manna dal cielo per i nostalgici desiderosi di fraggare ondate di stupidi quanto assetati di sangue nemici. Dimenticatevi le coperture, i soldati che tirano fuori la testa per favorire l'headshot, il militarismo - a volte ridicolo - di molte produzioni odierne o lo scripting per dare spettacolo. In Painkiller non esiste nemmeno il tasto per ricaricare l'arma, si corre e si spara. Stop. Ciò, naturalmente, può essere un bene per i nostalgici ma anche un tremendo difetto per chi cerca qualcosa di più profondo. Ciò che resta, soprattutto ai livelli di difficoltà più elevati (Incubo e Trauma, con l'ultimo da sbloccare), è un FPS da smanettoni hardcore impegnativo e un poco frustrante in determinate circostanze. Il level design è decisamente poco ispirato ma adatto al ruolo che si prefigge, del resto, per abbattere centinaia e centinaia di nemici assatanati è necessario avere quasi sempre ampi spazi a disposizione (come i giardini di un cimitero, un enorme teatro, la stazione dei treni o le navate di una cattedrale). In aiuto del giocatore vi sono vari bonus sparsi per i livelli - come corazze e munizioni - ma anche la possibilità di sbloccare i tarocchi, carte magiche che fungono alla stregua dei moderni perks, magari rallentando un poco i nemici, o aumentando la resistenza e la potenza di Daniel. Il tutto in un surreale calderone splatter dalle atmosfere gotiche e metal, ovviamente un punto a favore per chi apprezza un genere sfruttato anche in altre produzioni.

INFERNO E DANNAZIONE

Dal punto vi sta tecnico l'opera dei Farm 51 non fa gridare al miracolo ma si presenta sufficientemente gradevole al massimo dei dettagli, con buoni effetti particellari (in particolare quelli che riguardano i boss), tantissimi elementi su schermo ed un'ottima fluidità - scendendo a qualche compromesso - anche su sistemi non potentissimi. Le trame dell'Unreal Engine sono evidenti in ogni dettaglio, soprattutto nei nemici modellati secondo gli stilemi grossolani (i classici “armaturoni”) che abbiamo apprezzato in opere alla stregua di Gears of War. Ovviamente la rifinitura non è la medesima e le animazioni sono le stesse dell'originale Painkiller, un mix non esaltante ma nel complesso discreto per la tipologia di gioco. Del resto i nemici più di corrervi contro ossessivamente - con qualche rara eccezione - non fanno. Il design dei livelli, come già sottolineato, è quello classico degli fps old school, con stanzoni che si ripetono di pari passo al susseguirsi delle ondate nemiche, scatenate ad ogni checkpoint solcato dal giocatore. Abbiamo testato il gioco con due configurazioni di prova (i5 3570k con Gainward 680 GTX Phantom e 8 Giga di Ram e portatile Acer Aspire 5750G con i5, Nvidia GT540M e 4 Giga di Ram) ottenendo i 60 fps stabili in 1080p con la prima configurazione ed una buona fluidità con la seconda, livellando i settings sulle impostazioni medie. Nulla da segnalare per quanto concerne gli effetti sonori e la soundtrack, sono infatti i medesimi del Painkiller originale con qualche nuova campionatura: se apprezzate le sonorità metal e le atmosfere “gore” sarete soddisfatti. Discutibile il doppiaggio, caratterizzato da alti e bassi e presente anche nel nostro idioma. Apprezzabile infine anche la presenza del multiplayer competitivo con i classici deatmatch singoli o a squadre ed il cattura la bandiera, una rodata modalità orda e la campagna coop, che vede aumentare esponenzialmente il numero di nemici nelle aree di gioco.

Painkiller: Hell & Damnation Painkiller: Hell & Damnation non è un titolo per tutti ed è esplicitamente pensato per i fan della serie e degli fps old school senza fronzoli. Tuttavia anche per costoro si presenta qualche criticità, trattandosi di un curioso copia ed incolla - a metà strada tra remake e sequel - del prodotto originale dei People can Fly, con una manciata di novità e diversi livelli tagliati dal computo finale. La longevità, che si attesta tra le 6/8 ore di gioco in base al livello di difficoltà prescelto, è comunque foraggiata dalle ulteriori modalità cooperative/competitive e dalla ricerca di tutti i tarocchi, sebbene il replay value della campagna principale non sia elevatissimo. Dotato di un discreto impianto tecnico e di atmosfere volutamente disturbate, il nuovo Painkiller è un prodotto consigliato per chiunque sia alla ricerca di un “FPS antistress” dove fraggare mostri su mostri con abilità e senza preoccuparsi di un gameplay troppo stratificato o profondo.

7

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