Recensione Planet of the Eyes

Alla scoperta dell’opera sci-fi del team indipendente Cococucumber, un cinematic platform dallo stile grafico accattivante che attinge a piene mani dalla formula di gameplay di LIMBO.

Versione analizzata: PC
recensione Planet of the Eyes
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  • Pc
Andrea Fontanesi Andrea Fontanesi sceglie (in)consapevolmente di votarsi al videogioco fin dalla più tenera età, quando, negando alla madre il piacere popolare della prima parola dedicata, pronuncia un “Ma” pregno di speranza assieme a un “rio” assai meno poetico. Crescendo si lascia sedurre dal fascino della scrittura per infine realizzare, dopo ben ventisei anni, che le due passioni, quando si compenetrano, sono in grado di donargli enormi soddisfazioni. Strenuo sostenitore dello sperimentalismo audiovisivo, nutre da sempre un sano interesse per il cinema d’animazione, ed è inoltre profondamente legato all’arte del doppiaggio, che pratica tutt’ora a livello amatoriale.

Precipitati rovinosamente sulla superficie di un pianeta sconosciuto, e dopo aver divelto lo sportello della capsula di salvataggio, veniamo accolti da una voce registrata che ci avvisa di essersi allontanata da quel che resta dell'astronave prima del nostro risveglio con lo scopo di cercare altri superstiti, e ci prega infine di raggiungerla al più presto. Noi vestiamo i panni di un robot monocolo, forse ancora in fase prototipica, a giudicare dall'aspetto squadrato e un po' antiestetico; la voce, invece, appartiene al nostro sedicente creatore. È bene non aspettarsi piroette narrative da Planet of the Eyes. A parte il riuso di alcuni tropi classici della fantascienza moderna -il rapporto uomo-macchina, la scoperta di un nuovo mondo extraterrestre-, l'ultima fatica del piccolo team Cococucumber sceglie di accantonare una cifra diegetica forte e ramificata a favore, invece, delle poche e frammentarie testimonianze audio recitate da colui che, all'apparenza, sembra aver abbandonato il proprio figlioccio cibernetico a una sorte disgraziata. Non è un caso allora che, ricacciando forzatamente il linguaggio verbale nelle retrovie, gli sviluppatori si siano affidati a un filone, quello dei cinematic platform, che, da Another World in poi, ha sempre vissuto di una comunicazione perlopiù silenziosa e immaginifica. Che è poi, come vedremo, uno degli aspetti più interessanti di questa produzione a basso budget.

Colours of the Unknown

Anche in Planet of the Eyes, dunque, troviamo tutti gli elementi che hanno reso questo particolare sottogenere così elegante e fascinoso agli occhi di tanti appassionati del balzo tra piattaforme. Il robottino protagonista avanza lateralmente con andatura lenta e regolare, e comandarlo, pad o tastiera alla mano, è quanto di più immediato si possa desiderare. Difatti, oltre ai comandi direzionali, il sistema di controllo prevede solamente due input, con un primo tasto adibito al salto e un secondo per l'interazione generica, da utilizzare perlopiù per trascinare gli ingombri posti qua e là sul sentiero e tirare leve connesse a certi meccanismi a tempo. La progressione è quasi esclusivamente legata alla precisione del platforming e alla risoluzione di piccoli puzzle ambientali, ed è visivamente assoggettata da un movimento parallattico volto a mostrare gli oggetti in primo piano dinanzi a un vasto background in 2D che muta armoniosamente di pari passo con l'incedere del personaggio. Si passa da una sezione del pianeta alla successiva con grande fluidità scenica, in un sistema di fantasmagorie sostenuto in prima battuta da un art design personale e particolarmente gradevole allo sguardo. L'impressione ricorrente, nell'arco dell'intera avventura, è di trovarsi a rimirare un quadro futurista in moto continuo, dove l'impiego attento della palette cromatica gioca un ruolo cardine nell'iniettare carattere a luoghi sempre ben riconoscibili e, nel contempo, accomunate dal medesimo fil rouge stilistico. Che si tratti di bianchi prati avvolti da un cielo azzurro rassicurante, notti buie tinte di un viola profondo, fiumi di lava aranciata o freddi interni artificiali, gli ambienti sprigionano dalle quinte colori netti e brillanti, che convivono in un lavoro scenografico che vira verso un minimalismo di forme e modelli piuttosto marcato. Il titolo non manca insomma d'atmosfera, che si densifica infine con l'ausilio di una soundtrack che ben si confà all'esperienza audiovisiva proposta. I brani, a metà tra la musica ambientale e quella elettronica, si sposano con convinzione all'alternanza delle immagini su schermo e al generale ritmo del (video)racconto, chiudendo il cerchio su un'esperienza evidentemente orientata al piacere audiovisivo e a un generale relax dei sensi.

Purgatorio cosmico

È difficile giungere al termine di Planet of the Eyes senza aver ragionato almeno per un momento su quanto, manto estetico a parte, il titolo abbia in comune con LIMBO, che dei nuovi giochi di piattaforme cinematici, non a caso, è ormai baluardo unanimemente riconosciuto. L'osservazione più scontata scaturisce fin dall'istante in cui dovremo iniziare a prender confidenza con il nostro assistito sintetico, il cui marciare ricorda subito quel passo incerto e un po' impacciato che nel 2010 portò un bambino con occhi puntiformi ad attraversare le lande spettrali di setting mai pienamente messi a fuoco.

L'impressione di familiarità diventa poi certezza sperimentando i rompicapi orditi dal team di sviluppo, molti dei quali riciclati palesemente dal succitato capolavoro in scala di grigi e trasposti senza eccessi creativi dentro l'universo sci-fi qui inscenato. Riportando in questa sede soltanto l'esempio più lampante a favore di tale tesi, non si farà fatica ad affrontare l'insetto alieno che ci sbarrerà la strada a metà playthrough con il medesimo modus operandi usato per superare quel mostruoso ragno gigante in silhouette che tanti appassionati del genere di sicuro ricorderanno -e non senza un pizzico d'inquietudine. Soluzioni di game design ben poco originali non sono inoltre controbilanciate da un livello di sfida sufficientemente tangibile. Meglio dimenticare quel trial & error impegnativo ma virtuoso saggiato nel viaggio in purgatorio di Playdead: qui i tentativi per risolvere ciascun enigma si riducono spesse volte a una manciata scarsa, conseguenza, oltretutto, di un design dei livelli non particolarmente brillante in termini strutturali. Per intravedere qualche puzzle un po' più elaborato bisogna varcare la soglia della prima ora di gioco, il che, considerando la durata complessiva dell'esperienza, non è poi una notizia così felice. Per conoscere il destino del protagonista non serve più di un'ora e mezza, tempo che un replay value inesistente non permette di prolungare e che infine porta con sé soltanto il ricordo di un'avventura fatta di buone premesse ma di ben poca sostanza ludica.

Planet of the Eyes Planet of the Eyes sceglie consciamente la via della sintesi a tutto tondo, dimostrando però il valore della propria offerta solo trasversalmente. Se l’estetica minimal che ammanta la produzione sfoggia sufficiente personalità grazie a una ricerca artistica fine e riconoscibile, diventando di fatto motore dell’intera esperienza, è invece l’impianto ludico a scadere sovente nell’eccessiva vacuità, troppo derivativo e perlopiù incapace di sostenere una sfida puzzle-platform interessante lungo il -pur breve- sviluppo della vicenda. Se accettato nel suo svolgimento lineare e rilassato, il titolo sa comunque essere perlomeno gradevole, complice una realizzazione tecnica senza crepe, seppur scevra di dinamiche realmente rilevanti. Chi è solito apprezzare il genere oltre ogni forma di semplicismo o limite di durata potrebbe comunque concedere un’opportunità a questa piccola opera fantascientifica; altrimenti, il rischio d’incappare in un prodotto che impiegherà poco a scivolar via da dita e mente di chi fruisce è invece dietro l’angolo.

6.5

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