Recensione Project Root

Uno sparatutto che sacrifica lo scorrimento inquadrato per trasformarsi in Open World. Mesi dopo la release su PC, il team argentino OPQAM porta la sua proposta su Ps4. Purtroppo...

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Project Root
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PSVita
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Marcello Marcello "Pavo" Paolillo è videogiocatore da sempre, e da anni critico del settore; ha scritto e scrive attualmente su diverse testate online dedicate ai videogames e al cinema, passando anche per i fumetti. Pavo non è il suo nome anagrafico; ma è sicuramente il suo nome vero. Lo trovate su Facebook e Twitter.

Se siete giocatori PC, potreste già aver sentito parlare di Project Root. Il titolo di OPQAM è infatti apparso diversi mesi fa sul catalogo Steam, per la gioia degli amanti degli shooter vecchia scuola (se preferite, chiamateli SHMUP) a cui si rifà candidamente, senza troppi complimenti. E se il genere degli sparatutto a scorrimento è una tipologia di gioco che difficilmente ha saputo evolversi negli anni, al di fuori di qualche timido tentativo apprezzato dagli appassionati (Resogun su tutti, grazie al suo incredibile algoritmo grafico), Project Root cercava di cambiare un po' le carte in tavola ampliando le possibilità ludiche dell'offerta senza stravolgere il concept di base. E per farlo, i programmatori argentini avevano ben pensato di spezzare la linearità tipica del genere di appartenenza, con una struttura a mondo aperto, offrendo un gameplay che strizzava l'occhio ad alcuni classici del passato, ma con la giusta dose di modernità. Se infatti alcuni vecchi sparatutto in 2D come ad esempio gli storici 1942, Raiden o Xevious erano scanditi da una linearità obbligatoria e fossilizzante per il gameplay, il pubblico PC poteva finalmente sperimentare un nuovo tipo di approccio, a tutti gli effetti quello di uno shoot 'em up open world, seppur con una campagna principale basata su livelli separati.
Ora, Project Root è disponibile anche per le console casalinghe di nuova generazione, tra cui PlayStation 4: scopriamo quindi se un semplice titolo indie è realmente in grado di dare uno scossone al genere con il suo carico di novità, o se abbiamo di fronte per l'ennesima volta un vano tentativo di rinfrescare un genere videoludico ormai ristagnante da troppi anni.

TRECENTOSESSANTAGRADI DI AZIONE

Come accennato poche righe più in alto, Project Root arriva su console ad un anno esatto dalla versione Steam, e sin dall'avvio del gioco in questa sua nuova incarnazione per PS4 poco o nulla sembra cambiato. A partire dalla "trama" (le virgolette sono d'obbligo) che propone una scusante per salire a bordo delle avanzatissime navicelle F-72 Zonda, nel tentativo di salvare la terra dalla minaccia dell'apparentemente benefica società energetica nota come Prometheus Corporation, capeggiata dall'ambiguo (e per nulla ben intenzionato) Demetrio Watts. Insomma, niente più che un pretesto bello e buono per dare il via ad un susseguirsi di missioni incentrate sull'eliminazione costante dei nostri avversari. Spesso e volentieri dei dialoghi dal tratto fumettistico interverranno a schermo per aggiornarvi su cosa accade e perché, ma sarete davvero troppo impegnati a sparare a tutto ciò che si muove per seguire la narrazione in modo convincente. La campagna principale è basata su stage singoli, ma nel complesso il giocatore si troverà all'interno di aree decisamente grandi con diversi obiettivi da portare a termine, come ad esempio il disattivare scudi, eliminare specifiche tipologie di nemici o attivare interruttori e marchingegni sparsi per i vari schemi di gioco (una piccola mappa e delle frecce ci indicheranno costantemente i nuovi obiettivi a disposizione). Con la nostra navicella saremo quindi chiamati ad andare da una parte all'altra degli stage a nostro piacimento, per completare nel minor tempo possibile ogni compito che ci verrà assegnato man mano che avanzeremo nell'avventura.
La peculiarità di Project Root è quindi tutta nella non linearità del gameplay, incluso il sistema di controllo con cui ciò avviene: il nostro velivolo è pilotabile con la levetta analogica sinistra, mentre coi tasti dorsali L e R potremo sparare missili sia destinati ai nostri avversari d'aria che di terra. Il tutto con la possibilità di muoversi a 360°, senza alcuna linearità di sorta. Ciò vuol dire che a differenza dei tradizionali sparatutto Arcade, in cui dovevamo preoccuparci solamente degli avversari che ci si paravano dinanzi, qui dovremo spesso guardarci le spalle, indietreggiando o addirittura effettuando veri e propri "testacoda" con la nostra astronavicella, esattamente come fossimo alla guida di un veicolo in un titolo open world qualsiasi.

Se da un certo punto di vista questa caratteristica è sicuramente inedita per il genere, dall'altra non potrà che creare qualche scompenso sin dal primo minuto: spesso, infatti, venire attaccati da ogni direzione vorrà dire non essere sempre in grado di difendersi o evitare i missili avversari. E non si tratta di una questione di bravura o manualità sull'essere in grado di schivare i colpi al momento giusto, ma proprio dell'impossibilità di stare al passo con un ritmo di gioco decisamente caotico. Soprattutto considerando anche il frustrante livello di difficoltà, con missioni che possono durare addirittura un'ora (prive tra l'altro di checkpoint o salvataggi liberi), ed il fatto che la posizione della nostra astronave è situata davvero troppo in basso sullo schermo per poter prevedere gli attacchi provenienti dalle zone sottostanti. Tradotto: la maggior parte dei Game Over non saranno colpa del giocatore. Chiaramente, finite le tre vite messe a disposizione si torna senza pietà al punto di partenza. E ciò è decisamente frustrante.
Ogni schema di gioco in Project Root permette tre varianti di difficoltà, ognuna delle quali restituirà una serie di punti XP utili per le classifiche e spendibili successivamente in una serie di migliorie per la propria navicella (come velocità, potenza di fuoco, difesa e manovrabilità), essenziali se si vuole provare a rimanere vivi il maggior tempo possibile, inclusi i tradizionali power-up da recuperare sul campo entrando semplicemente a contatto con loro (chi non adora vedere i proiettili della propria navicella passare da 2 a 4 in un batter d'occhio o sparare una moltitudine di missili in direzione di un singolo nemico?).

E come il gameplay, che a conti fatti appare decisamente spigoloso ed imperfetto, anche il comparto tecnico di Project Root mostra tutta l'inesperienza del team argentino, non tanto per la risoluzione utilizzata (1080p a 60 fotogrammi al secondo quasi sempre costanti), quanto per la resa estetica generale. Sia il look delle F-72 Zonda a disposizione del giocatore, che delle navicelle avversarie, così come quello delle strutture meccaniche e non che compongono le varie location, sembrano scopiazzate un po' qua e un po' la da alcuni grandi classici del passato, peccando di stile e personalità. Anche tutta la serie di effetti speciali legati alle esplosioni dovute all'impatto di missili, proiettili e laser sembrano usciti più da un titolo a 32 bit piuttosto che da un gioco sviluppato negli ultimi anni, inclusi ovviamente anche la componente audio e la partitura musicale, quest'ultima priva di tracce significative capaci di rimanere in mente per più di 5 minuti. Per non parlare della presenza di alcuni bug fastidiosissimi (come la sparizione improvvisa di elementi dello scenario) e di scelte estetiche di design che vanno a inficiare non solo sulla resa grafica, ma anche sulla giocabilità (uno tra tutti lo schema innevato, in cui sarà letteralmente impossibile distinguere i colpi lanciati dai nostri avversari dal resto del fondale).
Infine, è importante sottolineare che oltre alla modalità principale per utente singolo, Project Root non presenta altre opzioni di gioco, incluse chiaramente quelle multigiocatore. Dimenticate anche una qualsiasi localizzazione in italiano (il titolo OPQAM è infatti disponibile sul PSN solo ed esclusivamente in lingua inglese), nonostante perlomeno sia stato incluso il cross buy su entrambe le piattaforme Sony.

Project Root Project Root sulla carta è quello che i fan aspettavano da anni, ossia uno SHMUP classico ma con una struttura open world, dove le missioni possono essere completate nei modi e nei tempi che più ci aggradano. Peccato però che oltre alla vincente idea di base, del titolo sviluppato dai ragazzi argentini del team OPQAM rimanga ben poco: un level design ridondante, una cronica mancanza di salvataggi e checkpoint in missioni che possono durare anche più di un'ora, un comparto grafico costellato da bug e glitch imbarazzanti oltre ad un livello di difficoltà davvero troppo elevato, persino per gli appassionati più incalliti del genere. Davvero uno spreco, considerando che dalla prima release su Steam gli sviluppatori avrebbero tranquillamente avuto tutto il tempo necessario per correggere i grossolani difetti di produzione, che minano anche questa ultima versione del titolo su console di nuova generazione. Esattamente come un anno fa, un gioco vittima delle sue stesse ambizioni.

4.5

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