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Psychonauts in the Rhombus of Ruin Recensione

Psychonauts in the Rhombus of Ruin per PlayStation VR è un delizioso antipasto in Realtà Virtuale in attesa dell'arrivo di Psychonauts 2...

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Psychonauts in the Rhombus of Ruin
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PS4
Andrea Dresseno Andrea Dresseno ha iniziato a giocare alle elementari, prima a scrocco, poi si è reso autonomo. Scrive di videogiochi da quasi vent'anni, ma nel mezzo ci sono state alcune pause di riflessione: durante una di queste ha dato vita all'Archivio Videoludico, per cui ora si dedica anche alla conservazione del medium. Si dice sia nintendaro, ma non esistono prove. Lo trovate su Facebook.

Non ho mai amato l'ironia di Tim Schafer, per quanto riconosca le incredibili doti professionali del game designer californiano. La qualità della sua scrittura, per l'ambito videoludico, è decisamente sopra la media e non di poco. Voglio dire, come puoi non inchinarti di fronte a uno che ha creato e/o messo lo zampino in opere come The Secret of Monkey Island, Day of the Tentacle, Grim Fandango, Full Throttle? Non puoi, punto. Tim Schafer è uno bravo, un autore nel vero senso del termine: ogni sua opera mostra evidente una poetica ben precisa, che ritorna di volta in volta con differenti declinazioni.
Psychonauts, nel calderone dei suoi giochi, è un po' il brutto anatroccolo. Acclamato dai giocatori, non ha però mai raggiunto la popolarità dei titoli sopraccitati. Gli hardcore gamer lo trattano con doveroso rispetto; a cena dagli amici, tuttavia, quando si tratta di rivangare i vecchi tempi, si finisce sempre a parlare di pirati e scimmie a tre teste. La psicanalisi nei videogiochi non tira quanto la pirateria. Psychonauts è una gemma di nicchia e va bene così: i nerd sono gelosi dei propri tesori.

Nel bel mezzo del cammin

Gli stessi nerd che attendono con ansia il seguito delle avventure di Raz, previsto per il 2018. Nel frattempo, visto che i nerd in questione si saranno già trastullati n volte col primo episodio, Double Fine Productions ha pensato bene di alleviare la sofferenza con un divertissement d'intermezzo. Un titolo che sta a metà strada tra il primo e il secondo episodio e che ha inizio proprio dopo la conclusione del primo Psychonauts. Niente spoiler, promesso.

Non un platform, come sarebbe naturale aspettarsi, ma un'avventura grafica pensata per la realtà virtuale in esclusiva per il visore Sony. Dispiaciuti? Non dovreste, perché Psychonauts in the Rhombus of Ruin è un'avventura deliziosa. Che dura circa due ore, è bene dirlo, ma che sfrutta egregiamente il visore dimostrando piena consapevolezza sia dei limiti della realtà virtuale, sia dell'importanza di adattare il gameplay al nuovo contesto.

Di testa in testa

Vestiti nuovamente i panni di Raz, il giocatore si ritrova a guardare il mondo attraverso gli occhi del giovane Psychonauts. E non solo i suoi, visto che Raz ha un potere non indifferente: tramite la chiaroveggenza può entrare nelle menti altrui, modificando il proprio punto di vista e la percezione del mondo. Persino leggere i pensieri degli altri. La grande qualità del primo episodio risiedeva non solo nei divertenti dialoghi, ma anche nella visionarietà del mondo di gioco. Ogni livello era la rappresentazione (spesso surreale) di una mente contorta.

La premessa narrativa giustifica l'immobilità di Raz, che non deve spostarsi fisicamente ma può benissimo modificare il proprio punto di vista muovendosi di testa in testa, di creatura in creatura. La motion sickness viene così azzerata ma la meccanica risulta pertinente col contesto. Al giocatore basterà guardare un personaggio per "possederlo" e spostarsi di luogo in luogo. I poteri di Raz non finiscono qui. Raz può muovere gli oggetti (dopo averli agganciati col grilletto sinistro, si possono spostare tramite movimenti della testa combinati con lo stick); può sparare un raggio di fuoco o surriscaldare lo scenario, tutto attraverso la propria psiche.

Rombi virtuali

Motore della trama di Rhombus of Ruin è la sparizione del babbo di Lili, Truman Zanotto. Rapito da chissà chi e portato chissà dove. Ovvio che quel dove è il luogo in cui finirete ben presto. Trattandosi di un'avventura grafica, l'obiettivo principale è risolvere una serie di enigmi ambientali attraverso l'uso dei vostri poteri, poteri che dovrete progressivamente riguadagnarvi non vi dico perché. Sebbene la progressione generale sia lineare, ogni singola location consente approcci differenti. L'esplorazione è "limitata" ai punti di vista delle creature senzienti presenti nello scenario: ne nasce una rete mentale che, quasi fosse una struttura ad albero, vi consente di perlustrare le location in cerca di indizi.

Il gioco mostra chiaramente di essere stato costruito intorno al visore e mi chiedo perché non vengano realizzate più spesso avventure simili. Dopo Batman VR, si tratta di un ulteriore esempio che evidenzia quanto il genere ben si adatterebbe alla realtà virtuale. Nel caso di Batman l'utilizzo dei Move donava una maggior "fisicità" all'interazione, ma Rhombus of Ruin dimostra che anche pad alla mano si possono creare esperienze gratificanti.

Buon sangue non mente

Rhombus of Ruin funziona perché è un gioco sia intelligente (e qui lo zampino di Schafer si vede), sia caratterizzato da una direzione artistica molto piacevole: colorata, lontana dal fotorealismo, eppure solida e ispirata. Davvero bello, retrò. Viene ripreso in pieno lo stile del primo Psychonauts. Nella parte finale dell'avventura l'utilizzo del visore viene persino tematizzato e diegetizzato, in una sequenza incredibilmente riuscita e narrativamente perfetta.
Potreste rimanere un po' titubanti di fronte al prezzo: 19 euro sono tantini per due ore gioco. Dovrete inoltre accontentarvi dell'inglese, anche per i sottotitoli. Sarebbe tuttavia un peccato non dare a questo episodio di mezzo lo spazio che merita.

Psychonauts in the Rhombus of Ruin Psychonauts in the Rhombus of Ruin è un antipasto delizioso in attesa di mettere le mani su Psychonauts 2. Non è un platform-adventure, sia chiaro, bensì un'avventura grafica rivista in ottica virtuale (un po' come Batman VR). L'abile mano di Tim Schafer si nota: nei dialoghi scritti con cura e intelligenza, nella direzione narrativa e artistica. L'uso del visore non è fine a se stesso, ma giustificato dal punto di vista del racconto e ben inserito nel contesto delle meccaniche di gioco. Peccato per l'esigua durata in relazione al prezzo - l'avventura si può portare a termine in un paio d'ore - ma non c'è nulla che cambieremmo in questo Rhombus of Ruin: si rischierebbe di alterarne l'equilibrio sopraffino.

7.8

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