Recensione Rayman Origins

Rayman non è mai stato così in forma

Rayman Origins

Videorecensione
Rayman Origins
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Wii
  • Ps3
  • 3DS
  • PSVita
  • Pc
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Rayman è sempre stato l'eterno secondo. Nonostante le prime avventure della “melanzana” Ubisoft abbiano riscosso un eccezionale successo di pubblico e critica, nel cuore dei videogiocatori l'icona del Platform è rimasta soltanto una, con tanto di baffi e salopette rossa.
Vittima forse di questo strano “complesso d'inferiorità”, il figlio videoludico di Michael Ancel si è decisamente lasciato andare, sprofondando in un baratro fatto di episodi sempre meno indovinati, fino al disastro totale. Rimpiazzato dai conigli che aveva lanciato sulla bianca console Nintendo, Rayman è sparito dai radar. Finchè, dal nulla, non è spuntato questo Origins: un platform bidimensionale intenzionato a ripartire da zero, proponendo finalmente dinamiche di gioco rispettose delle origini del personaggio. Il titolo ha incuriosito fin da subito gli addetti al settore, soprattutto per gli indubbi meriti di uno stile sempre sopra le righe, sublimato da un tratto delicato e da una maniacale cura per il dettaglio. Ma ben oltre la bontà del comparto visivo e sonoro, non ci saremmo aspettati di scoprire uno dei migliori platform game di questa generazione. Dotato di un level design a dir poco eccezionale, creativo e sempre divertente, Rayman Origins surclassa molti dei congeneri usciti di recente, tornando a dialogare con la generazione di Yoshi's Island e Donkey Kong. Brillante dall'inizio alla fine, tesissimo e sempre attento a lasciare al videoplayer il pacere della scoperta, Rayman Origins è un titolo magnetico, da non lasciarsi sfuggire.

La bellezza dell'essenziale, il brivido del nuovo

Rayman e i suoi compari non sono proprio il massimo dell'eleganza. Il loro rumorosissimo riposo, fra ronfate trionfali e grugniti da pisolino pomeridiano, rimbomba così forte da scuotere la terra, disturbando i reami scuri degli appiccicosi non morti. Funestati da un dispettoso mal di testa, i pallidi abitanti del sottosuolo decidono di invadere “il piano di sopra”. Comincia così il viaggio di Rayman e compagni, attraverso gli oltre sessanta livelli che compongono l'avventura principale.
Scesi in campo, Rayman Origins si presenta come un platform che più classico non si può: c'è solo il pulsante adibito al salto, un attacco di base, e la possibilità di mettersi a correre (insolitamente affidata al grilletto destro). Fin da subito, quindi, è palese che il titolo voglia puntare soprattutto sul level design, lasciando che attorno all'esile scheletro del gameplay si accumuli la sostanza creativa di ogni stage. Le prime scaramucce con il mondo di gioco evidenziano un approccio che mira a valorizzare il culto della piattaforma, con plance semoventi e muri contro i quali rimbalzare. Inizialmente la presenza di nemici mette leggermente in difficoltà: c'è bisogno di metabolizzare le reazioni e i tempi d'attacco del protagonista, mentre gli avversari colpiti si gonfiano e fluttuano in aria, per permetterci eventualmente di rimbalzare sui loro corpi una seconda volta.
Una volta presa confidenza con un control scheme comunque responsivo e preciso, Rayman comincia a svelare la sua sostanza nascosta. Arrivare alla fine del livello, inizialmente, è questione di poco. Ma fin da subito Origins mette le cose in chiaro: per attraversare gli stage di gioco, c'è modo e modo. Terminando semplicemente il livello si potrà liberare soltanto uno degli Electoons, i buffi animaletti rosa che sono stati imprigionati dai non morti. Ma disseminati negli schemi, nascosti dietro ai cespugli, si trovano i Lum, esserini fluorescenti che alla fine dello stage permettono di conquistare fino a due Electoons aggiuntivi, oltre che una medaglia che sancisce il completamento definitivo dello stage. Fin da subito, raccogliere i Lum necessari per concludere al meglio lo stage è un'impresa davvero titanica. Il compito richiede attenzione ai dettagli e prontezza di riflessi, nonché una capacitò di coordinazione che va affinata schema dopo schema, con lo studio meticoloso della conformazione architettonica. Di tanto in tanto, è possibile raccogliere dei Lum più grandi, che periodo di tempo limitato raddoppieranno il valore di tutte le ulteriori “lucciole” raccolte. Così come accade per le celebri monete rosse di Super Mario, il giocatore deve quindi compiere le sue vorticose acrobazie aeree, seguendo il “flow”, per massimizzare il punteggio, sperando di arrivare alla fine con una sacca strabordante di Lum. Uno dei punti di forza di Rayman è che fin da subito coinvolge il giocatore in questa “caccia” spietata, utilizzando gli Electoon accumulati per sbloccare nuovi personaggi e stage aggiuntivi. Non c'è mai un momento in cui la priorità del videoplayer è semplicemente quella di “finire il livello”, ed anzi di rimbalzo in rimbalzo si cerca sempre di assecondare le trovate di un level design “stratificato”, che traccia strade invisibili e corsie prioritarie all'interno delle già articolate strutture dei livelli.
Terminare gli stage con punteggi elevati, guadagnarsi la medaglia che testimonia l'eccellenza della prestazione, riempie di una soddisfazione veramente indescrivibile.
Proseguendo nei livelli, poi, Rayman Origins si trasforma progressivamente, aggiungendo alla formula di base nuovi elementi. Nel primo stage di ogni mondo si liberano delle Ninfe, che ci infondono nuovi poteri. Librarsi nell'aria planando lentamente, correre sui muri, immergersi nelle profondità degli oceani, sono possibilità che si incontrano felicemente con le soluzioni creative del team di sviluppo, che non interrompe mai la meraviglia della scoperta.

Uno dei dubbi che le numerose prove non erano riuscite a scacciare riguardava l'effettivo coefficiente di difficoltà del titolo. In effetti Rayman Origins non si distingue certo per la difficoltà elevata. Ogni livello è suddiviso in diverse stanze, e ogni disattenzione che costi la vita al protagonista impone di ricominciare dall'ultimo “checkpoint”. Se Ubisoft avesse avuto il coraggio di inserire delle “vite”, riportando all'inizio dello stage al loro esaurimento, Rayman: Origins sarebbe stato probabilmente un titolo ancora più stimolante, impegnativo e spinoso. Ma anche così, come si è già detto, non manca un elevato grado di sfida: massimizzare i risultati in ogni sezione dello stage è il primo imperativo, e se non bastasse alcuni dei livelli finali sono davvero machiavellici. Ci sono stage in cui è necessario correre all'impazzata, affidandosi al colpo d'occhio e ai riflessi per evitare ostacoli e scivolare morbidamente lungo le depressioni ghiacciate, schizzando in aria al momento opportuno. Ci sono i classici schemi in cui si cavalcano per lunghi minuti piattaforme semoventi, evitando gli ostacoli che ci corrono incontro. Ci sono cervellotici ingorghi di tubi e ingranaggi, e profondità marine ricchissime di insidie.
A livello concettuale, la varietà di Rayman Origins ha davvero pochi paragoni. Il titolo riesce finalmente a creare un parallelo con l'epoca d'oro dei platform a 16 Bit, recuperando, smontando e ricostruendo la loro iconografia.
Ad impreziosire quest'opera così ben costruita, troviamo anche aree segrete (due per ogni livello), ed un'infinità di monete nascoste negli angoli più impensati, da recuperare esibendo le proprie doti di provetti “platformer”.
E' bellissimo scoprire infine sequenze da scrolling shooter, in cui a bordo di un piccolo moscerino volante dovremo attraversare cieli ricolmi di insidie. Le dinamiche di gioco di questi frammenti (uno in ogni Stage) riescono a risultare ben integrate nella struttura complessiva, senza che la componente da “sparattutto” diventi mai prioritaria, rispetto alla necessità di mantenere una evidente mobilità, schivando a bruciapelo le trappole disseminate in questi stage.
Un po' di disappunto si prova quando si è portati a credere che queste sequenze sostituiscano di fatto i Boss di fine livello. Fortunatamente, proprio quando si credeva di esser giunti alla fine, Rayman Origins stupisce tutti e sblocca un'enormità di stage aggiuntivi, che finalmente culminano in rapidi ma stimolanti Boss Fight dal sapore antico.
Il platform firmato Ubisoft, insomma, è un concentrato di soluzioni ardite e livelli ben congegnati; un'opera sempre stimolante e vivacissima, che stuzzica ogni tipologia di videoplayer, dai più esperti ai meno impratichiti con il genere d'appartenenza. Nel suo continuo tributo all'epoca d'oro di Donkey Kong e Yoshi's Island, non c'è da leggere una standardizzazione. Anzi, il titolo riesce a trovare un suo spazio, proponendo dinamiche di gioco che mostrano carattere ed una loro spiccata originalità. Puntando molto sul senso del ritmo, sul tempismo, sulla cadenza misurata e regolare dell'avanzamento, Origins esplora in certi casi nuove soluzioni, senza dimenticare altre volte che anche la semplicità e l'essenzialità sono valori da salvaguardare.

Fascinazioni eteree

Il comparto artistico di Rayman Origins è semplicemente sublime. Un capolavoro visivo e sonoro che resterà negli annali del videogioco, e che di colpo si colloca fianco a fianco ai grandi capolavori di Rare e Nintendo.
Origins è il primo titolo a sfruttare il motore UbiArt Framework, che permette agli artisti di lavorare in totale libertà sui modelli e sulle silhouette dei personaggi. Visiti i risultati ottenuti, siamo sicuri che il tool diventerà un nuovo standard. Lo stile con cui sono disegnati i vari personaggi è semplicemente esplosivo, vibrante, attraversato da mille correnti e da altrettante contraddizioni. Il vivace rigoglio dei colori accesi, il tratto isterico e spiritoso che non nasconde le leggere deformità delle sagome, risalta in ogni frame d'animazione. Quando Rayman nuota dolcemente nelle acque tranquille, evidentemente pervaso da una gioia primordiale, o quando - colpito all'improvviso - s'attorciglia e si gonfia mostrando tratti inaspettatamente grotteschi. Lo stesso vale per tutti i personaggi giocabili, ma ancora di più risalta il lavoro di caratterizzazione dei fondali e degli elementi che compongono i livelli. Bellissimi e dettagliati, gli artwork compongono una scena che è sempre intrigante, misteriosa, riuscendo con sagacia a giocare con il canone immaginifico del platform. Lo stile dei livelli, in Origins, è a metà fra il classico e il moderno. All'inizio le pianure verdeggianti sembrano abbastanza usuali, finchè al loro interno non si scoprono grotte più cupe e rovine coperte d'edera. Ma è a partire dal secondo mondo che tutto cambia. Il deserto in cui veniamo precipitati è interamente musicale: dalla sabbia spuntano le pelli tese dei tamburi tribali, e sui pentagrammi che quasi magicamente vengono tracciati in cielo, si posano tucani e uccelli canterini. I pilastri e le piattaforme ricordano la sagoma di oboi e ottoni, e sulle corde tese si propagano vibrazioni sonore.
Più avanti, il titolo continua a giocare coi clichè: fra i livelli non manca ad esempio “quello della neve”, o quelli accesi dal rosso delle fiamme che potrebbero essere quelle di un vulcano. Eppure, Origins li raccoglie in un unico mondo, tutto dedicato alla delizia del cibo: da una parte un'enorme ghiacciaia in cui si conservano scatolette di cibo o si preparano i cubetti per i drink, dall'altra una gorgogliante cucina in cui bollono pentoloni e serpentine da forno.
I momenti in cui ci si inabissa nelle profondità dell'oceano, nuotando fra strani organismi fluorescenti e meduse, spugne e pesci spada, sono fra i più riusciti della produzione, e riescono a raggiungere le fascinazioni degli stage subacquei dei vecchi Donkey Kong. E proprio da quest'ultimo sembra essere ripreso anche un tema “piratesco”, tutto pontili e cannonate.
Proprio quando le gioie del profilo artistico sembravano esaurite, Rayman stupisce d'un tratto con inediti livelli meccanizzati, o fughe nei cieli carichi di nuvole nere. Dal punto di vista artistico, insomma, per qualità dei fondali e verve creativa, Origins appare come una miniera inesauribile, avvicinandosi di diritto a quello che probabilmente è il platform più bello della storia del genere: Yoshi's Island.

Ma l'apoteosi del prodotto è senza dubbio il comparto sonoro. Da una parte troviamo i temi musicali, di una varietà esorbitante. Orecchiabili, corali, ben caratterizzati, sono delle vere e proprie melodie in miniatura, in cui gli strumenti si sovrappongono e dialogano. Alcuni temi sono semplicemente memorabili, e nei vari stage le musiche si alternano con prontezza ed efficacia. Sguazzando nelle acque costiere si sentono note spensierate e vivaci, che si ammorbidiscono appena ci si immerge più a fondo, smussate dalla pressione e dal buio, quasi malinconiche. Ci sono pezzi dal sapore Country che accompagnano le nostre “fughe”, marcette dal ritmo acceso, brani accompagnati da una voce sintetica e gorgogliante che ricordano quelli -bellissimi- del mai dimenticato Loco Roco.
L'aspetto più esaltante è tuttavia il dialogo musicale a cui partecipano tutti gli elementi dello scenario, formando di fatto una sinfonia dinamica. I martelli che picchiano sul nudo metallo, le corde che vibrano a intermittenza, diffondendo note che si accendono e si spengono, i tamburi su cui rimbalziamo e gli stessi Lum, che rilasciano una nota diversa a seconda dell'altezza a cui sono posizionati, sono tutti elementi che vanno a costruire un sottofondo mobile, vivo, in grado di avvolgere il giocatore e tutti i suoi gesti. Dopo Mario Galaxy, insomma, un altro platform torna a lavorare con la musica, creando una connessione mai così forte fra azione e suono.
Co-Op?

A Rayman Origins è possibile giocare anche in quattro. Il multiplayer cooperativo, che supporta il Drop-In / Drop-Out, non è però uno degli aspetti più riusciti della produzione. La scena può diventare decisamente confusionaria, anche perchè molti dei personaggi selezionabili sono simili fra di loro. Il fatto che sia possibile colpire i compagni oltre che i nemici rende le partite molto delicate, e senza una notevole consapevolezza del sistema di controllo e del level design, il rischio è quello che il titolo risulti frustrante, più che divertente. Giocando in due, ma a patto che entrambi gli utenti abbiano accumulato una buona dose di esperienza nei livelli di gioco, si riesce a gestire la situazione, in certi casi addirittura moltiplicando le soddisfazioni per la buona riuscita di un tratto ben coordinato. Ma con quattro personaggi a schermo Origins rischia di diventare l'apoteosi della confusione.
Poco male: il titolo è così ricco di contenuti che non c'è davvero bisogno di allungare la longevità con il multiplayer. Basta ad esempio la presenza delle prove a tempo per soddisfare i più esigenti. Con l'assillo del timer i livelli vanno percorsi con un'attenzione tutta differente, tralasciando i Lums e pensando alla perfezione dei salti. Una sfida sicuramente entusiasmante.

Rayman Origins Rayman Origins è un platform che merita di diritto un posto accanto ai grandi esponenti delle vecchie generazioni. E' un capolavoro di stile, in cui musica e disegno servono ad esaltare un level design vario e intrigante, ricchissimo di soluzioni brillanti e senza cali: serrato ed eccentrico fino alla fine. E' un titolo stratificato, che può essere giocato a più livelli; ora concentrandosi sulla rapidità e sulla prontezza di riflessi, ora cercando di raccogliere i Lum, reagendo d'un colpo agli indizi disseminati negli stage. E' anche un titolo che applica anzitutto la grammatica essenziale dei platform, rispettandone le regole fondamentali, salvo poi lanciarsi in spericolate sperimentazioni e virtuosismi, in nome della varietà e della diversificazione. Dialogando con il canone coreografico del platform bidimensionale, Origins imbastisce un discorso creativo inesauribile, valorizzato da un accompagnamento sonoro “artigianale”, costruito e diffuso dai livelli stessi. E così, anche in quest'epoca fatta di sequel e di conferme, un briciolo di follia arriva ad animare il fantasma di un genere bistrattato, riportandolo in vita per una un'ultima, storica performance.

9.5

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