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Recensione Red Goddess: Inner World

Un action/platform 2D che prova a fondere insieme l'incedere narrativo di Dust: An Elysian Tail e le dinamiche di gameplay di Guacamelee, senza però riuscire a prendere il volo e spiccare per originalità e divertimento.

Versione analizzata: PC
recensione Red Goddess: Inner World
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PSVita
  • Wii U
  • Pc
  • PS4
Angelo De Martini Angelo De Martini è un famelico appassionato di videogiochi, dategliene uno di qualsiasi genere e ne farà un boccone in compagnia del suo fidato PC. Se potesse scapperebbe con lui in Giappone, continuando ad amare la scrittura e a videogiocare come un matto. Lo potete trovare su Facebook.

Esiste una storia, quasi più antica del tempo stesso, secondo cui l'universo è stato creato e popolato di stelle dagli dei, guidati dalla mano accorta di Odino e di sua moglie Lena. Essi, al contrario di ciò che si era sempre pensato, non erano esseri immortali, ma conducevano le loro esistenze isolati in una fortezza tra le nuvole, così da poter garantire in sicurezza l'equilibrio dell'intero cosmo. Purtroppo però, la storia ci insegna che l'equilibrio non è mai destinato a durare: e così che all'improvviso, direttamente dal sottosuolo della Fortezza Celeste, delle ombre maligne si risvegliarono, violente e repentine come un vulcano in eruzione, devastando la dimora degli dei e condannando l'universo all'oblio. Da quel disastro di fiamme e cenere solo una creatura si salvò, giovane ed ingenua, ma nel cui sangue scorreva proprio quello di Odino e Lena. Il suo nome era Divine, e rinvenne poco dopo su un pianeta misterioso, incapace di ricordare come e perché fosse giunta fino a lì. È così che ha inizio l'avventura di Red Goddess: Inner World: un action/platform 2D con un incedere narrativo che ricorda vagamente quello assaporato in Dust: an Elysian Tail, e un gameplay che eredita le tipiche dinamiche Metroidvania già viste in Guacamelee. Purtroppo però, fino a ben più della metà della sua progressione, Red Goddess fatica ad ingranare, schiacciato sotto il peso di una narrazione che procede a singhiozzi, senza mai riuscire ad offrire qualche spunto veramente originale.

Persa nel subconscio

Dopo una breve sequenza introduttiva, utile a ripercorrere il tragico evento da cui ha origine l'intero plot di Red Goddess: Inner World, Divine si ritrova sana e salva su un pianeta ignoto, lontana anni luce dalla Fortezza degli dei. Tuttavia alcuni luoghi e dettagli del posto le sembrano familiari, sebbene non riesca ancora a metterli a fuoco completamente; come se il trauma le avesse causato un blocco momentaneo della memoria. Anche alcuni dei personaggi che incontra, del tutto sconosciuti a primo acchito, la salutano affettuosamente come si confà quando si ritrova un vecchio amico dopo molti anni, accrescendo ulteriormente in lei il senso di smarrimento. Tutto ciò che la circonda le sembra in qualche modo una proiezione del suo subconscio, della sua memoria acciaccata: un mondo ammorbato dai suoi stessi stessi dubbi ed incertezze, stracolmo di rabbia, tristezza e dolore. I suoi nuovi/vecchi conoscenti sembrano nasconderle qualcosa, ma la incoraggiano ad andare avanti, ad indagare sulle cause di quell'enorme fardello colmo di tristezza e disperazione che si porta dentro; un tarlo prepotente, un fantasma del passato che che fatica a riaffiorare. Non le resta che proseguire il suo cammino, affidandosi ai suoi sensi e sperando di trovare almeno un indizio che possa fare luce sull'intera vicenda. Lungo il suo catartico peregrinare, Divine attraverserà svariati luoghi, come il villaggio natale di Amiel, e incontrerà persone, o almeno le proiezioni di esse, che in qualche modo sono state importanti nel suo breve passato ormai dimenticato. Le aeree di gioco, in pieno stile Metroidvania, sono tutte interconnesse tra loro e ricche di saliscendi, piattaforme mobili ed ostacoli che richiedono il giusto potere (e tempismo) per essere superati; le uniche vere insidie saranno rappresentate da alcuni burroni di lava e da alcuni fasci elettrici che causeranno lo spawn immediato di numerosi nemici. Per ottenere i poteri che le permetteranno di avanzare, Divine dovrà addentrarsi nei recessi della sua memoria, rappresentati da alcuni portali sparsi per il mondo e accessibili solo una volta ottenuto il giusto quantitativo di gemme richieste (anch'esse sono sparpagliate nei vari percorsi di gioco e solitamente nascoste dietro ostacoli inizialmente insormontabili). La progressione sarà quindi scandita dall'ottenimento di un nuovo potere e dal superamento consequenziale degli ostacoli, in un continuo backtracking perfettamente complementare alla progressione narrativa. Lungo i percorsi saranno anche disposte delle monete, che potranno essere spese nei villaggi per aumentare la barra della vita e del mana. L'unico vero collezionabile del gioco è rappresentato dalle skin alternative di Divine, anch'esse facilmente individuabili lungo i percorsi "obbligatori" dell'avanzamento.
L'incedere nell'avventura, in ogni caso, è minato dalle continue pause causate soprattutto dalle svariate sub-quest che gli abitanti del mondo interiore assegneranno a Divine. Quest che, dobbiamo dirlo francamente, non solo sono quasi sempre slegate dal contesto, ma sono talmente banali e mal realizzate, che si dimostrano chiaramente un'espediente "utile" solo ad allungare l'esperienza del titolo di qualche ora.


Divine Triforce

Superato lo scoglio di una narrazione che procede sempre singhiozzando, l'avanzamento di Red Goddess sarà caratterizzato dai combattimenti e dai numerosi poteri di Divine, tutti da acquisire (o per meglio dire, ricordare) affrontando delle boss fight purtroppo banali ed estenuanti. Gli avversari, solitamente dei golem di pietra tontoloni, saranno tristemente caratterizzati da un moveset che si ripeterà identico per quasi tutto il gioco, e da una serie di problemi all'hit-box che talvolta renderanno davvero frustranti questi combattimenti. Appena più interessanti saranno gli scontri "standard" da affrontare durante le normali fasi action/platform. Essi richiederanno sempre l'utilizzo alternato di due poteri fondamentali di Divine, la Rabbia e la Paura. Si tratta di due trasformazioni estetiche che ci permetteranno di colpire i mostri cromaticamente affini allo stesso "sentimento". All'atto pratico ogni combattimento ci vedrà alternare continuamente le due trasformazioni, il salto e la limitatissima serie di attacchi standard della protagonista, con l'unica variante rappresentata dai montanti utile a lanciare in area i nemici e interrompere i loro attacchi. Le routine d'attacco degli avversari saranno anch'esse molto banali, caratterizzate da lenti colpi ravvicinati o qualche carica dalla distanza (sempre preannunciata da una sorta di ululato). Avanzando nel gioco si otterranno le mosse speciali relative alla Rabbia e alla Paura, e verso la metà dell'avventura, composta da quattro atti, Divine avrà ottenuto abbastanza poteri speciali da risultare pressoché invincibile contro qualsiasi nemico, relegando le uniche insidie alle sezioni platform citate nel paragrafo precedente. Queste ultime, tuttavia, da affrontare quasi sempre in percorsi più ristretti e claustrofobici ma solo timidamente complessi a livello di design, non rappresentano una vera insidia per il giocatore, limitandosi ad adattarsi in maniera progressiva alla serie di nuovi poteri ottenuti e mantenendo la difficoltà complessiva saldamente ancorata a livelli facilmente accessibili.

Dal punto di vista squisitamente tecnico e di design, Red Goddess non è un titolo particolarmente ispirato, che finisce presto per mettere in mostra una povertà concettuale e grafica piuttosto accentuata. Le aree di gioco, pur aprendosi saltuariamente a panorami più vasti e verticali, non offrono quasi mai scorci suggestivi o vagamente memorabili. Le animazioni di Divine e dei nemici sono accettabili, ma troppo iterative. Il vero cruccio, tuttavia, verrà a galla durante l'esplorazione dei numerosi interni visitabili nei villaggi, tutti troppo simili tra di loro e spesso di una vuotezza disarmante; tra l'altro, e davvero non ci si capacita del perché, praticamente tutte le case saranno disabitate e con solo qualche misera monetina in attesa di essere raccolta. Una soluzione davvero poco elegante, che mette in mostra evidenti limiti produttivi e di budget.

Red Goddess: Inner World Red Goddess: Inner World è un action/platform 2D che prova a farsi largo nel panorama Metroidvania imitando un po' Dust e un po' Guacamelee, ma senza mai riuscire a cogliere veramente nel segno. La narrazione, peraltro non particolarmente brillante, soffre per via di continue e prolungate pause, forzando la risoluzione di incarichi secondari davvero troppo banali, incapaci di creare la giusta presa sul giocatore e ritardano eccessivamente lo sviluppo di una trama che fatica a prendere slancio. A livello di gameplay risulta interessante l'alternanza delle trasformazioni di Rabbia e Paura, che però non sono mai degnamente accompagnate da un bagaglio di attacchi e combo ben differenziate e capaci di dare un senso alla componente action del titolo. Anche a livello artistico Red Goddess: Inner World non riesce a brillare, risultando piacevole nella scelta della palette cromatica (sempre a cavallo tra il bianco e il rosso di Rabbia e Paura) e nelle animazioni (limitatissime) delle trasformazioni di Divine. Concludendo, Red Goddess è un titolo incapace di esprimere a pieno la sua identità ed ha poco respiro, rivelandosi un esponente molto mediocre del genere Metroidvania.

5

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