Recensione Redux Dark Matters

Uno shmup d'altri tempi arriva, direttamente dal Dreamcast, anche su PC

Versione analizzata: PC
recensione Redux Dark Matters
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • DC
  • Pc
Matteo Mangoni Matteo Mangoni è un grande amante della tecnologia e, soprattutto, del medium videoludico. Programmatore di giorno e gamer incallito di notte (o viceversa), ha avuto fra le mani la sua prima console all'età di 6 anni, e da allora per lui niente è più stato lo stesso. Soprattutto le bollette della luce. Lo trovate su Facebook e Twitter.

I videogiochi negli ultimi anni sono cambiati molto, seguiti di pari passo dai gusti di un'utenza che col tempo ha iniziato a chiedere al mercato videoludico qualcosa di diverso: se alle origini il gameplay era il punto cardine attorno a cui orchestrare, al massimo, una storiella un po' raffazzonata, ora si cerca sempre più un punto di congiunzione fra il videogioco ed il mondo cinematografico, andando di fatto a donare una dimensione completamente diversa a quello che in origine era nato come un passatempo poco diffuso, spensierato e senza troppe pretese. E per carità, è sicuramente un cambiamento positivo. Il medium videoludico si sta evolvendo e questo non può che renderci tutti felici, ma ogni tanto riaffiora inesorabile la voglia di tornare alle origini, a quel passato che ci sembra così distante. Uno dei generi che hanno sicuramente attirato di più l'attenzione degli utenti nel periodo che va dalla fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90, è sicuramente quello degli shoot 'em up, termine -spesso abbreviato in shmup- che indica quella tipologia di sparatutto frenetici a scorrimento in cui, chiusi nella vostra fidata navicella, dovrete distruggere qualsiasi cosa appaia a schermo. Redux: Dark Matters è uno degli ultimi esponenti di questo glorioso genere: un remake piuttosto riuscito -ma tutt'altro che perfetto- di DUX, uno dei molti titoli indipendenti del genere che continuano ad alleviare la straziante agonia di tutti gli orfani del compianto Dreamcast, console figlia dell'ultima (dis)avventura di SEGA nel campo dell'hardware da gioco. Dopo essere arrivato in edizione limitata su Dreamcast non molto tempo fa, il gioco, frutto di una ben riuscita campagna Kickstarter, è finalmente sbarcato anche su Steam, permettendoci finalmente di tornare a disintegrare alieni come se non ci fosse un domani.

SPARANDO SENZA SOSTA

Una delle caratteristiche principali del genere, e conseguentemente anche di Redux: Dark Matters, è l'incredibile livello di difficoltà. Il grado di sfida sale vertiginosamente e con una rapidità mostruosa, raggiungendo picchi tanto elevati da sfociare nel sadismo videoludico vero e proprio. Ma in fin dei conti, il bello è proprio questo: la difficoltà elevata è la causa scatenante del 90% del divertimento offerto dal titolo, che di per sé non offre né grande varietà, né soluzioni ludiche particolarmente articolate ed originali. Ci sono milioni di nemici da abbattere, laser che volano a destra e a manca senza sosta e tanti proiettili da schivare; per non parlare degli immancabili power-up, una vera e propria manna dal cielo. Proprio in quest'ultimo frangente, però, Redux sembra non riuscire a cogliere perfettamente nel segno: i potenziamenti si somigliano fin troppo tra loro e non è facile carpirne al volo le peculiarità, vista la totale assenza di chiarimenti a riguardo. Stiamo parlando di un genere che non ha bisogno di presentazioni e dal gameplay piuttosto semplice e canonico, questo è vero, ma l'introduzione di un minimo di spiegazione per quanto concerne i power-up e la loro natura non ci sarebbe affatto dispiaciuta.

I miglioramenti più utili ed efficaci sono quelli che ci donano degli scudi -sia laterali che frontali- in grado di assorbire i proiettili nemici: senza questo tipo di power-up, onestamente, il gioco avrebbe rischiato di sconfinare spesso e volentieri in un terreno ostile, ben al di là della linea che separa un gameplay impegnativo ma corretto da uno frustrante e fin troppo punitivo. Tali scudi in realtà non devono e non possono essere considerati come un semplice meccanismo di difesa: sono strumenti importantissimi, di cui avremo assolutamente bisogno per assorbire i laser ed i proiettili vaganti prima che questi diventino troppo numerosi e finiscano per complicarci eccessivamente la vita. Per andare avanti nei livelli non potremo fare a meno di andare, di tanto in tanto, ad aggredire di proposito tutto ciò che si muove a schermo per ripulire così la schermata: decisamente una delle caratteristiche più interessanti e riuscite della produzione di Hucast. Non mancano neanche potenziamenti per le capacità offensive della nostra navicella, che ci porteranno lentamente ad accumulare una potenza di fuoco incredibile, l'unico modo per fronteggiare con successo l'enorme mole di pericoli che si annidano nella stretta ed affollata area di gioco. In effetti, la poca libertà di movimento, evidentemente soffocata dalla natura delle mappe di gioco, ci è sembrata fin da subito una delle più grandi limitazioni del gioco: gli elementi in movimento sono piuttosto grandi, quasi sproporzionati rispetto all'esiguo spazio che intercorre fra il margine superiore e quello inferiore dello schermo. La situazione tende a diventare a tratti illeggibile, costringendo il giocatore -soprattutto nelle prime partite, quando ancora non ha preso molta confidenza con il sistema di controllo- ad affidarsi al caso, incrociando le dita nella speranza di non morire. Qualora questo dovesse accadere, comunque, non disperate: l la nave è esplosa. Durante ogni run avremo a disposizione tre vite e tre possibilità di riprendere la partita tramite il consueto "continue", che tanto ci ha fatto disperare in sala giochi. Se non altro, in questo caso non dovremo tirare fuori le monetine. Cercate comunque di evitare la morte il più possibile, perché una volta utilizzati tutti e tre i continue, arriverà inesorabile il game over e dovrete ricominciare da capo.

Nonostante lo stile ricordi da vicino quello classico degli sparatutto a scorrimento orizzontale che spopolavano intorno alla fine degli anni 80, non si può certo dire che dal punto di vista tecnico il gioco non appaia moderno e rifinito al punto giusto. La pulizia dell'immagine incredibile e la scelta di utilizzare una palette di colori ricolma di tinte pastello fanno fare al gioco una discreta figura, ma il risultato finale è ben lontano dall'essere perfetto: sia la nostra navicella che i nemici sfoggiano un look fin troppo "plasticoso", che scade nello stucchevole dopo pochissimo tempo e penalizza decisamente il risultato finale. Le ambientazioni dei sette livelli che compongono il gioco sono mediamente ben realizzate, ma di tanto in tanto subiscono il peso di alcune discutibili scelte di design, come la saltuaria presenza di formazioni rocciose che occupano buona parte della schermata ed obbligano il giocatore a manovre al limite dell'impossibile (quasi sistematicamente fallimentari), che si alternano ad altre zone completamente spoglie e prive di mordente. L'unico comparto in cui Redux: Dark Matters è davvero inattaccabile è sicuramente quello audio, sempre all'altezza della situazione e piacevole da ascoltare. L'intera colonna sonora del gioco è stata realizzata da Andre Neuman con la colloborazione di Chris Huelsbeck, il compositore che ha dato vita alle musiche di uno dei giochi più significativi del genere: R-Type.

Redux Dark Matters La versione per Dreamcast è arrivata poco tempo fa, in edizione limitata come premio per coloro che hanno supportato il progetto tramite la campagna Kickstarter, ed ora eccolo qui, fra le mani di noi comuni mortali muniti di PC, che non abbiamo a disposizione la console SEGA ma avevamo comunque voglia di far saltare in aria qualche alieno. Redux: Dark Matters è un titolo moderno che riprende meccaniche apparentemente vetuste, ma ancora dannatamente divertenti; una lampante dimostrazione di forza per un genere ormai caduto nel dimenticatoio, ma ancora vivo nei ricordi di una generazione che, qualche anno fa, con questo tipo di produzioni ci passava giornate intere. Il comparto tecnico è decisamente migliorato rispetto all'originale DUX e, sopratutto qualora decidessimo di impostare la risoluzione a 1080p come vi consigliamo di fare, anche rispetto alla sua controparte per Dreamcast. Se cercate una sfida old-school, appagante ed estremamente impegnativa, questo Redux fa senza ombra di dubbio al caso vostro. Forse il titolo di KTX Software e Hucast non avrà i valori produttivi tipici del tripla A moderno, ma nella sua semplicità sa divertire con un gameplay semplice e genuino, di quelli che al giorno d'oggi sono merce rara. Il risultato finale però non è privo di difetti, alcuni dei quali anche piuttosto grossolani ed evitabili: ci sono indecisioni e scelte discutibili a livello di design. Per fortuna, queste non intaccano in modo eccessivo il genuino senso di divertimento che il titolo è in grado di regalare al giocatore.

7.5

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