Shadow Warrior 2 Recensione

Shadow Warrior 2 abbandona le atmosfere da FPS vecchia scuola per proporre un gameplay più profondo e complesso, studiato per promuovere il gioco in co-op.

Versione analizzata: PC
recensione Shadow Warrior 2
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Enrico Spadavecchia Enrico Spadavecchia è un avido collezionista ed esagitato videogiocatore dai tempi del Commodore 64 e delle sue righe colorate. Ex giocatore accanito di Counter Strike, in giovane età ha compiuto la stupidissima impresa di completare Quake II a livello hard senza scendere mai sotto i 100 punti ferita. Ostinato retrogamer e sostenitore delle produzioni indipendenti, non disdegna le offerte del mercato attuale, soprattutto FPS e avventure grafiche. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

C'è qualcosa di incredibilmente traumatico nelle prime partite di Shadow Warrior 2, un caos disorientante che tanto ricorda il senso di smarrimento di quella prima partita a Mahjong, dopo che qualcuno aveva spiegato le regole di fretta, in un paio di minuti. C'è del fascino contorto nel gran casino in cui si è trasformato Shadow Warrior, ma anche qualcosa di profondamente sbagliato.

Hung in Japan

Lo Wang non è il Deadpool giapponese, nè il Duke Nukem con la katana; è una personalità che ha avuto modo di costruirsi nel corso degli anni, a suon di battutine pericolosamente razziste e inedite freddure a sfondo sessuale da quattro soldi, fino ad unirsi indissolubilmente a quella vocina nasale che si fa quando si sfotte senza alcun rispetto l'intero complesso della ristorazione orientale. E poi il suo cognome è lo stesso con cui si suole indicare il vendicatore calvo, il pioppo palustre, il randello, il batacchio, insomma, il pene. Il curioso mercenario è stavolta impegnato nel recupero dell'ennesimo artefatto dai poteri misteriosi, ma si ritrova coinvolto in un loschissimo esperimento della Zilla Corporation, e costretto ad ospitare nel suo corpo l'anima della giovane Kamiko, vittima dell'esperimento. Il punto forte di Lo Wang è indubbiamente la sua parlantina, per questo è importante che gli sia dato costantemente un pretesto per tirar fuori una freddura dietro l'altra, partendo anche dalla più innocente delle affermazioni. Quindi si ripesca l'escamotage del sidekick logorroico: Kamiko è una spalla decisamente meno riuscita del vecchio Hoji; gli autori ce la mettono tutta per rendere le cose interessanti, e spesso ci riescono anche, ma la sensazione è che sia tutto orchestrato per preparare il momento comico clou dell'intero gioco, quello in cui Lo Wang afferma di avere una donna nel suo corpo, e giù di battutacce da bar sui transgender.
A riportare alto il livello di comicità ci pensa il saggio Master Smith, quel personaggio che terrebbe entrambe le mani nascoste nelle ampie maniche di un kimono, se non fosse per il calore della sua fucina: gli attriti fra un anziano dalla spiccata e solenne spiritualità ed un immaturo ninja egocentrico e spocchioso generano costantemente scintille di pura stupidità, abbastanza da reggere da sole l'intero impianto umoristico del gioco.
Si tratta di un umorismo volutamente eccessivo, spesso infantile e superficiale (parliamo di un gioco che ci mette contro degli acari giganti esplosivi e li chiama "dyno-mites", che chiama una delle pistole a canna corta semplicemente "Shogun"), ma in grado di strappare un sorriso anche al giocatore più imbronciato: non c'è niente di sbagliato, quindi, nella triviale comicità di Shadow Warrior, ma è giusto sapere cosa aspettarsi.

Ciò che lascia perplessi, almeno sulle prime battute, e che di sicuro manderà su tutte le furie chi aspettava con ansia un secondo capitolo sulla falsa riga del predecessore, all'insegna dell'entusiastica rivalutazione del vecchiume, è quell'insieme di modifiche al sistema di gioco che ha trasformato, in modo del tutto inaspettato, Shadow Warrior in un Borderlands parecchio scemo. Si va dalla crescita del personaggio per livelli al sistema di loot furibondo, con tanto di cromatismi legati alla rarità degli oggetti, tipici dei MMO, dall'opzionale modalità free roaming alla generazione procedurale degli ambienti nelle missioni secondarie, passando per un tutt'altro che indispensabile sistema di crafting e potenziamento delle armi, senza troppa vergogna.

Five against Wang

Shadow Warrior è il tipo di gioco in cui ci si aspetta di trovare un'arma galleggiare a mezz'aria su un piedistallo posto al centro di una stanza ben sigillata, e invece ci si ritrova presto ad andarsene in giro carichi di spade come dei puntaspilli, costretti a raccogliere tonnellate di oggetti dopo ogni uccisione, per poi mettere in pausa il gioco e scorrere fra interminabili elenchi di potenziamenti. Questo non è necessariamente un male, o meglio, non rappresenta un grosso limite qualitativo del prodotto. Presto s'innesca quella smania per l'accumulo tipica dei loot-based, e, almeno a livelli di difficoltà non troppo elevati, è possibile ignorare quasi del tutto gli aspetti più complessi della personalizzazione delle armi e delle skill, per godersi una prolungata ed ignorante carneficina, facendo capolino nei menù solo per selezionare gli strumenti di morte che più ci aggradano.

Ci si può godere l'aria da shooter vecchio stile che tutto sommato persiste, insomma, se si riesce a chiudere un occhio sugli aspetti più invasivi di questo deciso cambio di rotta, come quella continua sensazione di trovarsi di fronte a nemici che vanno giù con qualche colpo di troppo, appositamente studiati per essere affrontati in co-op. La modalità cooperativa fino a 4 giocatori, seppur imperfetta, per via delle continue pause necessarie alla gestione dell'equipaggiamento, offre qualche spunto interessante per il futuro della saga, e rappresenta l'unica via per esplorare le sfide più ardue e "ragionate", nelle quali si rende necessario qualche sguardo più approfondito alla gestione dei danni elementali, ai bonus e ai DPS.
Al di là della possibile delusione degli irriducibili nostalgici, il nuovo lavoro di Flying Wild Hog ci ha stupiti tanto per i contenuti quanto per i nuovi ambienti di gioco, decisamente più ampi, vari, e dotati di un colpo d'occhio decisamente migliore di quelli visti nel capitolo precedente: sconfinati giardini orientali, sudici vicoli dei sobborghi nipponici, soffocanti sotterranei di mondi demoniaci e kitschissime metropoli sci-fi, con tanto di ciliegi olografici in fiore, si alternano senza sosta in un tripudio di sregolatezza architettonica, reggendo il passo frenetico di una narrazione piuttosto nevrotica. A livello di eccessi audiovisivi, Shadow Warrior 2 non ci fa mancare niente, nemmeno la prevedibile overdose di schitarrate ignoranti, assoli tamarrissimi e melodie anni ‘80 che partono inaspettatamente da un boombox nascosto chissà dove. Per quanto ci riguarda, SW2 ci ha conquistati nel momento in cui, sul più bello, la voce di Stan Bush inizia ad intonare i primi versi di "Warrior".

Shadow Warrior 2 I primi passi nel nuovo dojo della stupidità firmato Flying Wild Hogs è certamente disorientante: molti fra i sostenitori di vecchia data del logorroico Lo Wang potrebbero restare inorriditi dal brusco allontanamento di Shadow Warrior dai canoni dell’FPS di vecchio stampo, in favore di un sistema di gioco più profondo e complesso, studiato per promuovere il gioco in cooperativa. Tuttavia la frenesia degli scontri resta penalizzata solo in parte dalle novità riguardanti la gestione del personaggio e dell’equipaggiamento, almeno in singolo, e il festival dell’eccesso che accompagna senza sosta il bizzarro mercenario è rimasto lo stesso del valido reboot di tre anni fa, carico di eccessi e pregno di un umorismo sfacciatamente over-the-top.

7.2

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