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Recensione Shadow Warrior

Lo Wang è tornato, pronto a sgominare Master Zilla e la sua inferocita orda demoniaca!

Versione analizzata: PC
recensione Shadow Warrior
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Enrico Spadavecchia Enrico Spadavecchia è un avido collezionista ed esagitato videogiocatore dai tempi del Commodore 64 e delle sue righe colorate. Ex giocatore accanito di Counter Strike, in giovane età ha compiuto la stupidissima impresa di completare Quake II a livello hard senza scendere mai sotto i 100 punti ferita. Ostinato retrogamer e sostenitore delle produzioni indipendenti, non disdegna le offerte del mercato attuale, soprattutto FPS e avventure grafiche. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

La moda dei reboot non ha risparmiato neanche uno dei protagonisti della golden age degli sparatutto, fatta di background appena accennati, finto 3D e pixel grandi quanto il palmo di una mano, in cui tutto cercava di ucciderci e tutto andava ucciso, senza eccezioni. Shadow Warrior, gioco appartenente all'era del build engine e periodo dominato da 3D Realms, proponeva una variazione sul tema del proto-tamarro alla base del successo immortale di Duke Nukem, cogliendo l'occasione per sfruttare inedite ambientazioni orientaleggianti e innestarci tutta una serie di sfottò a sfondo razzista, perfettamente in tema con la fiera degli eccessi videoludici che investì gli ultimi anni '90. I polacchi di Flying Wild Hog, a distanza di oltre 15 anni, si sono messi al lavoro nel tentativo di rilanciare il personaggio di Lo Wang, letale e sboccato bodyguard del potente boss Zilla.

Ridi e il mondo riderà con te. Piangi e il mondo riderà di te.

Lo Wang - nella reinterpretazione del reboot - è un abile spadaccino, uno spietato sicario con la fastidiosa abitudine di parlare di sè in terza persona, ma anche un comic-geek dal turpiloquio facile, incaricato di ritrovare una leggendaria katana dai poteri mistici per conto della Zilla Corporation. Sebbene i divertenti monologhi di un cliché ambulante dall'ego smisurato fossero già abbastanza per intrattenere il pubblico fra una carneficina e l'altra, gli sviluppatori hanno pensato bene di affiancare a Lo Wang una degna spalla: Hoji, spirito bandito dal mondo ultraterreno, dal sarcasmo più affilato di una katana, con cui Lo Weng è costretto a stringere un patto di sangue. Il lungo scontro con le armate demoniache intente a sottrarre alla mano mortale la sopraccitata spada, verrà quindi intervallato da divertentissimi siparietti; certo, l'introduzione del ‘sidekick' avrà fatto storcere il naso ai nostalgici affezionati al tamarro asiatico, ma gran parte di loro non potrà che ricredersi di fronte al continuo punzecchiarsi dei due sugli argomenti più disparati, in dialoghi spesso pungenti come shurikens. In onore del Lo Wang che fu, non sono stati certo tralasciati gli ossessivi giochi di parole a sfondo sessuale (wang = pene) e nemmeno gli sfottò razziali, con la dovuta cautela.

"Shadow Warrior si mostra infatti come uno sparatutto vecchio stampo, fatto di nemici che attaccano da ogni dove."

Come se non bastasse, per le aree di gioco sono disseminate dozzine di biscotti della fortuna contenenti alcune delle peggiori freddure mai lette dagli anni ‘90 ad oggi. Flying Wild Hog si è guardata bene da commettere gli unici due errori che avrebbero trasformato questo reboot in un disastro totale: prendersi troppo sul serio e snaturare i parametri "old school" alla base della vecchia produzione di 3D Realms. Shadow Warrior si mostra infatti come uno sparatutto vecchio stampo, fatto di nemici che attaccano da ogni dove, porte da aprire con l'apposita scheda magnetica colorata, power-up, medikit e taniche di materiale altamente infiammabile posizionate ad ogni angolo da chissà chi. Tutto è come lo avevamo lasciato negli anni ‘90, o almeno come lo ricordiamo in titoli che hanno rilanciato l'FPS vecchia scuola (Serious Sam e Painkiller in primis). Folle composte da un numero incalcolabile di demoni seguiranno il solo input dell'elementare IA: correre verso il giocatore e attaccarlo con ogni mezzo, mentre si vaga furiosi per stanze e corridoi in cerca di una via d'uscita. Per rispetto alla pazienza del giocatore medio, la dinamica di sblocco delle porte è stata opportunamente stemperata, diminuendo notevolmente la necessità di ricorrere al backtracking, presente, ma non nella stessa misura del titolo del 1997. Gli sviluppatori hanno pensato bene di riproporre anche gli elementi legati all'esplorazione che fecero la fortuna dei vecchi titoli di 3D Realms, come le aree segrete - che nella nuova incarnazione di Shadow Warrior daranno una notevole accelerazione alla costruzione dello skill tree - e improbabili easter egg.

Spappolo, quindi sono.

Le significative aggiunte del reboot di Flying Wild Hog riguardano il sistema di combattimento, totalmente stravolto dall'implementazione di abilità richiamabili con sequenze di tasti (proprio come accade nei picchiaduro), e incentrato sul combattimento corpo a corpo. Se nel vecchio Shadow Warrior dimenticavamo la katana subito dopo aver messo le mani sul doppio uzi - salvo poi ricorrervi in carenza di munizioni - nel moderno reboot è possibile farsi strada fra le viscere dei nemici semplicemente abbinando le abilità della spada (in grado di colpire anche a distanza) con le abilità del Ki; tali skill permettono al giocatore di curare le proprie ferite, stordire i nemici e assorbire i danni, mentre con la katana impugnata nella mano destra si continua a sbudellare indiscriminatamente. È però il caso di rassicurare gli scettici: abbiamo trovato questo sistema piuttosto efficace, grazie ad un'ottima risposta agli input, anche a quelli lanciati freneticamente nelle situazioni più concitate (inutile dire che l'intensivo button mashing metterà a dura prova le vostre tastiere).

"Inutile dire che l'intensivo button mashing metterà a dura prova le vostre tastiere."

La predilezione per l'arma bianca è anche conseguenza di un bilanciamento delle armi da fuoco non proprio brillante: se si può sorvolare sull'intero caricatore di uzi per abbattere un normale demone, non si può certo perdonare la totale inutilità del lanciafiamme, che pare essere efficace solo sull'infima percentuale di nemici umani che Lo Wang incontrerà nell'intera esperienza di gioco. Quello che assolutamente non ci si aspettava da un FPS volutamente ‘ignorante' quale Shadow Warrior, è la parabola ascendente tracciata dalla trama, che si fa sempre più intricata e complessa man mano che si svelano i trascorsi nascosti del co-protagonista. Gli sviluppatori si prendono addirittura il lusso di dare una svolta seriosa e drammatica alla storyline, lasciandosi alle spalle le goffe battutine di Lo Weng. Produrre un reboot significa anche mettersi al passo coi tempi in ambito tecnico. Gli sviluppatori riescono nell'intento, ma solo in parte: il comparto grafico, forte di un ottimo dettaglio e supportato da un level design vario e ben strutturato, riesce a regalare vedute mozzafiato, oltre ai caratteristici idilliaci giardini orientali affollati di alberi di ciliegio, mentre le musiche variano da rilassanti atmosfere lounge a incalzanti motivi rockeggianti, a seconda delle variazioni situazionali; tuttavia l'engine si rivela lacunoso in termini di ottimizzazione. Sebbene si possa chiudere un occhio su piccolezze quali i fastidiosi caricamenti in game, i bug dello scripting che a volte renderanno invisibili alcuni elementi di gioco e gli sporadici episodi di bad clipping, non si può perdonare un engine che affida gran parte della mole di calcoli alla CPU e che allo stesso tempo è incapace di sfruttare più di 3 core contemporaneamente. Non sfruttando appieno le potenzialità delle GPU più all'avanguardia, Shadow Warrior si mostra più esigente in termini di requisiti hardware di quanto dovrebbe, soprattutto se non si vuole rinunciare ai settaggi massimi (mirrors su tutti).


Shadow Warrior Flying Wild Hog ci regala una revisione più che riuscita di uno dei personaggi storici della ‘vecchia scuola’, rincarando la dose di humor nero e citazionismo dissacrante, aggiungendo interessanti features e variazioni sul tema FPS, il tutto ad un prezzo più che ragionevole per una campagna single player che difficilmente potrà essere portata a termine in meno di 10 ore. Per i nostalgici, ovviamente, il wang-o-meter segnerà un punteggio sostanzialmente più elevato.

7.5

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