Recensione Shadow Warrior

Arriva anche su Xbox One il reboot targato Flying Wild Hog

Versione analizzata: Xbox One
recensione Shadow Warrior
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Marcello Marcello "Pavo" Paolillo è videogiocatore da sempre, e da anni critico del settore; ha scritto e scrive attualmente su diverse testate online dedicate ai videogames e al cinema, passando anche per i fumetti. Pavo non è il suo nome anagrafico; ma è sicuramente il suo nome vero. Lo trovate su Facebook e Twitter.

I reboot sono ormai cosa nota nel panorama videoludico internazionale. Potremo iniziare un elenco lungo decine di pagine prima di concludere la lista dei riavvii di serie più o meno celebri apparsi nel corso delle ultime generazioni di videogame, riportati in auge dalla volontà (leggasi, soldi facili) di rispolverare brand dimenticati nel tempo, che sia i nostalgici che le nuove leve sono stati chiamati a giudicare, con risultati altalenanti. Come non ricordare, a tal proposito, il “celebre” Duke Nukem Forever, un titolo che con la sua gestazione ha brizzolato i capelli di centinaia di videogiocatori, per poi rifilargli un sonoro calcio nel sedere una volta apparso sugli scaffali dei negozi, per colpa di un impianto di gioco realmente old style nel cuore e nello spirito. Shadow Warrior proviene proprio dallo stesso passato del celebre Duca, essendo nato oltre 15 anni fa come una variazione sul tema del tamarro anti eroe di 3D Realms, ma forte di inedite ambientazioni orientaleggianti e tutta una serie di riferimenti più o meno velati al razzismo. Ora, i ragazzi di Flying Wild Hog, team nato nel 2009 ma con un indiscusso talento alle spalle, sono chiamati a riportare in auge una licenza non proprio conosciutissima, rispetto sicuramente ad altri classici degli anni '90. Dopo aver mediamente convinto l’utenza PC, come reagirà il pubblico dell’attuale nuova generazione targata Microsoft ad un titolo del genere?

KILL WANG

Shadow Warrior, come da copione, non è un titolo che fa dell’impianto narrativo il suo principale punto di forza, rifacendosi in toto ad alcune celebri pellicole degli anni ’80 e ’90 (sapete, quelle con protagonisti i Ninja a stelle e strisce e i demoni in cartapesta, il tutto realizzato con poco più di 100$), il tutto infarcito di stereotipi e doppi sensi tradizionali della stragrande maggioranza dei titoli targati 3D Realms. Lo Wang, bodyguard del potente boss Zilla protagonista anche del gioco originale, è chiamato a recuperare una spada dai misteriosi poteri speciali e per farlo è costretto a sconfiggere orde di demoni, letali assassini mascherati e chi più ne ha più ne metta. Missione impossibile? Niente affatto, visto che il nostro eroe dagli occhi a mandorla e dalla battuta pronta avrà tutta una serie di poteri speciali da usare contro i nostri coriacei avversari, una sorta di abilità mistica che è tutto dire.

Ma prima di ogni cosa vi è l'iconica spada dei Samurai, vera protagonista del titolo e non solo un’arma opzionale da usare nel caso finissero le munizioni delle nostre bocche da fuoco (potenziabili con i soldi raccolti nel corso dei vari livelli di gioco). La lama ci permetterà di uccidere umani e demoni, recidendo arti o addirittura decapitandoli o dividendoli a metà con colpi precisi e netti, imbrattando contempo di sangue e budella gli elementi dello scenario. E’ splatter allo stato dell’arte, gore in salsa orientale come non se ne vedeva da anni, specie in un titolo in soggettiva su console next-gen. Poco sorprendentemente, è anche possibile uccidere umani e demoni con le consuete armi da fuoco, realizzando headshot di inaudita precisione oppure dando voce ai nostri mitragliatori, doppi uzi e fucili a pompa di ogni genere. E’ Serious Sam che incontra Kill Bill, ed il risultato è migliore di quello che si potesse sperare. Ma non è tutto: a disposizione di Wang interviene anche la magia, elemento che ha un ruolo fondamentale nell’economia generale: tramite cristalli recuperabili sul campo, potremo acquisire e potenziare la capacità magica di Lo Wang, la quale ci darà modo di sviluppare tecniche difensive (come uno scudo in grado di bloccare gli attacchi subiti o la cura in grado di rigenerare sino al 65% dell'energia totale) accompagnate da tecniche offensive, come fendenti più potenti o la possibilità di triturare i nostri coloriti avversari dalla distanza grazie ad un’onda d'urto energetica di inaudita efficacia.

IL GUERRIERO COLPISCE ANCORA

Quindici anni trascorsi dal primo capitolo originale non sono certo poca cosa, e in chiave videoludica corrispondono a circa un'eternità, soprattutto quando si parla del mero comparto tecnico. A tal proposito, il riavvio di Shadow Warrior fa uso del buono (ma non incredibile) Road Hog Engine, un motore grafico che nonostante alcune piccole incertezze per quanto riguarda le animazioni dei vari comprimari presenti (compreso il livello di dettaglio dei nemici, piuttosto basilare), offre sempre una buona fluidità sempre stabile ed un livello di illuminazione, effetti particellari e fisica degli oggetti realmente puntuale, dimostrando che a volte non serve avere budget milionari per proporre sul mercato uno shooter tecnicamente solido. Purtroppo, però, le soddisfazioni grafiche lasciano il passo ad alcune palesi carenze di level design, visto e considerato che ogni schema di gioco è infatti un continuo alternarsi di grandi spazi aperti e corridoi di collegamento, intervallati di tanto in tanto da piccole aree segrete. Il tutto in ambientazioni dal chiaro sapor mediorientale, siano esse cittadine o immerse nella vegetazione come foreste o quant'altro, arricchite da sonorità ancor più nipponiche (ma che non si negano qualche parentesi nell'hard rock).

Un po' pochino, considerando la media dei titoli concorrenti presenti sul mercato, sebbene sia fondamentale ricordare come Shadow Warrior si rifaccia anche in questo frangente più a produzioni del passato stile Quake, piuttosto che ai moderni sparatutto alla Battlefield. Infine, mettiamo in guardia i patiti dell'online con il fatto che Shadow Warrior non include in alcun modo nessuna connessione al multiplayer competitivo o cooperativo che sia, sebbene sarebbe stato sicuramente piacevole affettare i nostri amici online con la katana.

Shadow Warrior Come operazione nostalgica, Shadow Warrior è tutto fuorché un brutto gioco, grazie alle migliaia di riferimenti più o meno velati al titolo originale degli anni '90, dai nemici, alle battute ironiche del protagonista Lo Wang, passando per il bestiario di nemici e boss di fine livello. Ma, sorpresa delle sorprese, il titolo dei Flying Wild Dog non è solo un tuffo nel passato, ma una validissima riedizione di un gioco di successo del secolo scorso, con meccaniche di ottimo livello e la Katana come protagonista assoluta di un gameplay frizzante e genuinamente divertente, ora ad uso e consumo anche dell’utenza pad munita di Xbox One. Certo, è altresì vero che una certa linearità dei livelli, la totale assenza di qualsivoglia modalità multigiocatore online ed un sistema di avanzamento piuttosto basilare (si va di stanza in stanza uccidendo tutto ciò che si muove, sino al boss di turno) potrebbe scoraggiare chi da un FPS vuole prima di tutti colpi di scena ed emozioni forti. E' quindi importantissimo sottolineare che Shadow Warrior è tutto fuorché un figlio illegittimo di un Call of Duty o un BioShock qualsiasi, rifacendosi in toto ad una generazione di sparatutto in soggettiva in cui era lo strafe laterale e, soprattutto, “chi ce l’aveva più grosso” a fare la differenza. Il tutto, lordato da ettolitri di sangue e budella. Perché l’unico demone buono, è il demone morto.

7.5

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