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Recensione Spate

Un platform che prova a seguire le orme di Braid e Limbo. Ma si perde fra i fumi dell'assenzio.

Versione analizzata: PC
recensione Spate
INFORMAZIONI GIOCO
Articolo a cura di
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  • Pc
Enrico Spadavecchia Enrico Spadavecchia è un avido collezionista ed esagitato videogiocatore dai tempi del Commodore 64 e delle sue righe colorate. Ex giocatore accanito di Counter Strike, in giovane età ha compiuto la stupidissima impresa di completare Quake II a livello hard senza scendere mai sotto i 100 punti ferita. Ostinato retrogamer e sostenitore delle produzioni indipendenti, non disdegna le offerte del mercato attuale, soprattutto FPS e avventure grafiche. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Timothy Bluth è il classico detective trasandato, con trascorsi famigliari disastrosi e gravi problemi di dipendenza dall’alcool. Un clichè ambulante trasformato dalla matita di Eric Provan (disegnatore ed animatore 3D dal curriculum spaventoso) nel perfetto anti-eroe steampunk, nonchè il protagonista del nuovo Spate, ultimo esperimento nel convulso panorama degli story-driven platform.

L’oppio, la religione, il lego, l’assenzio

L’avventura inizia con il bizzarro detective impegnato nel misterioso caso della scomparsa di un ricco uomo d’affari, nell’area più pericolosa del contorto mondo di Spate, “la zona X”. L’isola, un tempo immersa nel verde e meta fissa delle vacanze di famiglia del detective, è ora disseminata di trappole e popolata da inquietanti robot parlanti con l’insano feticismo delle lampade e dai fantasmi generati dal delirio di autocommiserazione del buon Bluth.
In preda alle allucinazioni da assenzio, Bluth ci racconterà i tragici trascorsi legati alla scomparsa della sua unica figlia e all’inevitabile allontanamento dalla moglie, eventi che hanno portato la sua dipendenza ben oltre il punto di non ritorno.

Spate si presenta come un classico platform bidimensionale con elementi 3D, la cui unica aggiunta risulta essere la possibilità di bere un goccio di assenzio per migliorare l’altezza dei salti e la velocità di movimento, causando tuttavia una distorsione dell’intero ambiente di gioco.
Piattaforme, corde da afferrare al volo, lunghi rettilinei da percorrere in compagnia della voce fuori campo e poco altro, quindi. In alcuni frangenti sarà necessario utilizzare dei cannoni per colpire e spostare delle piattaforme inaccessibili, scendendo a patti con un sistema fisico non proprio curatissimo, o pilotare un piccolo velivolo in stretti cunicoli evitando insidie di ogni tipo (era proprio necessario riesumare Fort Apocalypse e le sue meccaniche ampiamente superate?).
Uno dei pochi punti di forza di Spate riguarda indubbiamente l’aspetto stilistico: sebbene si assista al lavoro di un Eric Provan piuttosto sottotono, ammireremo i suggestivi fondali come le pagine satinate di un costosissimo artbook d’autore.
Tuttavia né il delirante e suggestivo level design, né l’ottimo lavoro orchestrale che compone la breve colonna sonora riescono a distogliere del tutto l’attenzione da delle meccaniche di gioco fin troppo semplificate, da un livello di sfida pressochè nullo, e dalle gravi approssimazioni nelle collisioni, soprattutto nelle fasi cruciali del platform.

Dal punto di vista prettamente ludico Spate ha tradito ogni aspettativa: chi acquista un platform si aspetta un’esperienza ludica dalla difficoltà crescente, che si arricchisce man mano di feature e variazioni sul tema; si aspetta di ritornare sui suoi passi per aver calcolato male le distanze e i tempi di un salto e di scagliare in orbita il gamepad (che in Spate non è neanche supportato) all’ennesimo tentativo fallito. In Spate invece si limiterà a superare una manciata di burroni e ad ascoltare l’incessante narrazione tenendo premuta la freccia destra.
Ad una realizzazione tecnica non proprio ineccepibile si unisce una narrazione spesso ridondante e una trama che alla lunga perde di mordente, tradendo le buone premesse iniziali e finendo nel triste solco lasciato dal trascinarsi di in una scialba favola per adulti.
Spate ci terrà impegnati, nella migliore delle ipotesi, per un massimo di un paio d’ore: l’assenza di aree segrete o di qualsiasi tipo di achievement rendono la rigiocabilità del titolo pressochè nulla.

Spate L’esordio di Eric Provan nel mondo videoludico è un’occasione mancata di ritagliarsi un angolo in quella non precisata categoria di platform “illuminati” e di godere dell’ottima compagnia di titoli come Braid o Limbo. L’errore è stato pensare che una fragile e scricchiolante struttura ludica potesse sorreggere l’enorme peso artistico generato dall’indubbio talento del disegnatore Disney.

5.5

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