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Recensione Splatterhouse

Recensito l'Action Game di Namco Bandai che punta tutto sull'esaltazione della violenza

Versione analizzata: Playstation 3
recensione Splatterhouse
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Non saranno in molti a ricordarsi di Splatterhouse, una serie videoludica che nella prima metà degli anni '90 (l'episodio originale era del 1988) sconvolse i benpensanti dell'industria con quintali di pixellosissimo sangue digitale ed una massiccia dose di violenza gratuita. Tuttavia, chi ebbe occasione di conoscere Rick e la sua Maschera, ne porterà con se un ricordo ancora vivido, dal momento che l'impatto di Splatterhouse sui Nerd di vecchia data fu assolutamente devastante. Bisogna ammettere però che al tempo era abbastanza facile impressionare il pubblico. Mescolare i clichè degli Horror-Movie più in voga ed abbracciare il paradigma di un “Gore” sanguinolento fino all'estremo, era già sufficiente per proporre un prodotto “violentemente ribelle”. Oggi, che il sangue scorre a fiumi sugli schermi dei nostri televisori, il recupero del brand potrebbe invece essere abbastanza superfluo. Senza le sue armi migliori, insomma, riuscirebbe Splatterhouse sopravvivere anche di questi tempi?
Namco sembra aver dato al quesito una risposta positiva, dal momento che ha sostenuto fino in fondo, e nonostante le difficoltà iniziali, lo sviluppo del titolo in arrivo il 26 Novembre sugli scaffali dei negozi. Dopo qualche iniziale inciampo, la produzione è finita nelle mani del team responsabile di Afro Samurai, che ha composto un action game abbastanza diretto e crudo. Come vedremo, tuttavia, questa sua “politica degli eccessi” appare oggi un po' troppo abusata e derivativa. Assieme agli inciampi di un gameplay non sempre esemplare, il sapore stantio che si avverte basta per rendere il prodotto un videogame piuttosto comune.

The Mask

La trama di Splatterhouse recupera il canovaccio del titolo originale, ma lo arricchisce di qualche dettaglio inedito. Il giocatore interpreta Rick, fidanzato modello che non si sottrae al suo dovere quando la fascinosa Jen gli chiede di accompagnarla nella spettrale casa del geniale Dottor West. Questo scienziato misticista, con la scusa di un'intervista per il giornale scolastico, ha in verità attirato la ragazza in una trappola ben orchestrata. Dopo aver stretto un patto con terribili entità demoniache, infatti, ha bisogno di un corpo giovane per riportare in vita la moglie defunta. Assaltato da orde di creature infernali, Rick soccombe ben presto, incapace di impedire il ratto della propria ragazza. Ma, proprio come nel titolo degli anni '80, il sangue di Rick viene casualmente a contatto con un'antica maschera Maya, che risveglia un'entità dai poteri devastanti. Il patto di sangue è presto fatto: per salvare la bellissima Jen, Rick decide di tornare in vita, pur consapevole che la sua esistenza non sarà più la stessa. I poteri della maschera gli donano una stazza imponente ed una potenza fuori dal comune, ma lo costringono anche a convivere con un dolore continuo. Inoltre, in cambio di questa “seconda possibilità”, Rick dovrà acquietare la sete di sangue del suo demone personale, sacrificando tonnellate di nemici. Del resto, non si è mai detto che la vendetta non possa essere anche cruenta.
La trama di Splatterhouse, insomma, non vuole certo distinguersi per un'esemplare originalità: è semplicemente il pretesto per menare le mani e dissanguare orde di demoni e altre aberrazioni. Bisogna però evidenziare che nonostante qualche buon momento, in cui il giocatore è sorpreso dalle divertenti citazioni dei più famosi horror hollywoodiani, la sceneggiatura procede zoppicando, con cut scene poco divertenti ed ancor meno spettacolari. Prevedibile fino in fondo, Splatterhouse ha pochissimi momenti davvero memorabili. E come i suoi protagonisti, tanto eterei da scomparire di fronte alla vera star del gioco (la violenza), resterà un titolo piuttosto marginale.

Massacro!

Dal punto di vista del Gameplay, Splatterhouse è un action game vecchio stile. Senza la precisione di God of War o la sinuosa bellezza dell'ultimo Castlevania, appare quasi un hack'n'slash un po' rozzo: non certo votato al button mashing (soprattutto per la cattiveria innata dei nemici), ma neppure troppo rifinito ed elegante. Che il fulcro del comparto ludico sia il combattimento, lo si capisce dalla struttura costrittiva delle locazioni, abbastanza lineari, che spesso costringono ad affrontare scontri estenuanti chiusi in una stanza zeppa di nemici. La pulsantiera frontale permette di saltare, attaccare gli avversari con un set di mosse inizialmente abbastanza limitato, ed afferrarli poi per eseguire le “finishing move” più letali e cruente che possiate immaginare. Mentre si tenta di metabolizzare il sistema di combattimento (abbastanza classico, che alterna colpi veloci a montanti caricati), si scopre la tenacia evidente dei demoni che affrontiamo, strenuamente determinati a farci la pelle. Incontrare il Game Over, diversamente da quanto accade nei titoli più recenti, è abbastanza facile in Splatterhouse. Assieme all'ultimo Castlevania, questo titolo segna il piacevole ritorno ad una filosofia meno disimpegnata, che tende a non perdonare le disattenzioni. Avere la pretesa di avanzare senza tattica, significa incontrare una morte poco dignitosa. E' dunque importante studiare le routine degli avversari, e cercare di utilizzare al meglio le schivate. Proprio la gestione della posizione sembra essere la chiave per il successo: gettarsi in mezzo alla mischia significa andare incontro ad una fine precoce, mentre evitare gli angoli più affollati e restare in movimento permette di gestire le ondate sempre più aggressive che il gioco ci oppone. Inizialmente le soddisfazioni che Splatterhouse sa regalare sono molto modeste: il combat sistem non è molto vario e gli scontri tendono a somigliarsi troppo, di fatto limitando le possibilità del giocatore. Poco a poco, utilizzando il menù di crescita del personaggio, si può però ampliare il parco mosse. Parallelamente si incrementano anche le soddisfazioni, mentre ci divertiamo a smembrare gli avversari nella maniera più sadica possibile. Come si sarà intuito, la violenza è la vera chiave di volta del gameplay: quando sono in fin di vita, gli avversari possono essere uccisi con una brutalità estrema. Superando dei Quick Time Event che ci chiedono di utilizzare gli stick analogici, potremo schiacciare il cranio dei malcapitati, strappargli le braccia o addirittura sfilargli le budella da orifizi non sempre raccomandabili. L'esaltazione della violenza si rivela sulle prime abbastanza divertente, ma poco a poco le prepotenti incursioni di queste “Fatality” tendono a frammentare il ritmo di gioco: persa la curiosità iniziale, risultano solo una opprimente necessità per accumulare gradi quantità di sangue. Proprio il rossissimo sangue dei nemici è un elemento indispensabile: riempiendo le tacche di una barra posta al margine superiore dello schermo, avremo un sistema sicuro per tirarci fuori dai guai. Subendo troppi danni rischieremo infatti di perdere un arto (con conseguenze negative sull'efficacia dei colpi) o -nel peggiore dei casi- di incontrare un prematuro Game Over. Il sangue ci permetterà invece di rigenerare le nostre ferite istantaneamente. Se invece dovessimo riuscire a riempire tutta la barra, potremo scatenare il vero potere della maschera: per qualche momento, moltiplicheremo la forza, la stazza e la resistenza ai colpi, trasformandoci in una vera e propria furia inarrestabile. C'è da dire che il titolo si distingue per un'ottima caratterizzazione di tutti questi elementi: le ferite aperte di Rick e lo scempio che i nemici compiono sul suo corpo si oppongono all'aspetto assolutamente minaccioso che il nostro anti-eroe assume quando, attivando la “rabbia”, le sue ossa gli lacerano la carne.
A fronte di una buona attenzione per i dettagli, però, troviamo un gameplay che non si mantiente fresco per tutta la durata dell'avventura, tendendo a stancare dopo poco. L'occhio più attento noterà inoltre che il titolo non si fa scrupolo a mostrare palesi ispirazioni. In Splatterhouse ci sono molti elementi di Dante's Inferno, e molti altri che arrivano direttamente da Mad World. In alcune stanze, ad esempio, dovremo superare dei piccoli “puzzle ambientali” interagendo con l'ambiente circostante: scaraventare gli avversari in un tritacarne, impalare le loro teste per aprire una porta, utilizzarli per interagire con le strane attrazioni di un luna park sono elementi che ricordano moltissimo l'esuberante produzione Platinum Games (ed anche i QTE sono strutturati alla stessa maniera). Tuttavia, oltre a dimostrare che Splatterhouse non ha più la priorità nell'esaltazione della violenza fine a se stessa, questi elementi non bastano a variegare il gameplay, che risulta sulla lunga distanza abbastanza monotono, anche per l'estrema linearità della progressione. Intervengono, a cercare di mitigare la ripetitività, anche sessioni bidimensionali abbastanza frustranti. La scarsa precisione delle collisioni si rivela fatale nei momenti in stile platform, e l'elevata mortalità che si registra in questi settori abbraccia a conti fatti la filosofia del “Trial and Error”.
Come ultimo sostegno all'impalcatura di Splatterhouse, c'è poi un fondo ironico quasi ostentato, e fin troppo sbandierato dal gioco. I commenti della maschera intervengono quasi a sproposito a sottolineare gli eccessi del titolo, con il risultato di apparire quasi fuori luogo.
In definitiva, Splatterhouse è un titolo che, pur sforzandosi di trovare una precisa identità, non sfugge ad una facile categorizzazione. E' un action game fortunatamente non disimpegnato, che richiede anzi un impegno non comune, ma resta un titolo con poco carattere. Quello che venti anni fa poteva essere un tratto distintivo (ovvero l'esaltazione della violenza), è oggi un “tema” piuttosto standard, come standard sono i risultati del prodotto.

Sague e lacrime

Graficamente parlando, Splatterhouse si difende bene. Supplisce alla scarsa complessità poligonale ed alla precisione delle collisioni non sempre esemplare, con uno stile abbastanza personale. Il Cell Shading del prodotto Namco è tutt'altro che fiabesco. Utilizza anzi i contorni neri dei poligoni per costruire un mondo sporco, violento anche visivamente. Ovviamente, Splatterhouse non può nascondere qualche incertezza tecnica evidente, che si palesa soprattutto nelle animazioni non sempre esaltanti dei nemici e del protagonista. Lodevole però la varietà di ambienti e avversari, tutti caratterizzati al meglio (davvero creativi alcuni Boss “di fine livello”). Piacevoli, nel contesto artistico molto particolare, gli effetti speciali, soprattutto quelli legati alle sanguigne esplosioni dei corpi. Nei momenti in cui il protagonista raccoglie una delle molte armi occasionati (da motoseghe a katane, da mannaie a mazze chiodate, senza disdegnare l'incursione di qualche arma da fuoco), lo schermo si riempie letteralmente di schizzi rossastri.
Pur dimostrandosi abbastanza affascinante dal punto di vista artistico, Splatterhouse ha qualche evidente difetto di ottimizzazione, che si concretizza in una fluidità non sempre eccellente e nella evidente dilatazione dei tempi di caricamento.
E' invece intelligentissima la selezione sonora, che poco sorprendentemente raccoglie un set di brani Hard Rock e tracce Metal di fatto adeguatissime al contesto. Buono anche il doppiaggio inglese, con piglio recitativo quasi impeccabile. L'adattamento in italiano zoppica in qualche punto.

Retro-Splatter

Una volta terminata la modalità Principale, che si esaurisce a livello medio entro le 7 ore ormai diventate lo standard per le produzioni moderne, Splatterhouse permette di affrontare un “survival mode” abbastanza superfluo. Tuttavia, dedicarsi all'impresa permetterà di sbloccare dei succosi Extra (oltre a quelli recuperati nel corso della storia): gli amanti del retrogaming saranno ben felici di sapere che tutti e tre gli episodi della saga originale sono presenti nel disco del gioco. L'ottima qualità delle “conversioni” permette di fare un tuffo nel passato alla scoperta delle radici della violenza videoludica.

Splatterhouse Splatterhouse è un titolo consigliato soltanto agli appassionati del genere. Mentre la violenza eccessiva e ostentata non può essere -oggi- un valido incentivo all'acquisto, nel computo dei pregi si deve considerare un grado di sfida non banale, uno stile abbastanza piacevole ed un gameplay che, pur non precisissimo, riesce a dare qualche soddisfazione. Purtroppo l'avanzamento appare molto lineare, e funestato dell'inserimento di sezioni abbastanza frustranti. Senza l'impatto scenico di God of War, senza la profondità ludica di Lords of Shadow, il prodotto Namco resta un passatempo divertente ma senza pretese, uscito forse in un periodo troppo affollato per avere un buon riscontro.

7

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