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Recensione Swarm

Uno platform con l'istinto suicida

Versione analizzata: Xbox 360
recensione Swarm
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3

Come ci insegnano anche le storie di fantascienza più trash, non può mai uscire qualcosa di buono da un viscido meteorite caduto dallo spazio avvolto da una malsana radiazione violacea. La prova ce la fornisce Swarm, nuovo titolo scaricabile sviluppato da quelle teste calde di HotHead Games.
Dal purpureo corpo celeste emerge un mostruoso polipoide ultradimensionale dotato di proboscide, che come uno sgradito utero secerne a getto continuo piccoli alieni che hanno la missione di esplorare il pianeta ospite (in preda al terrore e teatro di una grande guerra su cui non ci vengono fornite spiegazioni), nutrendo la loro “Mamma” con stringhe di DNA per accelerarne l’evoluzione.

Come un sol uomo (?)

Swarm è un action-puzzle game a scorrimento laterale, che ci pone al comando non di un unico protagonista, bensì di un intero popolo di piccoli e malaticci esserini blu: gli Swarmites (ma a noi sembra più carino chiamarli Swarmies) si muovono sempre in gruppo, mossi da un’unica coscienza collettiva che saremmo poi noi giocatori. Saremo in grado di impartire allo sciame comandi semplici (muoversi in una certa direzione), ma anche leggermente più complessi (saltare per superare ostacoli; incolonnarsi l’uno sull’altro per crescere in altezza e magari passare attraverso pertugi angusti). Premendo poi i grilletti LT e RT faremo espandere oppure contrarre l’area occupata dal gruppo, optando per un movimento più raccolto e preciso oppure più caotico ma ad ampio raggio.
Queste mosse ci saranno indispensabili per superare una serie di livelli in cui, come anticipato, lo scopo sarà quello di collezionare filamenti di DNA ed il più alto numero di punti possibili, con un feeling che omaggia titoli come il sempreverde Lemmings: per i bluastri animaletti la morte è infatti sempre in agguato, giacché gli stages sono letteralmente un campo di battaglia che abbonda di bombe, muri di fuoco, spuntoni, seghe elettriche, baratri, ondate di acido e chi più ne ha più ne metta; il tutto, almeno nelle intenzioni, ci viene proposto con un certo ridanciano cinismo.

Lo Sciame

Swarm pretende, alla fine della fiera, di essere ben più di quello che è: da onesto rip-off di un concept mitico e già ampiamente imitato vorrebbe essere considerato nuovo metro di paragone per quanto riguarda stile alternativo ed ironia politicamente scorretta; nonché, magari, anche come geniale promotore di un gameplay innovativo, perché basato in effetti sulla gestione di massa e sull’uccisione dei ributtanti esserini che andremo a controllare invece che sulla loro sopravvivenza.
Ma più in alto si sale, più male ci si fa cadendo a terra: per rispetto, non è neanche il caso di azzardare un impietoso paragone tra mascotte videoludiche confrontando le creaturine di HotHead ai cattivissimi Rabbids di Ubisoft; piuttosto i pipistrelli distratti del logo della softwarehouse Mercury Steam, quelli di Castelavania: Lords of Shadow, sono già più simpatici e accattivanti di quanto si dimostrino per tutto il gioco i brutti Swarmies; i quali, in una gara di fallimenti, arriverebbero secondi.

Parlando di design più in generale, è evidente come gli sviluppatori abbiano voluto adottare la politica dello strano a tutti i costi: accostamenti cromatici appositamente disturbanti e geometrie improbabili rendono bene il senso di precarietà della vita dei discutibili esserini viola, che comunque, come detto, riescono perfettamente nell’intento di risultare detestabili ed invogliare il giocatore alla loro morte.... previo prematuro spegnimento della console.
Eh già, non sempre macchine dalle mortali seghe circolari o violacee proboscidi da formichiere gotico in stile “Lovecraft incontra i Looney Tunes” funzionano. A volte sono proboscidi e basta.

Killing me softly

Notizie utili: non tutto quello che viene squartato/spiaccicato/gettato da un dirupo è solo per questo fatto automaticamente spassoso. Purtroppo il fatto che quelle pallette di gelatina muoiano ci lascia sovente più indifferenti che divertiti, sia a causa del fatto che i loro saltuariamente simpatici decessi non vengono valorizzati o ripresi in primo piano ma lasciati ai margini dello schermo, sia soprattutto a causa di un gameplay contraddittorio alla radice e al limite del frustrante.
Il giocatore ha il grosso problema di non saper mai da che parte dover stare. Swarm è infatti flagellato da un certo sbilanciamento tra le sue componenti: poiché ogni livello ci rihiederà un goal minimo di punti raccolti per sbloccare la sessione di gioco successiva, sarà nostro dovere tenere vivo il moltiplicatore di punteggio che ci permetterà di soddisfare l’obiettivo; e questo moltiplicatore, tra gli altri fattori, è influenzato in misura inversamente proporzionale dal numero degli Swarmies al nostro comando in ogni momento di gioco. Questo significa che meno Swarmies sono ancora vivi, più il punteggio andrà ad aumentare; tanto che in alcune sezioni dovremo necessariamente ucciderne alcuni, lasciandoli magari precipitare in un fosso rovente, per fatturare maggiori ricompense.
Non che ciò sia privo di una sua logica, ma semplicemente funziona male nel corso delle fasi giocate: in alcuni punti troveremo ad esempio degli interruttori che possono essere attivati solo da un rilevante numero di omini blu, di solito ben più numerosi di quanti saremo riusciti a conservarne fino a quel punto del livello; in altri avremo bisogno di tutto l’aiuto possibile per formare alte pile e raggiungere nuove aree o ricompense. Avere pochi Swarmies significa poi essere pericolosamente vicini al game over, e dovremo ricominciare il livello dall’ultimo checkpoint con moltiplicatore azzerato, nel caso in cui muoiano tutti. Ma il divertimento non stava proprio nel farli secchi?
Il rischio dunque è di trovare ogni livello spossante, dato che saremo in grado di superarlo indenni, e soprattutto di superarlo avendo raccolto sufficienti punti per passare a quello successivo, solo dopo diversi tentativi a vuoto, durante i quali avremo praticamente imparato la mappa a memoria. E poi via, si ricomincia!
E’ bene precisare che non si tratta semplicemente di venire a patti con un livello di difficoltà poco docile, quanto di rilevare problemi che impediscono di godere del gioco e rendono l’esperienza un “lavoro” da cui si vorrebbe evadere. Nel corso delle nostre decadenti avventure con gli Swarmies dovremo infatti anche lottare con dei cartelli esplicativi confusionari e mal scritti, che più che illustrarci il funzionamento dei comandi da utilizzare in base alle situazioni proposte dallo stage potranno complicarci la vita; i frequenti game over dovuti a cadute nel vuoto a causa di movimenti e salti imprecisi saranno poi figli di un utilizzo sconclusionato della prospettiva e della terza dimensione, che sarebbe stato scusabile forse nei primi anni ’90.
Un nebuloso sistema di rewards e di punti esperienza guadagnati tramite “obiettivi uccisione” tenta di salvare l’interesse dell’utente, ma i risultati sull’umore non sono garantiti. Peccato, perché il gioco si presenta complessivamente piuttosto bene dal punto di vista puramente estetico, con la sua grafica pulita e dai colori brillanti; il framerate, però, che dovrebbe assicurarci quantomeno una piacevole fluidità delle animazioni, è in genere piuttosto basso, nonostante peraltro la modellazione poligonale non paia nulla di eccessivamente stressante per il motore grafico. Gli effetti sonori sono degni dell’estetica del nostro disgraziato sciame: irritanti.

Swarm Swarm vorrebbe conquistarci con la sua presunta simpatia scanzonata e il suo timido humour nero drammaticamente orfano di Ron Gilbert, ma a conti fatti ben poco di ciò che propone risulta particolarmente ben realizzato, innovativo o lontanamente invitante. A meno che, per una qualche improbabile burla da teatro pirandelliano, gli sviluppatori non abbiano coscientemente prodotto un gioco frustrante e senza mordente per il gusto di dimostrarsi solidali e scherzosamente autoironici agli occhi del giocatore diviso tra la noia e l’esasperazione, ci domandiamo se il titolo offra in concreto qualcosa di godibile oltre ad una costosa (1200 MP/15 euro) potenzialità latente, nemmeno troppo ben resa. Occorre tempo ed una certa dedizione per superare l’impatto di irritante mediocrità a cui questo titolo ci espone: poiché i gusti sono gusti, qualche nostalgico dell’autolesionismo videoludico radical-geek degli anni ’80 e ’90 potrebbe trovare il giusto stimolo ad andare avanti proprio nello sfortunato look degli sfigatissimi Swarmies. Contento lui...

6

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