Heavy Rain Oggi alle ore 17:00

Alessandro Bruni si cimenta in una speciale Suicide Run!

Recensione Tears to Tiara II

Un'altra serie dal gusto tipicamente nipponico debutta nel vecchio continente

Versione analizzata: Playstation 3
recensione Tears to Tiara II
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Ps3
Giovanni Calgaro Giovanni Calgaro è avvocato per sbaglio, ma tuttologo per passione, cresciuto a pane e videogiochi sin dalla più tenera età. Allevato da un commodore 64 non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità della forma d'arte videoludica, tanto da sentire molto presto il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare, far conoscere ai più e condividere questa meravigliosa passione. Potete sempre trovarlo su Facebook e Twitter, sempre che non sia in qualche aula di tribunale.

Nel volgere di questi pochi mesi, nuova ed inaspettata linfa è stata infusa alla vecchia ammiraglia di casa Sony, grazie all'arrivo, in rapida sequenza, di Ar Nosurge, Fairy Fencer F e Natural Doctrine. Ora, ci ritroviamo ancora una volta a parlare di un prodotto tipicamente nipponico, Tears To Tiara 2, finalmente approdato nei lidi del mercato occidentale praticamente dieci anni dopo la prima release della serie. Rimasta per tutto questo tempo confinata entro le coste della madrepatria, la serie ha trovato il tempo di espandersi anche altri campi mediatici, con trasposizioni animate, cartacee e soprattutto giungendo con nuovo smalto su varie piattaforme grazie a porting, remake vari e, curiosamente, al beat'em up Aquapazza: Aquaplus Dream Match. Il primo episodio di Tears to Tiara uscì infatti nel 2005 in esclusiva per PC e si caratterizzava non solo per esser un SRPG/visual novel dai contenuti erotici, ma anche e soprattutto per un intreccio narrativo fortemente incentrato su un curioso mix di fantasy, miti e leggende norrene, paleocristiane e romane. Il risultato finale deve esser stato accolto positivamente dagli otaku del Sol Levante, perché il titolo conobbe due conversioni - epurate però dai caratteristici contenuti del genere "eroge" accennati poc'anzi - per PS3 nel 2008-2009 e successivamente per PSP. Come dicevamo, dal videogioco sono scaturite poi una serie di iniziative correlate che hanno portato l'universo di Tears to Tiara dapprima sulla carta stampata e poi sul piccolo schermo. Non pago, il team di sviluppo, si è dato da fare per regalare alla serie, dopo così tanti anni, anche un degno seguito e, nell'ottobre del 2013, finalmente giunge sul mercato orientale Tears to Tiara II: Heir of the Overlord. A poco più di un anno di distanza dal debutto del sequel in madrepatria eccoci analizzare, pad alla mano e con incrollabile pazienza, quello che da noi può esser considerato a tutti gli effetti l'esordio della serie.

DALLA SPAGNA CON FURORE

Abbandonate le fredde lande del nord Europa che caratterizzavano il primo episodio, gli sviluppatori hanno optato per portare il baricentro narrativo nella penisola iberica, mantenendo però intatta la commistione tra elementi fantasy, storici e religiosi, ormai marchio di fabbrica e stile inconfondibile della serie. Le gesta di Arthur e soci lasciano dunque il posto a quelle - ovviamente estrapolate dal contesto storico - degli esponenti di una famiglia che da sola riuscì a tenere sotto scacco la gloriosa Repubblica romana durante i lunghi e travagliati anni della Seconda Guerra Punica. La famiglia a cui ci riferiamo è quella dei Barca ed in Tears to Tiara II le vicende, seppur chiaramente stravolte, edulcorate e liberamente rivisitate in chiave fantasy, seguono proprio il percorso di crescita di un giovane Amilcare (Hamilcar) Barca, dapprima debole - nonostante il potere che cela - ragazzino reso schiavo dal tirannico Divine Empire. Quest’ultimo, similmente alla sua controparte reale, è riuscito a sconfiggere l’odiato casato dei Barca e ad estendere il proprio dominio su tutta la penisola iberica. Il destino del giovane appare chiaro: trovare la forza di spezzare le catene del giogo imperiale e guidare il suo popolo alla riconquista della libertà e della terra loro sottratta con la violenza.

Chissà come mai sembra sempre più facile a dirsi che a farsi. Infatti il giovane Hamilcar si imbarca in un’avventura mastodontica, accompagnato e sostenuto da una folta ed eterogenea accozzaglia di comprimari che lo aiuteranno, si spera, a tramutare quel sogno in realtà. Come avrete capito le assonanze con gli accadimenti ed i fatti storici reali sono finite già da un pezzo, tuttavia il profondo ed assai articolato intreccio narrativo è permeato di riferimenti e rivisitazioni in chiave fantasy della cultura e della religione cartaginese e romana, che denotano un curioso interesse del team per il particolare contesto storico. Sotto questo profilo gli sviluppatori non si sono certo macchiati del peccato di superficialità: al contrario, il peccato per assurdo sta nell’eccessiva prolissità della narrazione, che tiene inchiodato il ritmo di gioco a livelli talmente infimi da risultare quasi irritanti.
Per questo motivo Tears to Tiara 2 può essere definito come una vera e propria visual novel con innesti da SRGP: capita infatti (e questo si configura come episodio di “vita vissuta”) che una volta avviato il gioco, lo scambio di battute tra i vari personaggi possa durare non pochi minuti, ma addirittura ore. Quando scriviamo “ore” ne intendiamo anche tre di fila senza toccare il pad.
Questa particolarità è dovuta al fatto che Aquaplus e la sua sezione “adult only”, Leaf, da vent’anni è specializzata e produce visual novel: ciò, oltre ad avere ripercussioni sulla psiche di chi per ore è costretto a leggere dialoghi che spaziano da un argomento all’altro senza soluzione di continuità, ha chiaramente importanti ricadute sul gameplay.

VISUAL NOVEL O S-RPG?

Durante le prime dodici ore di gioco (ma la cosa, proseguendo, non migliora), come dicevamo, toccherete il pad solo per capire se esiste un tasto che permette di saltare a pie' pari i dialoghi, e poi giusto per due o tre brevissimi scontri che vi introducono ai primi rudimenti della sezione strategico-ruolistica. Quest’ultima, oltre ad apparire “accessoria” rispetto alla lettura delle stringhe di dialogo, resta sul classico, senza strafare o proporre alcuna novità rispetto a quanto visto in molti altri strategici a turni da FF: Tactics in avanti. Un vero peccato, perché la struttura, benché non portando nulla di nuovo al genere di riferimento, si dimostra solida, profonda e piacevole. Come al solito, gli scontri avvengono su scacchiere isometriche tridimensionali su cui i membri del nostro gruppo di eroi potranno muoversi, attaccare, utilizzare oggetti e magie a seconda delle proprie peculiarità e della propria classe di appartenenza. Grandi novità non ce ne sono; ogni combattente può muoversi per la quantità di caselle assegnata ed attaccare oppure utilizzare incantesimi od oggetti.
I vantaggi tattici sono limitati all’attacco ai fianchi, oppure alle spalle; sfruttare la conformazione del terreno non offre nessun vantaggio in termini di danni, ma solo in termini di movimento. Ad ogni modo, ricevere o provocare danni va ad aumentare una barra, denominata Chain Stock, che consente, una volta riempita, di lanciare una serie di attacchi concatenati mediante l’utilizzo di un semplice QTE. I due leader del gruppo, Hamilcar e Tarte (Astarte, la dea o la Grande Madre per i fenici), possiedono due particolarità di non poco conto che più di una volta sono risultate utili in battaglia. Hamilcar dentro di sé racchiude un potere antichissimo, quasi pari a quello di un antico dio; una volta che l’apposita barra si riempie (anche in questo caso subendo colpi, uccidendo nemici, etc.) è possibile attivare per un tempo limitato la modalità berserk, lasciandovi intuire le caratteristiche del potere. La ragazzina, Tarte, con la barra al massimo richiama invece la “sorella maggiore”, la quale, se ben utilizzata, mena - passateci il francesismo - come un fabbro a cui hanno fatto un torto.

La varietà di classi, di tecniche e di magie sfuttabili comunque non manca, cosi come i molti modi in cui è possibile personalizzare l’equipaggiamento e le skill di ogni combattente. A questo proposito, l’aumento di livello e il conseguente boost dei parametri di ogni personaggio avviene senza bisogno di fermare il gioco e perder tempo a scegliere quali e quanti punti esperienza utilizzare. I membri del party durante gli stage possono poi, oltre a salire di livello, acquisire nuove abilità oppure imparare incantesimi automaticamente. Mentre questi ultimi appaiono subito nel computo degli attacchi utilizzabili, le abilità (o skill) necessitano d’esser inserite manualmente nel riquadro di gestione del personaggio, e questo per il fatto che ve ne sono talmente tante che i sei slot dedicati non potrebbero contenerle tutte. Equipaggiamento, oggetti consumabili e skill possono essere acquistate anche dai vendor, che mettono a disposizione un vasto catalogo di prodotti aggiornato dopo ogni battaglia. Vi è anche una rudimentale sezione di crafting che permette di creare, partendo dai materiali guadagnati, oggetti chiaramente più potenti. Sotto questo profilo dunque si rileva comunque la necessità di un minimo di grinding, anche se non viene considerato un obbligo imprescindibile. Gli stage già superati possono infatti essere ripetuti liberamente, tra una lunga sessione di dialoghi e l’altra.

COME SONO TENERI!

Se la peculiare struttura di gioco ci ha lasciati leggermente (o forse peggio che) interdetti, lo stesso effetto l’ha fatto il comparto grafico e stilistico, altrettanto curioso e tipicamente nipponico. A dispetto della trama profonda, articolata, piena di intrighi, crudeltà ed atti di straordinario coraggio, lo stile adottato per rappresentare i personaggi a schermo è quanto di più “puccioso” e tenero potesse scaturire dalla fantasia tutta orientale. I comprimari e gli antagonisti infatti si caratterizzano per l’inconfondibile stile “chibi” o “super deformed”, ossia personaggi che sembrano sempre dei teneri bimbi dalle fattezze caricaturali, dalla bassa statura e dagli occhi grandi ed espressivi. Qualcosa che esula, insomma dalle corde del giocatore occidentale. Il contrasto con quanto raccontato è immediatamente evidente, cosi come la stranezza di aver voluto utilizzare, per i dialoghi in sovrimpressione, gli sprite “normali” dei personaggi resi nel più classico stile manga o anime. Contrasti stilistici a parte, l’engine tridimensionale comunque risente di una certa povertà poligonale la quale porta ad accostare Tears to Tiara a prodotti usciti per la vecchia console Sony qualche anno fa e non sicuramente al più recente 2013.

Nonostante la buona caratterizzazione dei protagonisti (sia estetica che caratteriale) e la varietà degli scenari, la sensazione che il titolo costantemente rimanda è quella di un lavoro quasi superficiale, incompiuto, frettoloso e leggermente confusionario riguardo la scelta dello stile dominante da utilizzare. Per ciò che concerne il comparto audio, infine, possiamo dire che tutti, ma proprio tutti i dialoghi sono doppiati in lingua originale e possiedono i sottotitoli in inglese. Il fatto che anche il parlato non sia in lingua anglosassone probabilmente è dovuto a questioni di budget e si è preferito mantenere solo i sottotitoli che, comunque, devono aver richiesto una quantità di lavoro improba. Il livello d’inglese dovrebbe essere alla portata anche di chi non possiede grande dimestichezza con la lingua di Shakespeare; certo è che forse anche al buon Shakespeare dopo tre ore di sola lettura senza alcun utilizzo del pad, risentirebbe dei canonici cinque minuti di follia.

Tears to Tiara II Tears to Tiara II: Heir of the Overlord rappresenta il debutto della serie in occidente e si trova subito a fare i conti con la diversa sensibilità ed i differenti gusti del pubblico nostrano, poco abituato ai videogiochi che per certi tratti assomigliano ad avventure solo visuali non interattive. La commistione di generi proposta da Aquaplus e Leaf in questo titolo infatti difetta di un elemento di fondamentale importanza: l’equilibrio. Il genere che possiamo classificare come visual novel prevarica con protervia sulla componente strategico-ruolistica, lanciando i personaggi in eterni voli pindarici che, dopo ore di agonia, fanno sprofondare il giocatore in uno stato depressivo. Un vero peccato, perché sia l’intreccio narrativo articolato e caratterizzato, che la sezione tattica (quando fa capolino tra le stringhe di dialogo) sono profonde e ben realizzate. Se vi fosse stato maggior equilibrio, il giudizio sarebbe stato ben diverso. A nostro avviso, arrivare sani ai titoli di coda di Tears to Tiara 2 dovrebbe rientrare a pieno titolo nello Yu, uno dei sette principi cardine del Bushidō.

6.5

Che voto dai a: Tears to Tiara II

Media Voto Utenti
Voti totali: 4
6.8
nd