Recensione The 3rd Birthday

Torna Aya Brea, e stavolta abbraccia un prodotto che si vota interamente all'azione

Versione analizzata: PSP
recensione The 3rd Birthday
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Alessandro Mazzega Alessandro Mazzega prende confidenza fin da tenera età con pad e tastiera e si appassiona rapidamente al mondo dei videogiochi, lavorando come giornalista sulle principali realtà online e occupandosi di sviluppo, attualmente in Forge Reply. Bassista fallito, ha ormai venduto lo strumento per passare dietro al microfono, sia per cantare che per condurre il podcast Gaming Effect. Cercatelo su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Parasite Eve è una di quelle serie che sembravano ormai perdute, con due titoli relegati alla periodo PSX, il primo dei quali miscelava sapientemente caratteristiche da RPG e un gameplay di astrazione action ed un secondo che virava pesantemente verso le tinte dei survival horror, in un periodo particolarmente florido per il genere.
L’annuncio dello sviluppo di un seguito per telefoni cellulari spiazzò decisamente tutti gli appassionati che ancora ricordavano Aya Brea, ma lo spostamento del progetto su PSP ha riportato The 3rd Birthday verso i canoni più classici del mercato dei videogiochi.
Square Enix ha puntato molto sul nuovo capitolo, sfruttandolo per chiudere quella che può essere considerata come l’ultima ondata di titoli di un certo spessore per il portatile Sony in occidente, composta anche dal nuovo Dissidia, da Lord of Arcana e da Tactics Ogre Let Us Cling Togheter.

Dream team

Lo sviluppo di The 3rd Birthday è stato quindi turbolento ma nulla si può obiettare riguardo il team composto da Square Enix per portarlo a compimento: Yoshinori Kitase alla produzione, Tetsuya Nomura al character design e Yoko Shimomura per quanto riguarda la colonna sonora.
Il risultato è un titolo dagli alti valori produttivi, che ha dei legami con il passato ma cerca di guardare al mercato moderno, cambiando nuovamente le coordinate del gameplay e strizzando l’occhio a molta produzione occidentale.
The 3rd Birthday è quindi uno sparatutto in terza persona con elementi RPG, fatto che potrebbe nuovamente far discutere sulla capacità degli studi nipponici di puntare sull’innovazione, andando invece a sfruttare le meccaniche più comuni dei grandi successi mondiali degli ultimi anni.
La rimozione completa del nome Parasite Eve dal titolo è quindi indicativa della tipologia di gameplay alla base del gioco, che rompe nuovamente con i due diversi approcci proposti dai primi capitoli, mantenendo solamente le componenti ruolistiche, basate sull’evoluzione del personaggio, la personalizzazione di armi e vestiti, la gestione degli upgrade e delle statistiche.

Dove eravamo rimasti?

In The 3rd Birthday la protagonista è ancora Aya Brea, operativa all’interno del gruppo CTI. Gli eventi cominciano subito dopo che la nostra eroina è stata ritrovata, nell’inverno del 2010, in stato confusionale e senza memoria del suo passato all’esterno della cattedrale di St. Thomas a Manhattan, indossando un vestito da sposa macchiato di sangue.
Il reclutamento da parte di un’organizzazione paramilitare porterà ad una serie di missioni da svolgere proprio nell’area metropolitana di New York, dopo l’attacco di misteriosi esseri denominati Twisted, generati dalle gigantesche Babel, cresciute sotto il livello cittadino e sbucate dal terreno, devastando completamente la città.
L’obiettivo sarà quindi cercare in tutti i modi la fonte delle apparizioni, avanzando verso le Babel e distruggendole progressivamente dall’interno, andando a colpire gli Orb, vera fonte di energia delle imponenti strutture.
Per far ciò le abilità di Aya, già viste all’opera nei primi due capitoli, verranno spinte al massimo dalla tecnologia a disposizione nel quartier generale del CTI: un’immensa macchina è in grado di controllare un’abilità innata che solo la bionda protagonista possiede. L’overdive è infatti il vero punto focale della vicenda: Aya può tuffarsi letteralmente nell’inconscio delle persone, rivivendo ciò che è già accaduto e occupando i corpi degli esseri umani per cambiare il corso di quanto è avvenuto.
La trama viene raccontata attraverso numerosi filmati non interattivi, di ottima fattura come da tradizione Square.
Il problema, però, risiede proprio nella tipologia di narrazione: gli intermezzi spiegano solo alcune parti della trama che, soprattutto all’inizio, rimane fumosa e poco chiara, obbligando il giocatore che vuole approfondire a scandagliare i computer del CTI in cerca di tutte le informazioni mancanti.
Basandosi solo sui filmati, infatti, verrà a mancare completamente un background generale sulla vicenda, quindi i personaggi appariranno rapidamente, senza alcuna giustificazione per le loro azioni, andando a vanificare quanto di buono c’è alla base della storia.
Per fortuna il materiale testuale non manca, con un esteso riassunto del ruolo di tutti i protagonisti e comprimari e una timeline approfondita che dettaglia temporalmente i fatti accaduti, anche molto tempo prima rispetto a quelli avvenuti nel gioco.

Shoot and Overdive

Lo svolgimento delle missioni è quindi una questione prettamente action: la camera è posta in terza persona, sopra la spalla della protagonista, e segue l’azione in modo rapido, cercando di ovviare al cronico problema della mancanza del secondo stick analogico sul portatile Sony.
Proprio nella gestione della visuale si notato gli sforzi compiuti dal team per confezionare un gioco che risulti adatto ad una fruizione portatile: il tasto dorsale sinistro è deputato al riposizionamento dell’inquadratura e al lock dei nemici con il mirino della propria arma da fuoco. La rotazione libera, invece, è affidata ai tasti della croce digitale, i più utili dei quali risultano i due orizzontali, che servono per poter ruotare a destra e a sinistra il punto di vista, in modo da guardarsi intorno.
Il primo approccio, quindi, porterebbe a pensare alla necessità di dover giocare sfruttando il posizionamento delle mani chiamato Claw, reso celebre dagli episodi portatili di Monster Hunter. Per fortuna, però, il gioco fa di tutto per far si che il pollice sinistro debba alternare il meno possibile la sua posizione tra controlli analogici e digitali.
La soluzione, quindi, proviene direttamente dal game design: le sezioni di combattimento e quelle di esplorazione sono distinte in modo abbastanza netto e l’arrivo dei nemici è sempre sottolineato dal cambio del tema musicale, in modo da annunciare al giocatore un nuovo scontro con i Twisted.
Per movimentare le battaglie è stato implementato un sistema di coperture che permette di sottrarsi ai colpi nemici. Tutte le protezioni, però, si distruggono con il tempo, fattore che spinge verso una pianificazione attenta degli scontri, che ben si sposa con la necessità di sfruttare a fondo i poteri della protagonista per uscirne vivi.
L’Overdive è quindi il contraltare diretto all’uso del solo piombo e introduce alcune meccaniche innovative: in ogni momento è possibile trasferire la propria coscienza nel corpo di uno qualsiasi dei militari amici coinvolti in uno scontro, permettendo di utilizzarne le armi equipaggiate in quel momento o spostandosi rapidamente da una zona pericolosa ad un’altra di relativa calma. Inoltre è possibile lanciarsi verso un nemico già indebolito, trasferendosi al suo interno ed esplodendo, provocando gravi danni al costo della perdita di un piccolo quantitativo della propria energia.
Il mix tra scontri a fuoco e uso dell’Overdive funziona, ma va assimilato progressivamente, in quanto all’inizio viene naturale sfruttare la sola potenza delle armi da fuoco, assolutamente non adeguate a ciò che si dovrà affrontare.
L’uso indiscriminato dell’Overdive, invece, porterà al decesso di molti dei compagni che andremo a controllare, soprattutto quando ci trasferiremo da uno all’altro in punto di morte, andando a sfruttare l’energia e le munizioni di tutti quelli disponibili. In quest’ottica non stupisce il fatto che il numero di militari sopravvissuti sia tenuto in grande considerazione per il voto che il gioco darà all’utente alla fine di ogni livello, importantissimo per sbloccare nuove armi, costumi e scene segrete, come quella, ormai celebre, all’interno della doccia, simile a quella vista negli altri capitoli della serie.

La crescita di Aya

La struttura RPG avvolge le predominanti sezioni action proponendo la più classica evoluzione basata su livelli, sbloccabili proseguendo nel gioco ed ottenendo dei buoni voti in ogni stage, nonchè un menu di personalizzazione che ricorda maggiormente i JRPG del passato: riprendendo i temi cari al primo episodio, Aya può alterare il proprio patrimonio genetico, inserendo nuove molecole in una griglia quadrata di nove caselle.
Andando ad occupare i vari spazi si manifesteranno relazioni fra le varie sostanze, ognuna in grado di attivare una propria abilità, dall’aumento dei parametri di difesa durante gli Overdive alla rigenerazione delle ferite dei compagni quando un attacco combinato viene portato a buon fine.
Anche le armi da fuoco vengono incluse tra gli elementi modificabili, in quanto possono essere sbloccati nuovi e più efficienti strumenti di offesa, potenziabili progressivamente per migliorarne la stabilità, la gittata e l’ampiezza del caricatore.
Infine, anche i vestiti della protagonista, che nei titoli del passato hanno sempre rappresentato un semplice vezzo grafico, ora offrono differenti livelli di assorbimento dei colpi, con una particolarità che farà felici i giocatori maschi: gli indumenti di Aya si strapperanno progressivamente, di pari passo con le volte in cui si verrà colpiti, fino a lasciare la povera protagonista seminuda, almeno fino all’inizio della missione successiva.

Difficoltà nipponica

Un fattore che balza subito all’occhio, sin dalle prime battute di gioco, è la difficoltà che The 3rd Birthday propone al giocatore: è necessario apprendere rapidamente l’uso dell’Overdive, senza però abusarne, pena la perdita di tutti i compagni che possono garantire un maggiore volume di fuoco nelle situazioni più concitate.
Proprio la meccanica dell’Overdive, però, è un’arma a doppio taglio nell’ottica della valutazione del gioco: in parte innova, spingendo verso un approccio strategico agli scontri, ma in parte sa di già visto, in quanto implementata in maniera analoga proprio in un altro recente titolo di Square, quel Mindjack che non ha propriamente brillato in termini di successo di critica e pubblico.
Tasso di sfida a parte è proprio l’esperienza nella sua globalità a non soddisfare del tutto: la trama appare troppo sfilacciata e non riesce a fare da collante alle varie missioni, con il risultato che ci si ritrova a proseguire senza mai avere un chiaro obiettivo in mente ma avendo la sensazione di venir trasportati dagli eventi in modo completamente passivo, con il risultato di trasmettere un punto di vista sul gioco che lo riduce ad un mero sparatutto in terza persona con qualche meccanica differente dalla massa.

Fortunatamente The 3rd Birthday offre anche degli aspetti positivi, soprattutto dal punto di vista tecnico. Si segnala infatti un motore grafico in grado di creare ambientazioni cittadine suggestive, che si alternano a sezioni al chiuso ben rappresentate, con l’aggiunta di modelli di tutto rispetto, soprattutto per quanto riguarda la protagonista. Buone le animazioni, e di altissimo livello i filmati in computer grafica, intrisi -come il resto dell'esperienza di gioco- di un'artisticità particolare, che potrebbe spiacere ai fan dai primi due capitoli (vista la notevole virata stilistica), ma rappresentano comunque un discreto valore aggiunto. Anche la colonna sonora ha un ruolo importante nell’esperienza, sottolineando i momenti più concitati nelle battaglie ma dando il suo meglio all’interno dei lunghi filmati che narrano l’incedere della vicenda.
La durata complessiva è invece abbastanza limitata, anche se il gioco tenta di invoglia a riaffrontare le missioni già completate, ottenendo voti migliori e sbloccando quindi numerosi extra. La longevità non può essere però promossa a pieni voti: il Replay Value aumenta soltanto se si prova un amore incondizionato per l'Hi-Score e si viene catturati dal contesto non certo eccelso di questo 3rd Birthday.

The 3rd Birthday Parasite Eve ha cambiato pelle una prima volta, con l’arrivo del secondo capitolo, e lo fa nuovamente, addirittura perdendo il nome originale, con l’uscita del terzo episodio. La formula dello shooter in terza persona di stampo nipponico funziona fino ad un certo punto, senza raggiungere la spettacolarità di Vanquish, per citare un titolo uscito praticamente nello stesso periodo, ma offrendo un ibrido che non soddisfa fino in fondo. A tutti gli effetti non si capisce quale sia il vero pubblico di riferimento per un titolo come The 3rd Birthday: l’appassionato che ricorda ancora i vecchi Parasite Eve si sentirà tradito per il passaggio ad una struttura di gioco completamente action, mentre il neofita difficilmente si orienterà verso un sparatutto su PSP che offre una trama ferragginosa e difficile da seguire, con un gameplay ben confezionato ma che non può dare le stesse emozioni di altri esponenti illustri del genere, soprattutto se pubblicati per console casalinghe. Non basta la solidità grafica, tra le migliori su PSP, per sostenere una produzione così singolare per Square Enix, con un risultato finale che non può che lasciare l’amaro in bocca.

6

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