Recensione The Bridge

Un puzzle game dalle tinte zen che gioca con gravità e prospettiva

Versione analizzata: Xbox 360
recensione The Bridge
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Pc
Lorenzo Lorenzo "Kobe" Fazio ama il basket, o per meglio dire i Los Angeles Lakers, l’Hip Hop e il teatro. Dopo aver rincorso la carriera del finto regista, dal 2007 si spaccia anche per finto esperto di videogiochi scrivendo su Everyeye.it. Lo appassionano le belle storie e gli stili visivi ricercati. Cercatelo su Twitter e su Google Plus.

L’albero genealogico di The Bridge, originariamente pubblicato su Steam nel febbraio del 2013 e sviluppato da Ty Taylor e Mario Castañeda, è un affascinante ginepraio di rami e radici che si intersecano tra loro.
L’antenato ideale più famigerato e facilmente individuabile è Braid: pluripremiato puzzle game di Number None che, travestito da platform, amalgamava un art design ricercato a uno stile narrativo coinvolgente e magistralmente fuso con l’esperienza ludica. Non che The Bridge si presenti con la stessa formula, ma l’atmosfera rarefatta -dalle tinte zen, potremmo dire- è estremamente simile.
Guardando al gameplay il retaggio giunge da altre direzioni: Echochrome, con il suo prendersi gioco delle prospettive, e Loco Roco, dove lo spostamento dell’avatar era possibile solo inclinando l’intero scenario.
Tante fonti d’ispirazione dunque, per un puzzle game che baratta l’originalità con un level design spesso geniale e stupefacente.

Un po’ Newton, un po’ Escher

L’anonimo scienziato protagonista dell’avventura sonnecchia sotto un albero, evidentemente insonnolito dall’immobilità che lo circonda. Non si muove una foglia, né spira un alito di vento. La scena è unicamente animata dal nervoso tratto di matita che disegna e ridisegna istantaneamente i bordi di alcuni elementi dello scenario. Uno più di altri attira l’attenzione. Si tratta di una mela, posizionata proprio sopra il testone a punta del nostro. Tutto ricorda quel famoso episodio che permise a Newton di scoprire la forza di gravità, tant’è che persino l’epilogo è lo stesso: premendo ora un trigger, ora l’altro, lo scenario inizia ad ondeggiare e con esso il frutto che, staccatosi dal ramo, cade sullo scienziato svegliandolo.
Tanto basta per introdurre l’ennesimo puzzle game “new age” che prova ad affascinare l’utente con uno storytelling ermetico e il solito art design minimalista; qui dominato dall’assenza totale di colori ad esclusione del bianco, del nero e conseguente scala di grigi.
Indiscutibilmente siamo di fronte a una ricerca artistica di tutto rispetto, che purtroppo è chiaramente figlia di una moda che inizia ad inflazionarsi. Non che gli scenari tratteggiati dai due sviluppatori manchino di carattere o che i delicati temi musicali, che vi accompagneranno costantemente, non concorrano a creare un’atmosfera onirica affine ai “deliri” prospettici di Escher. Tutt’altro: si resta più volte incantati dal mondo finzionale (letteralmente) disegnato da un tratto ora sicuro e deciso, ora frutto di numerose linee che si scontrano e attraversano. Il problema è che il videogiocatore navigato, memore dei già citati Braid e Echochrome, coglierà al volo le (involontarie) citazioni, ridimensionando il proprio giudizio estetico.

Discorso del tutto simile per quanto concerne l’aspetto ludico di The Bridge.
Come lasciato intendere dalla descrizione delle premesse narrative, lo strumento principale con cui l’utente potrà interagire con il suo avatar, incapace di saltare ma controllabile con l’analogico sinistro, è la rotazione a 360° dello scenario. Un muro, apparentemente invalicabile, diventa un pavimento su cui lo scienziato può tranquillamente spostarsi. Allo stesso modo, si può camminare sul soffitto agendo quanto basta sui trigger. Le meccaniche di base sono semplicissime, ma l’abilità con cui gli sviluppatori le hanno declinate nei vari livelli ha dell’incredibile.
Per raggiungere sani e salvi la porta che conduce al livello successivo, farete presto i conti con diversi elementi. Le rocce sferiche sono mortali anche solo toccandole. I lucchetti, che impediscono il superamento dello schema, possono essere aperti raccogliendo la chiave. Buchi neri risucchiano qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Ostacoli di prim’acchito insormontabili, si possono bypassare giocando con le prospettive. Qui il debito a Echochrome diventa evidentissimo: eventuali barriere, opportunamente “ruotate” e inclinate, diventano pratici ponti con cui superare agevolmente un burrone. Gli esempi che si potrebbero fare sono moltissimi e andando avanti nel gioco si resta ammaliati dalla qualità del level design.
La vera forza di The Bridge sta proprio nel riuscire a mettere costantemente alla prova l’utente, senza confonderlo con l’introduzione di troppi elementi da tenere in considerazione. Dove altrove si lamenterebbe una mancanza di profondità, unita a una cronica ripetitività, la creatività di Taylor e Castañeda è tale da mantenere la loro creatura a distanza di sicurezza da simili problematiche.
Va da sé che per la sua stessa natura, il prodotto non è affatto consigliato agli amanti dell’azione e a chi non vuole applicarsi, anche a lungo, nella risoluzione di enigmi. Non sono rari i casi in cui dovrete prendervi una pausa prima di ritrovare la freschezza mentale necessaria per confrontarvi con i rompicapo. Anche per questo motivo è difficile valutare la longevità di The Bridge. Di per sé i livelli non sono moltissimi, una sessantina includendo anche le versioni speculari: a seconda delle vostre abilità risolutive, l’avventura durerà dalle cinque alle dieci ore.

The Bridge The Bridge non può certo dirsi un puzzle game originale. Sia l’inconcludente storia, sia il raffinato art design, sia lo stuzzicante gameplay devono moltissimo ad illustri predecessori, collocandosi in quel filone di “esperienze ludiche zen” che corre il rischio di inflazionarsi. Nonostante ciò, gli sviluppatori si sono mossi con estrema caparbietà, discostandosi quel tanto che basta dalle fonti d’ispirazione per non rendere la loro creatura uno sterile clone. Al di là delle considerazioni prettamente estetiche (e quindi particolarmente soggettive) e nonostante i pesanti debiti contratti con i suoi padri spirituali, The Bridge si dimostra un puzzle game brillante e impegnativo. Basandosi su un’idea semplicissima come la rotazione degli scenari, Ty Taylor e Mario Castañeda hanno confezionato un level design maestoso che farà la felicità di tutti gli appassionati del genere.

8

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