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Recensione The Deer God

Un Metroidvania delicato, con ritmi e tematiche diverse dal solito.

Versione analizzata: PC
recensione The Deer God
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
Enrico Spadavecchia Enrico Spadavecchia è un avido collezionista ed esagitato videogiocatore dai tempi del Commodore 64 e delle sue righe colorate. Ex giocatore accanito di Counter Strike, in giovane età ha compiuto la stupidissima impresa di completare Quake II a livello hard senza scendere mai sotto i 100 punti ferita. Ostinato retrogamer e sostenitore delle produzioni indipendenti, non disdegna le offerte del mercato attuale, soprattutto FPS e avventure grafiche. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Questa mattina ero un fiero e barbuto cacciatore. Avevo la mia preda nel mirino, quando un branco di lupi mi ha assalito. I predicatori a scuola avevano torto, perchè mi son subito ritrovato al cospetto di un dio cervo, un irremovibile custode delle forze della natura, che mi ha riportato in vita con le fattezze della preferita fra le mie prede. Furioso ho macinato chilometri di quella che mi è sembrata un’infinita via per la redenzione, inseguito dalle bestie più feroci e dai miei stessi fratelli cacciatori. Poi un anziano cervo mi ha detto “tu sei il prescelto” e gli ho creduto. Ho iniziato ad aiutare animali, uomini ed eteree anime smarrite in difficoltà. Mentre i miei palchi crescevano e si ramificavano, ho iniziato ad evocare fulmini e a lanciare palle di fuoco, a raccogliere antiche reliquie e a sacrificarle presso statue raffiguranti il mio nuovo dio; ho sviluppato anche un certo senso di appartenenza alla comunità di nobili bestie che mi circondano, ma sono ancora parecchio confuso.

Il prescelto

C'è del platform, ma anche delle componenti survival e action, contaminazioni rpg e roguelike, ma anche i tratti caratteristici dell'endless runner, nello strano polpettone preparato da Crescent Moon Games. Se non fossimo distratti dalla maestosa pixel art che scorre fluida sullo schermo, verrebbe da chiedersi -senza un po’ di malizia- se gli sviluppatori abbiano tentato il colpaccio, attirando più categorie di giocatori possibile col minor sforzo. La componente survival, infatti, si limita alla ricerca costante del cibo, per tenere piena la barra verde in alto a sinistra; l’abbozzato sistema di crescita del personaggio segna invece le varie fasi dello sviluppo del mammifero, da indifeso e goffo cerbiatto a maestoso e agile cervo adulto. Scorrazzando liberamente negli scenari generati dal sistema procedurale, incontreremo, di tanto in tanto, individui convinti di trovare nell’aiuto di un cervo parlante la soluzione ai problemi più disparati. Le quest rappresentano i fondamentali punti di snodo dell’oscura storyline: ignorandole si blocca la generazione dei livelli e ci si ritrova a ripercorrere ciclicamente gli stessi scenari. Sebbene si sposi perfettamente con un’esperienza di gioco estremamente rilassante, l’eccessiva facilità delle quest potrebbe rappresentare un punto a sfavore per l’indie game di Crescent Moon: quasi tutte sono risolvibili in pochi secondi, e a pochi passi dal quest giver.

Stesso discorso riguardo l’acquisizione delle 10 diverse skill, ottenibili risolvendo brevissimi e poco chiari puzzle ambientali nei pressi delle statue ‘sacre’; l’idea di attribuire un punteggio karmico per ogni uccisione (negativo qualora decidessimo di attaccare le innocue creature del bosco, positivo per l’eliminazione di qualsiasi nemico) è buona ma male implementata: è possibile infatti ottenere tutte le skill anche perpetrando una condotta esclusivamente benevola (o malevola). Cercando gli scrigni disseminati per le aree di gioco, è possibile acquisire tutta una serie di oggetti bonus come funghi giganti da usare come trampolini, radici per incrementare la resistenza o la velocità, uova per evocare rinforzi, che però ben presto dimenticheremo a causa di un sistema di gestione dell’inventario alquanto goffo e macchinoso, limitandoci all’utilizzo delle abilità di base e alle 10 skill speciali.

Quando non puoi dire una cosa gentile, è molto meglio starsene zitti (Tamburino)

Da tali premesse non si potrebbe delineare che un profilo tutt’altro che esaltante, complice la presenza di sin troppe contaminazioni di genere, poco approfondite e spesso solo accennate. Tuttavia le atmosfere di Deer God rapiscono il giocatore come pochi altri titoli affini, grazie ad un sapiente utilizzo del voxel e degli sprites bidimensionali, alle placide note della colonna sonora che riecheggiano in paesaggi tanto poetici da nasconderne i contorni dentellati, e ad una libertà di movimento che distoglie il giocatore dalle classiche ansie del platform. Dinanzi a cotanto splendore artistico si chiude un occhio sulle palesi carenze dell’IA alleata e nemica, sulle saltuarie ripetizioni nella generazione procedurale dei livelli e su qualche bug ereditato dall’early access. Molto spesso si tende a dimenticare tutto, il passato da cacciatore, lo sguardo severo del dio cervo, la ricerca delle reliquie e i brutti versi gutturali di quel rospo gigante che abbiamo incontrato in una caverna, per poi ritrovarsi a correre senza meta, mentre sullo sfondo sfrecciano languidi tramonti su spiagge deserte, distese ghiacciate e igloo disabitati, cimiteri infestati, paludi e piccoli villaggi western.

The Deer God Deer God non è un gioco adatto ad ogni palato. Noncurante delle esigenze di chi cerca un titolo pieno di sfide, l’indie game di Crescent Moon rappresenta un’esperienza di gioco tranquilla e rilassante, nonchè un pacato tentativo di sensibilizzazione sul tema del rispetto per la natura e gli animali, ben lontano dal dramma disneyano o dalla violenza tipica della propaganda animalista degli ultimi anni. Un titolo certamente consigliato a chi ricorda con piacere Ecco the Dolphin ma non è mai riuscito a finirlo.

6.5

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