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The Last Guardian Recensione: il nuovo gioco di Fumito Ueda

Sono passati più di sette anni dall'annuncio di The Last Guardian, adesso il sequel di ICO e Shadow of the Colossus si appresta a vedere la luce su PS4.

The Last Guardian

Videorecensione
The Last Guardian
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

La storia si apre in una terra lontana. In un mondo senza tempo, come sospeso in un'antichità eterna. Ci sono rovine di civiltà estinte, costruzioni totemiche e gloriose ormai abbandonate, ma nessuna traccia di progresso. Ci sono foreste smisurate, distese di alberi che si allargano a perdita d'occhio sulle pianure di continenti pachidermici, e piccole tribù con i loro strani riti ed una lingua semplice e musicale. E poi enormi creature che sorvolano distanze colossali; bestie nobili e antiche, feroci. The Last Guardian racconta proprio dell'incontro fra uno di questi imponenti grifoni ed un ragazzo fragile e spaesato. É un protagonista senza nome, che narra la sua storia anni dopo averla vissuta. La sua voce stanca scandisce il racconto, con poche frasi asciutte e spoglie.
Si ricorda di quando si è svegliato senza memoria, sul fondo di quello che chiamano "Il Nido". Il corpo ricoperto di segni misteriosi, e di fronte a lui il profilo spaventoso della bestia. È ferita, ansima e si contorce, con le piume sporche di sangue e la testa ciclopica coperta da paramenti spaccati. È incatenata, diffidente, grida il suo dolore e la sua rabbia.
Golosa del liquido contenuto in misteriosi barili fluorescenti si lascerà infine avvicinare, vincendo le resistenze della sua indole selvatica.
The Last Guardian comincia così, concentrando nei primi minuti di gioco la nascita di un fortissimo legame fra l'uomo e l'animale. È proprio attorno a questo vincolo incomunicabile che si districa il filo del racconto, fatto come sempre di silenzi e suggestioni. In qualche maniera intimo e segreto, il rapporto con Trico crescerà con fatica, lentamente, finché non svelerà tutta la sua importanza. Lasciando nel giocatore, ancora una volta, lo stupore delle storie indelebili che portano il nome di Fumito Ueda.

Anche se lontani

The Last Guardian è un gioco concepito più di dieci anni fa. Un titolo che aveva -anzi: che ha- il compito di raccogliere l'eredità delle precedenti produzioni di Fumito Ueda, rappresentando la sintesi perfetta delle sue opere. Da una parte c'è l'interazione tra un protagonista così fragile e il corpo colossale del grifone, recuperata da Shadow of the Colossus. Dall'altra l'esplorazione partecipe e curiosa di rovine antiche e incomprensibili, che arriva invece da ICO. Intrecciandosi in forme nuove questi due elementi avrebbero dovuto dare vita ad un impasto ludico più complesso, dal sapore almeno in parte inedito.

Si scopre in verità, dopo poche ore, che i meccanismi di gioco assomigliano molto di più a quelli del primo movimento della "trilogia". The Last Guardian ha davvero tanto in comune con ICO, chiedendoci in buona sostanza di perlustrare con attenzione gli androni, le torri e i camminamenti delle strutture costruite all'interno del Nido. Bisogna insomma scovare i percorsi nascosti tra le rovine, arrampicarsi sulle scale arrugginite per trovare leve e catene, sbloccare i grandi cancelli che separano le diverse zone dei torrioni. Molto spesso ci si aggrappa comunque alle piume di Trico, utilizzando la sua stazza imponente per raggiungere aree fuori dalla nostra portata. L'arrampicata sul dorso del nostro compagno è tuttavia più agile e molto meno faticosa rispetto all'impresa di raggiungere i punti nevralgici dei furiosi Colossi.
Coi suoni stravaganti di una lingua incomprensibile possiamo anche interagire con Trico: suggerirgli di stendere le zampe su un appiglio, di allungarsi in un stretti cunicoli, oppure di saltare sulla cima delle colonne che svettano all'esterno degli edifici. Si tratta perlopiù un sistema per spostarsi tra i vari settori del Nido, che poi dovremo comunque perlustrare a piedi, cercando di rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di proseguire o i totem che sembrano quasi ipnotizzare il Grifone.
Il canone a cui The Last Guardian aderisce, insomma, è quello dei classici giochi d'avventura nati alla fine degli anni novanta, lasciando alle "scampagnate" sul dorso della grande bestia mangia-uomini un valore più che altro contemplativo. Mentre Trico salta sui costoni rocciosi, sui ponti sospesi e sulle impalcature, capita spesso di rimanere ammaliati dall'estensione impressionante delle architetture, dalla loro indicibile eleganza.
Questa sorta di ammirazione estatica in cui ci troviamo all'improvviso, rapiti, non è certo un elemento secondario nell'economia di gioco. Le proporzioni inconcepibili dei pinnacoli ornamentali, i fragili equilibri delle campate che si allungano sul vuoto, e ancora il rifiorire di dettagli che si accalcano sulle pareti ornate degli edifici in lontananza, colpisce senza preavviso il giocatore, che si sente quasi sopraffatto dall'inebriante bellezza del Nido. Si tratta di una meraviglia architettonica con un'impronta unica, distintiva, in cui confluiscono le geometrie rocciose di Petra, e l'arte votiva dei popoli neolitici, gli archi e le volte del gotico europeo. Di tanto in tanto la bellezza dei panorami di The Last Guardian diventa più fragorosa dei suoi silenzi, fin quasi a generare un brivido leggero, una vertigine, un moto dolce di malinconica euforia.
Che poi è lo stesso che pervade il giocatore anche quando scende dalla schiena del Grifone. Una delle più grandi conquiste di ICO, del resto, era proprio la sua capacità di trasformare meccanismi di esplorazione classici in un incedere curioso e meravigliato, vivacizzato in qualche modo dalla poesia visiva degli ambienti. Ancora oggi il motore trainante dell'avventura è l'avvincente senso di scoperta, l'eccitazione per i colori vivaci dell'erba colpita da un raggio di sole obliquo; e la voglia di arrendersi ad una tranquilla solitudine.

The Last Guardian non rinuncia comunque a vivacizzare la progressione con qualche trovata interessante, tra enigmi ambientali ben studiati, guizzi d'ingegno e piccoli colpi di genio, e ancora sezioni inaspettate che si allontanano dalle trovate classiche del genere. Il gioco, purtroppo, si trattiene molto nel corso della prima parte, quando sembra quasi ossessionato dalla necessità di presentare situazioni poco complesse, quasi didattiche. In questo frangente, oltre a dover sopportare una serie di ineliminabili indicazioni a schermo che tendono a frantumare l'immersività e rovinare l'atmosfera, si procede in maniera davvero troppo meccanica. È una fase lunga e poco coraggiosa, per altro minata dai problemi abbastanza evidenti dell'inquadratura.
Le prime ore di gioco sono innegabilmente faticose, lente, stanche, tanto che rischiano di rompere la meraviglia e di farci infuriare. Benché i movimenti del protagonista siano stati "ammorbiditi" e resi più fluidi bisogna lottare costantemente con una telecamera imbizzarrita, ben più ostile dello stesso Trico. Incapace di seguire l'azione, l'inquadratura finisce per nascondere il protagonista, incastrarsi negli angoli più improbabili; e poi di colpo cambia angolazione, torna a muoversi quando non deve, e gira nel verso sbagliato. È un tormento che qualcuno potrebbe persino trovare insopportabile.

Le penne della Bestia

La luce filtra oltre il profilo roccioso della montagna, incontrando le torri maestose del Nido, e i colonnati all'esterno delle arene che in un tempo ormai perduto ospitavano chissà quali battaglie. É una luce uniforme, abbacinante, che si allunga fino a inondare l'erba cresciuta sui terrazzamenti, e l'edera che invade le facciate degli edifici. The Last Guardian, così come ICO, è un gioco costruito con pochi colori, ma intensi, energici e acuti. È un gioco pieno di chiaroscuri, che proprio sull'alternanza fra luce ed ombra basa gran parte del suo fascino. L'estetica di Ueda si riconosce di colpo, capace di mescolare le campiture uniformi dei manga al minuzioso realismo delle architetture; di unire la passione per il dettaglio e la sintesi della stilizzazione. É uno stile sublime, supportato da un lavoro tecnico più che discreto. Ci sono texture un po' "antiche", e sarebbe inutile cercare in The Last Guardian le prodezze tecniche dei prodotti moderni. Ma oltre alla raffinatezza del linguaggio visivo di Ueda ad essere letteralmente disarmante è l'estensione delle aree di gioco. Vaste a tal punto che sul finale persino il framerate tende a vacillare, pur senza raggiungere gli estremi di Shadow of the Colossus.
E poi c'è Trico. Di tutto il lavoro compiuto sul fronte tecnico l'aspetto forse più impressionante è quello legato alle animazioni della bestia mangiauomini. I suoi movimenti felini, la curiosità con cui si guarda intorno alla ricerca di un passaggio, o la gioia istintiva con cui si rotola in una pozza d'acqua: le movenze di Trico sono credibili, fortemente espressive, capaci di trasmettere - pur senza dire una parola - i bisogni e le urgenze del nostro fiero compagno. Di tanto in tanto, appollaiato di fronte al suo guardiano, Trico abbassa il muso, si lascia accarezzare. Chiude gli occhi, piega la testa. Anche lui, in quel momento, ha tutto quello che gli serve.

Le cose, per fortuna, migliorano sensibilmente con il passare delle ore. Un po' perché finalmente si allargano le prospettive, le ambientazioni si fanno aperte e ariose e reclamano i propri spazi, fino a ribadire con chiarezza che The Last Guardian non sarebbe potuto esistere senza le conquiste tecniche di questa generazione. La gestione della telecamera diventa, proprio grazie all'abbandono delle stanze anguste delle prime fasi, molto meno faticosa.
Parallelamente cresce il grado di confidenza coi comportamenti di Trico, che si lascia indirizzare con più semplicità: o forse ad aumentare è solo la capacità di interpretare i suoi segnali, che ci permette di capire quando il nostro compagno di viaggio ha adocchiato l'appiglio su cui vogliamo farlo saltare, quando ha capito davvero la direzione da prendere. Potrebbe trattarsi persino di una (brillante) trovata di game design, di un modo per tradurre in linguaggio videoludico l'idea di un affiatamento che cresce, di un'intesa che si fa più forte e preziosa.
Ma nella seconda parte del racconto diventano più interessanti anche le trovate ludiche, e aumenta di fatto la varietà di situazioni, riuscendo con efficacia ad allontanarsi dallo spettro di soluzioni ampiamente esplorato dai predecessori. The Last Guardian dimostra di avere dalla sua non solo enigmi meglio elaborati, che fanno un uso decisamente più creativo della fisica di gioco, ma anche gli strumenti necessari a raccontare situazioni di tensione: fughe precipitose dalle misteriose armature semoventi che pattugliano la zona, e incontri inaspettati con altri ben meno docili Grifoni. Persino intense battaglie, in cui ci troveremo a spalleggiare Trico proteggendolo dalle minacce che si nascondono nel Nido.
È proprio grazie a questo crescendo, che corre senza mai fermarsi verso il toccante finale, che The Last Guardian si riappacifica con il giocatore, vince ogni resistenza, persuade senza appello i fan di lungo corso. Limpido e cristallino, eppure ancora pieno di misteri da interpretare (come del resto pretende l'ermetismo che caratterizza lo stile narrativo di Ueda), The Last Guardian chiude la sua parabola in maniera perfetta, superando i suoi predecessori spirituali. Per ribadire, in fondo, quando sia prodigiosa e inestimabile la poetica soave di Ueda.

The Last Guardian Proprio come l'enorme creatura protagonista del suo racconto, The Last Guardian è un gioco singolare, dalla forma inconsueta e affascinante. È un'avventura in qualche modo fuori dal tempo, che conserva un barlume di memorie lontane. È un gioco nobile, imponente, eppure inspiegabilmente fragile. Tentenna, inciampa, cade ferito da un'incomprensibile gestione della telecamera, e lascia il giocatore a urlare di rabbia. Ma poi si rialza, fiero e indomabile, e svela tutte le sue meraviglie. Nell'ora della sua perfezione The Last Guardian vi lascerà in silenzio, sul dorso di una bestia titanica, accarezzati soltanto dal rumore freddo del vento. A guardare le meraviglie di un mondo remoto, le sue architetture magnifiche e solenni. Che sia in quell'istante interminabile o di fronte alle rivelazioni di un finale poderoso, arriverà un brivido - un singolo e dolce sussulto - come per chiedervi di restare lì per sempre. Superate le incertezze dell'incipit Ueda ribadisce quanto sia forte e comunicativa la sua poetica, con un'avventura antica ma indomita, coraggiosa nel cercare nuove soluzioni. Come l'enorme creatura protagonista del suo racconto, insomma, The Last Guardian resta sempre fedele alla sua natura, ultimo della sua stirpe, consapevole che per quelli come lui esiste il rischio concreto dell'estinzione. Toccherà a noi trasformarci nei suoi guardiani: e proteggerlo, e dargli spazio, e salvaguardarlo, ricambiando così quello che racconta e rappresenta: un profondo atto d'amore.

8.8

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