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Recensione Transformers Rise of the Dark Spark

Activision e Edge of Reality confezionano un tie-in poco ispirato

Transformers: Rise of the Dark Spark

Videorecensione
Transformers: Rise of the Dark Spark
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • 3DS
  • Wii U
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

C'è stato un tempo in cui Activision sembrava persino averci creduto, nella possibilità di far uscire qualche tie-in per lo meno decoroso. Era l'epoca di Spiderman Shattered Dimension e Transformers War for Cybertron, quella in cui -per qualche anno- tutti pensammo che le logiche spietate dei titoli su licenza avessero trovato un accordo di massima con le urgenze creative dei team di sviluppo. Senza legarsi necessariamente ad un film in uscita nelle sale, i titoli in questione erano riusciti a stuzzicare gli appetiti dei fan, supportati da qualche idea indovinata e rivendicando un loro preciso carattere.
L'idillio è durato poco, visto che già con i relativi seguiti né Beenox né High Moon Studio hanno saputo mantenere la stessa qualità. Sono bastati pochi anni, insomma, perchè i tie-in in casa Activision tornassero ad essere quello che sono stati nel corso di tutti i tardi anni '90 e poi nel primo decennio dei 2000. Se non fosse bastato l'ultimo Spiderman a dimostrarlo (un free-roaming alla maniera di quelli di due generazioni fa), ci pensa Transformers: Rise of the Dark Spark, sparatutto in terza persona piuttosto esile nelle premesse, nella trama, nel gameplay. Un salto generazionale evidentemente forzato, e che non ha portato progressi tecnici degni di nota, non basta insomma a ripescare questo shooter dal maremagno della mediocrità in cui sguazza e affoga.

Pessimus Prime

Il gioco non segue direttamente le vicende del quarto film diretto da Michael Bay.: rappresenta invece un insolito cross-over fra la “continuity” cinematografica e quella videoludica dei Tranformers, che fino a qui avevano corso parallelamente senza mai incontrarsi. La scoperta di un potentissimo artefatto scombussola invece le cose, dal momento che la “Dark Spark” che si legge anche nel titolo può di fatto aprire un varco fra dimensioni parallele. Nel corso dei 15 capitoli di cui è composta la trama il giocatore passa alternativamente nei panni di Decepticon e Autobot, alternandosi anche al controllo dei futuristici Transformers visti sul grande schermo e di quelli invece più “meccanici” e spigolosi che ben conosco i giocatori. La trama è in verità un guazzabuglio di situazioni al limite del paradosso, in cui si incontrano robot classici e Transformers anche più esotici: tutti se le danno di santa ragione per rivendicare il possesso della Dark Spark, ma la vicenda, oltre che ad un buon passo, non ha altri pregi. Le ambientazioni desolate e quasi apocalittiche del film si mescolano con alcuni degli scorci più evocativi degli scorsi capitoli, “estratti” in maniera brutale dai vecchi videogame (e neppure rimessi troppo in ordine per quel che concerne il colpo d'occhio). Difficile comunque restare entusiasmati: forse solo la scena “after credit”, in cui compare addirittura un Optimus Prime di “prima generazione”, è capace di far correre un brivido lungo la schiena degli appassionati, presagendo al ritorno di Transformers “vecchio stile” in questo nuovo potpourri dimensionale in cui tutto è possibile.

La modalità Single Player, in ogni caso, corre lineare e affannata per sette ore abbondanti. Ogni volta si vestono i metallici panni di un Transformers, con una sua abilità speciale e la possibilità di mutare in uno specifico veicolo. Il titolo aderisce integralmente al canovaccio degli shooter in terza persona, e in fin dei conti non si fa altro che sparare ad una serie di avversari cattivi ma non intelligentissimi. Restare al centro delle arene, in quegli stage in cui le ambientazioni si aprono un po' di più, significa venire bersagliati senza scampo, e quindi serve un po' di accortezza. Una volta capito che si devono usare le coperture ambientali per ripararsi mentre gli scudi si ricaricano, e mantenere sempre e comunque una buona mobilità, si procede senza intoppi. In qualche caso è possibile incappare in un prematuro game over per gli imprevisti assalti di folti gruppi di nemici: nel caso scopriremo una serie di checkpoint mal posizionati, che spesso ci impone di rivedere noiosi dialoghi o sequenze filmate, o di ripetere alcune sequenze degli stage che non sono proprio brillanti in termini di design. Spesso e volentieri, infatti, la struttura dei livelli alterna corridoi a stanzoni più estesi, in cui però bisogna dedicarsi allo sterminio indiscriminato (e ripetitivo) di ondate di avversari.
Il gioco funziona meglio in quei rarissimi casi in cui il level design apre all'esplorazione, alle sequenze “platform” (le virgolette sono d'obbligo), o ancora all'uso della forma alternativa del nostro robot. Sono questi gli scampoli dell'avventura che meglio la caratterizzano, fermo restando che le unità volanti sono scomodissime da pilotare e che pure la trasformazione in auto non può far miracoli, impacciata com'è la gestione del turbo e dei salti (ebbene: macchine che sobbalzano!).
A vivacizzare l'avanzamento dovrebbero pensarci anche le abilità speciali di ogni robot, in verità non sempre rilevanti nell'economia degli scontri. Più spesso ci si limita a lasciarsi trasportare dall'estasi triviale delle smitragliate, piane e regolari: anche cambiando la dotazione (ci sono 10 armi principali ed altrettante bocche da fuoco secondarie), il gunplay resta abbondantemente monocorde.
C'è per fortuna un sistema di obiettivi e “side quest” che permette di sbloccare delle “scatole metalliche”, in cui si trovano oggetti e modificatori che permettono di fatto di personalizzare un po' la dotazione del nostro robot. Oltre ai semplici potenziamenti per le armi (alcune delle quali arrivano a sbloccare modalità di fuoco speciali), possiamo equipaggiare tre oggetti consumabili, ed un “Hack”. Questi non sono altro che delle modifiche che rendono il gioco più difficile, ma regalano come contropartita un bel numero di punti esperienza aggiuntivi. Si può scegliere di rendere in nemici più resistenti abilitando al contempo colpi alla testa esplosivi, di ridurre le munizioni lasciate dagli avversari caduti, addirittura di eliminare l'intera interfaccia (onestamente compromettendo seriamente la fruibilità del gioco). L'idea è quella di lasciare che l'utente personalizzi la propria esperienza, e velocizzi il passaggio di livello, in una scalata che permette di guadagnare altre casse e quindi altri oggetti. Si tratta di un “circolo vizioso” in cui resteranno invischiati soltanto gli impallinati del brand, ma che rappresenta, almeno dal punto di vista concettuale, l'unico elemento davvero indovinato della produzione.
Portare avanti un titolo così spicciolo e monotono, comunque, è un'operazione abbastanza opprimente, anche a fronte di un comparto tecnico che, su console Next-Gen, è tutt'altro che dignitoso. Texture piattissime, modelli dei protagonisti poco dettagliati, costruzione poligonale degli scenari scialba: pensate ad uno qualsiasi dei possibili difetti di un prodotto cross-gen, e Rise of the Dark Spark l'avrà in catalogo. Con l'aggravante, qui, di una direzione artistica abbastanza spicciola, qualche glitch grafico, ed in generale valori produttivi troppo contenuti per poter risaltare. Persino i filmati sono compressi brutalmente.

Resta quindi, colo di reni con cui il prodotto cerca di rimettersi in piedi, la modalità Escalation, gradito ritorno per tutti i fan di vecchia data. Si tratta dell'unica modalità online inclusa nel pacchetto, ed è sostanzialmente una variante della classica orda sdoganata da Gears of War. Quattro giocatori devono difendere la propria base dall'incursione di quindici ondate di nemici, sfruttando i punti accumulati per erigere difese e torrette. Il netcode è buono, il matchmaking funziona, e in generale ci si diverte. Ma insomma è difficile, ormai all'alba della next-gen, considerare questo game mode un serio plusvalore, e pensare che la sua presenza possa giustificare le vertiginose falle della produzione. Si tratta in verità dello standard per i coscritti del genere: e va accolto insomma con entusiasmo appena tiepido, giacché è molto ridotto anche il suo valore creativo.

Transformers Rise of the Dark Spark Transformers: Rise of the Dark Spark, assieme all'ultimo The Amazing Spiderman, è un titolo che dà una sonora svegliata a chi pensava che per i giochi su licenza fosse nata una nuova stagione. In verità tutto è sempre rimasto come prima, quando si parlava di “maledizione dei Tie-In”: nella maggior parte dei casi gli appassionati dei brand cinematografici devono accontentarsi di titoli modestissimi, sviluppati con poco e concepiti senza la voglia di stupire. Di tanto in tanto, è possibile che qualche prodotto si distingua dalla massa, magari per gli sforzi di un team più ispirato. Non è però questo il caso: anzi, il titolo in esame si ferma al livello basilare dello sparatutto, penalizzato anche da un salto generazionale senza slanci tecnici, ed anzi più vicino ai risultati della scorsa generazione che a quelli della nuova.

4.5

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