Recensione TurboGrafx Gamebox

L’applicazione sospesa tra la sfrenata nostalgia e il new market del videoludo...

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    Disponibile per:
  • iPhone
  • iPad

Ah, i bei tempi di una volta” - sospireranno i più anziani tra voi.
“I ricordi offuscano anche chi è memore del suo passato” - incalzeremmo noi. E la verità? Nel mezzo, come sempre. Ma per darne credito, o screditarne i meriti, sarebbe bene prima collegarsi all’AppStore, così da assaggiare il vero, unico, inatteso regalo per questo natale 2010: l’emulatore dello stoico (virtualmente e videoludicamente immortale) Turbografx-16 (versione nord americana del nipponico PC-NEC), ora disponibile per iPhone, iPod e iPad. C’è da dire, innanzitutto, che si respira un’aria leggermente disillusa nell’affollata community del retrogaming odierno, soprattutto a causa dall’inflessibile (e scontata) richiesta al vertice dei soliti noti due o tre titoli. Hudson ne è ben cosciente, arrivando al vestirsi di rosso dalla testa ai piedi, con tanto di barba, per lasciarci sotto l’albero un catalogo capace di vantare dalla sua ben sedici killer application: Gradius, Salamander, Bonk’s Adventure, R-type, Bomberman ’94, New Adventure Island, Vigilante, Ninja Spirit, Military Madness, Victory Run, Soldier Blade, Jaseiken Necromancer, Dungeon Explorer, World Class Baseball, China Warrior. Per quelli tra voi che non abbiano la più pallida idea di cosa sia il Turbografx-16, non c’è da vergognarsi: trattasi della versione occidentale del ben più blasonato (e popolare, tra le redditizie vie del “retro-collezionismo”) PC-NEC, sbarcata negli assolati lidi statunitensi durante il 1989 (e importata ufficialmente in Europa sul solo suolo francese), e prodotta per circa cinque inverni (1995). Purtroppo però per Hudson, al tempo le leggi contro il monopolio di mercato non erano ancora vigenti, e Nintendo fece astutamente piazza pulita attorno alla sua primogenita (NES), costringendo le third parties a siglare accordi subdolamente esclusivi. Cosa ne rimane? Sicuramente una macchina che nel bene e nel male ha segnato l’epoca dell’8-bit videoludico, capace di sparare su schermo sprite e suoni d’una nitidezza sorprendente per quei tempi, e che ha sfornato alcune conversioni per l’home gaming tuttora imbattute. Tra queste, Gradius ed R-type fanno la parte del leone...

Conversioni

Perché poi riproporli proprio adesso, è sotto gli occhi di tutti: le applicazioni portatili di casa Apple stanno avanzando inesorabilmente tra le vie del marketing elettronico, tracciando una loro personalissima strada. Il retrogaming, d’altra parte, continua a registrare profitti record, sbeffeggiando i pirotecnici prodigi tecnologici di mastodontiche produzioni neo-natalizie come Gran Turismo 5, e avvalendosi del sinergico rapporto simbiotico istaurato con le rivoluzionarie piattaforme di e-shopping, quali Applestore e Playstation Store del caso. Quando poi al dilettevole si unisce anche l’utile, rivelandosi unico mezzo espressivo dell’indottrinamento dell’arte vudeoludica più arcaica (almeno, per i giovani d’oggi), Everyeye non può che applaudire con piedi e mani davanti a cotanti, validi, intenti. Perché oggi come oggi, il fulcro dell’intrattenimento elettronico appare disperdersi e assottigliarsi dinanzi a futili divergenze concettuali: la ridondanza che appare avvolgere l’attuale movimento del casual gaming a suon di personal trainer digitali, ne è testimone. E vi farà bene, credeteci, tirare un attimo il freno a mano e tornare sull’R9, a fare razzie della viscida razza aliena degli Bydo, sul sottofondo di dodici semplici e funzionali note, compresse nel nostalgico formato midi.
Quanto poi degli schemi tanto semplici, risultino brillanti e talentuosi ancora oggi, dovrebbe solo far riflettere; così come i controlli dello stoico due tasti Hudson (di cui non era prevista neanche un’entrata sulla console per un secondo giocatore, se non previo adattatore) risplendano d’una nuova giovinezza grazie alla performante tecnologia touch made in Apple. Ecco avverarsi quindi il miracolo: una resurrezione in piena regola: controller e device si fondono in un’esperienza ancor più sibillina, se possibile, dell’originale, protraendosi dall’autobus al rientro tra le vostre mura domestiche, innalzando il livello di godibilità del prodotto stesso. Senza troppi lazzi e vorticosi giri di parole, dichiariamo il nostro amore per la profusa passione di cui si fa appanno questa nuova, inattesa, emulazione d’una delle console più sottovalutate delle videoludiche memorie: lo schermo dell’iPhone, in particolare, appare quanto mai fedele nella riproduzione dei 482 colori sfoggiati dal chip a sedici bit del Turbografx (ai quali si deve il suffisso “-16” dello stesso, sulla falsariga della pubblicità ingannevole del tempo, che tornò poi in auge grazie allo scellerato Atari Jaguar 64<(i>), riuscendo al contempo ad evitare le tristemente note limitazioni della memoria condivisa del sistema (la quale costrinse Hudson, in seguito, all’adozione d’una noiosa espansione dell’hardware, come poi riproposto da Nintendo stessa col suo ULTRA-rimandato N64).

TurboGrafx Gamebox Caricare dallo store vere e proprie pietre miliari come Dungeon Explorer, un dungeon crawler che permetterà ai più giovani di riscoprire le origini dell’hardcore gaming che ancora echeggia (per fortuna...) in titoli come Demon’s Souls, nell’austero ronzio del vostro ufficio, è un qualcosa per cui risulterà difficile trattenere più d’una lacrima. E che vi solleverà dall’atipica sindrome della depressione natalizia, nel caso. Perché se pensate che questa bianca settimana della vigilia non è mai apparsa tanto spoglia, videoludicamente parlando, è forse arrivato il momento di riporre i joypad nel cassetto e lucidare i vostri fidi Apple: il Natale è finalmente tra noi, sebbene con meno colori del solito. Ma anche più passionale, e meno artificioso. Fatto col cuore, come si programmava una volta, su delle luride Amiga rattoppate.

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