Recensione Ultionus: A Tale of Petty Revenge

La futile vendetta di una guerriera spaziale uscita dagli anni '90

Versione analizzata: PC
recensione Ultionus: A Tale of Petty Revenge
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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

All’alba della next gen, nuovi sentimenti si affollano negli animi dei videogiocatori: la speranza per alternative forme di narrazione, la curiosità per proprietà intellettuali che possano rinnovare le meccaniche di gameplay, la meraviglia per mirabolanti prodigi grafici. Ma c’è un sentimento che rimane costante ad ogni nuova generazione e tende a guardare indietro piuttosto che in avanti: la nostalgia. Molti videogiocatori attraversano saltuari momenti della vita in cui accantonano le aspettative per il futuro del loro media preferito e compiono un bel tuffo nell’oceano dei ricordi, lambendo coste su cui i fari guida sono rappresentati da quei bei cabinati da sale giochi anni ’80, che hanno acceso forse la scintilla prima della loro passione videoludica. Facendo leva su simili, regressive affezioni, Andrew Bado, giovane talento della pixel art, sotto l’etichetta Last Demension, ha dato vita ad Ultionus: A Tale of a Petty Revenge, una vera e propria “lettera d’amore” ai giochi arcade per computer dei tardi anni ’80 o dei primi anni ‘90 (per usare le parole dello stesso sviluppatore): indirizzata in particolare a titoli come Astro Marine Cops, Halloween Harry e Phantis.
L’omaggio al passato, espresso con sana ironia retrò, non è solo concettuale come ad esempio quello di Far Cry 3: Blood Dragon, ma anche strutturale. A differenza del divertente sparatutto Ubisoft, infatti, che conserva un gameplay e un aspetto tecnico moderni, Ultionus si presenta nell’insieme come un gioco dalle meccaniche che emergono dall'epoca dei 16 bit: un misto di fasi shooting e platforming a scorrimento dal nostalgico e citazionista sapore antico.

V for vintage

Ultionus è, come suggerisce il sottotitolo, la storia di una futile vendetta. Di ritorno dall’ennesimo salvataggio dell'universo, la bionda e prosperosa guerriera Serena S. pubblica sul suo “Spacebook” uno status riguardante l’eroica impresa, ma finisce con l’essere sbeffeggiata dal commento di un troll ante-litteram, che si rivela essere addirittura lo Space Prince.
L’indefessa Serena, dunque, partirà a bordo della sua navicella per raggiungere lo smargiasso Principe dello Spazio e dargli una sonora e indimenticabile lezione. Il percorso che la porterà a compiere la sua vendetta, però, sarà irto di numerosi pericoli disseminati lungo i sette livelli da attraversare sparando ad ogni essere strisciante, saltellante o volante che popola le ambientazioni. Queste si susseguono spesso senza soluzione di continuità: s’inizia nello spazio in uno stage dalle dinamiche shoot-em up, e si prosegue poi tra lande ghiacciate, rigogliose foreste (con una sessione a cavallo di un piccolo dinosauro) e fiumi di lava, per culminare nelle segrete del palazzo reale. Ogni zona sarà abitata da un gran quantitativo di nemici, tutti ripresi dall’immaginario degli anni ’80, con ampie concessioni al kitsch e ammiccamenti al cinema fantascientifico a basso budget di quel periodo: troveremo quindi serpenti marini, pipistrelli dalle fauci acuminate e persino robot e draghi, all’insegna non solo (e non sempre) della varietà sfrenata, ma alle volte anche del non-sense. L’insieme crea una visione ironica e parodistica della cultura degli anni in cui imperava la fantascienza: soprattutto quella dei B-movie, nei quali mancanze concrete erano sopperite da creazioni ai limiti del buon gusto, non prive di allusioni sessuali. Ultionus volge uno sguardo divertito proprio alla cultura dei “cinemostri” (basti pensare al look della protagonista, vestita - si fa per dire - con una striminzita tutina rosa che poco lascia all’immaginazione, o alle provocanti schermate di game over): peccato che l’umorismo sia limitato, più che altro, all’inizio e alla fine dell’avventura, lasciando spazio, nel corso del gioco, a sessioni in cui il videogiocatore è chiamato a scovare rimandi, perlopiù celati nel level design, ai grandi classici dell’era 2D.

Ed è proprio la bidimensionale struttura dei livelli a rendere il gameplay del tutto simile a quello dei titoli 16 bit. Serena può muoversi orizzontalmente e abbassarsi utilizzando le frecce direzionali della tastiera, inoltre è in grado sparare e saltare con la pressione rispettivamente dei tasti Z e X (nella scelta di queste due lettere per gli input d’azione si può scorgere, magari, un riferimento al leggendario ZX Spectum). La mobilità durante gli scontri a fuoco è assai limitata, poiché la nostra eroina si ritroverà nell’impossibilità di spostarsi mentre prende la mira, con l’unica alternativa di indirizzare il proiettile della sua futuristica pistola in diagonale verso l’alto, e poter compiere un balzo per colpire anticipatamente nemici che provengono da piattaforme sopraelevate. Sbaragliando le sempre più numerose e pericolose ondate di mostriciattoli, si otterranno punti che non solo amplieranno il contatore dello score, ma saranno anche fondamentali per l’acquisto di potenziamenti, che interesseranno sia l’armamentario che il provocante abbigliamento della protagonista.
Inizialmente Serena sarà dotata solo di una pistola e di un jetpack a propulsione, essenziale per il superamento delle fasi platform, mentre gli altri oggetti risulteranno del tutto facoltativi e scovabili soltanto percorrendo le strade alternative presenti nei livelli. Le zone in cui Ultionus è diviso, infatti, si sviluppano sia orizzontalmente che verticalmente: il percorso che porta allo scontro con l’immancabile e gargantuesco boss che presiede ogni ambientazione si dirama solitamente in due vie, una principale e priva della possibilità di acquisire potenziamenti offensivi o difensivi, e una alternativa che si palesa con l’apertura di porte precedentemente bloccate, grazie al reperimento di uno speciale medaglione posto lungo il tragitto.
Imboccare i suddetti percorsi secondari non sarà facile, non solo perché il design dei livelli li cela sapientemente, ma anche perché i checkpoint sono disseminati in modo tale da non permettere più di tornare indietro una volta scelta la via da seguire. Eppure saranno proprio questi checkpoint a rappresentare, molte volte, l’ancora di salvezza del videogiocatore, immerso in un mondo ostile e pericoloso. Proprio come i prodotti cui s’ispira, Ultionus è un gioco che propone un considerevole tasso di sfida anche a livello di difficoltà “normal”, e riuscirà a indurre momenti di pura frustrazione nei più temerari che si avventureranno con il temibile livello “hard”. Quest’ultimo, ovviamente, è indispensabile per chi desidera incrementare di molto il moltiplicatore del punteggio e settare nuovi record.
Affrontare il cammino di vendetta di Serena in modalità “easy”, invece, oltre a garantire vite infinite e a limitare il moltiplicatore ad un massimo di 3x, permetterà di esplorare le ambientazioni con relativa calma e quindi, intrapresa la strada alternativa, liberare anche il robotico e fluttuante amico di Serena, Balzac, da varie forme di prigionia. Se si porteranno a termine questi incarichi secondari, si sbloccherà il “good ending” del gioco, mentre ignorandoli bellamente l’epilogo sarà solo parzialmente soddisfacente per la nostra formosa eroina. La presenza di due diverse conclusioni per la vicenda e la possibilità di percorrere sentieri alternativi per potenziare l’armamentario, ottenendo sempre più punteggio ad ogni nemico disintegrato, incrementano in modo salvifico una longevità che sarebbe stata altrimenti totalmente insufficiente.

Ultionus è, infatti, completabile in poco meno di un’ora percorrendo senza deviazioni la via che porta al boss finale, ma il cuore del prodotto risiede proprio nell’articolata composizione delle ambientazioni da esplorare e nei segreti che esse contengono. Ecco dunque che il fattore rigiocabilità entra prepotentemente in campo per il desiderio di migliorare sempre di più le proprie statistiche, un po’ come accadeva in quei pomeriggi di dolce far nulla passati in compagnia dell’Amiga 500.

Pixel Antichi

Per un gioco come Ultionus più che analizzare il comparto meramente tecnico, sarebbe più appropriato focalizzarsi su quello artistico. Andrew Bobo ha lavorato egregiamente sull’aspetto visivo del titolo, regalandoci una deliziosa pixel art che rende vividi i colori delle pur dettagliate ambientazioni e riprende (e migliora) le scattose animazioni dell’era 16 bit. A nostro avviso, però, la pecca maggiore del gioco consiste nello scarso coraggio creativo alla base della progettazione. Vero è che lo sviluppatore stesso ha ammesso di essersi ispirato principalmente a Phantis (conosciuto anche come Game Over II, sviluppato nel 1987 da Carlos Abril), ma in alcuni punti il citazionismo pare mutarsi in plagio. Molti elementi appaiono fin troppo derivativi: dal look delle protagoniste, che è assai simile per entrambi i titoli (bionde, maggiorate e che sembrano uscite da un film di Russ Meyer, con la loro aderentissima tutina spaziale), proseguendo poi per alcune caratteristiche del design dei livelli e delle creature, fino all’aspetto dell’HUD, con la vita rappresentata da un cuore che si rimpicciolisce man mano che si viene colpiti. Quella che avrebbe potuto essere una rete di rimandi ben spiegata lungo l’arco dell’avventura, con dettagli sparsi intelligentemente, diviene invece ostentazione del modello di riferimento e denota probabilmente una mancanza di sufficiente inventiva e fantasia. Infine, a far rivivere l’atmosfera adorabilmente retrò contribuiscono, forse più di ogni altro elemento, le musiche di Jake Kaufman, che ha al suo attivo la colonna sonora di titoli del calibro di Retro City Rampage e DuckTale Remastered: un tocco vintage d’autore.

Ultionus: A Tale of Petty Revenge Ultionus - A Tale of a Petty Revenge si rivolge unicamente a quella fetta di grandi appassionati di “archeologia videoludica”, e sfrutta un design derivativo e privo di sostanziale originalità per suscitare facile malinconia nei cuori di coloro che hanno l’età o la cultura per coglierne le non troppo velate citazioni. Eppure, le meccaniche retrò sono ancora piuttosto solide e il feeling che si prova giocando è proprio lo stesso di una decade che sembra ormai troppo lontana. Ultinous è anni '90 nello spirito e nella struttura, realizzato dall’occhio divertito di chi rivolge lo sguardo al passato con malinconico umorismo; è una costante sfida all’abilità del giocatore alla ricerca di un punteggio sempre maggiore, ed è dedicato ai quei nostalgici che troppe volte si son sentiti dire che trascorrere pomeriggi interi nelle sale giochi era “tempo perso”.

6.9

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