Recensione Unravel

Sotto l'egida di Electronic Arts, il team svedese Coldwood Games pubblica un platform leggero e delicato. Tra panorami nordici ed un gameplay sfumato, l'avventura nostalgica di un piccolo uomo di pezza.

Unravel

Videorecensione
Unravel
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Unravel è uno di quei videogiochi in cui qualcuno ha messo un pezzo di cuore. Si era già intuito quando Martin Sahlin era salito sul palco dell'E3 a presentarlo, malsicuro ed emozionato, raccontando delle suggestioni scandinave che lo hanno ispirato. E lo ribadisce un ringraziamento sincero che il giovanissimo team Coldwood Games ci tiene a fare prima che inizi l'avventura. Sarà proprio perché nasce dalla passione, dai ricordi e dalle nostalgie, e insomma da un atto di amore per lo storytelling interattivo, che Unravel riesce subito a costruire un legame forte con il giocatore: una sorta di cordone emotivo che -proprio come il filo rosso che compone Yarny- si intreccia dappertutto, teso fra il pad e le atmosfere delicate dei livelli.
Unravel è un indie di quelli che puntano in alto: scalpita per emergere e trovare un posto a fianco delle produzioni più ambiziose. È un platform morbido e garbato con un colpo d'occhio incantevole.
È un gioco leggero, nei toni e nelle meccaniche.
Forse è proprio questa sua assenza di peso che corre il rischio di farlo volare via; troppo in fretta, quasi come se si rifiutasse di lasciare un solco più deciso. Senza un messaggio universale come quello di Journey, senza una sfida percepibile al pari di Ori; senza il simbolismo seducente di Limbo, l'esperienza di Unravel si fa più sfuggente, tenue e vaporosa. Resta un viaggio appassionato attraverso luoghi suggestivi, da cui molti torneranno -indubbiamente- felici.

Appeso a un filo

Non è azzardato pensare ad Unravel come ad una sorta di Limbo più colorato: un platform a scorrimento bidimensionale che ha scacciato le atmosfere funeree del titolo Playdead, ma che da quel contesto recupera le interazioni con gli oggetti e l'uso delle routine fisiche. Unravel propone in verità un gameplay leggermente più strutturato, che sfrutta proprio il filo rosso del protagonista per imbastire fasi platform più elaborate e studiare qualche semplice enigma.
Oltre a saltare in giro per boschi e giardini, spingendo lattine arrugginite e pigne che gli permettano di arrampicarsi sugli oggetti più alti, Yarny può usare il filo di cui è composto per agganciarsi a certi elementi dello scenario. Può issarsi lungo una parete oppure calarsi lentamente per evitare una brutta caduta; può dondolarsi e lasciarsi andare oltre baratri e crepacci.
Annodato e teso tra due appigli, il filo può funzionare come un trampolino, oppure come un ponte per trasportare in giro oggetti di piccole dimensioni. Attenti però a non sprecarne troppo: il filo di Yarny non è infinito, e basta qualche nodo sbagliato per vedere il piccolo protagonista sfilacciarsi fin quasi a sparire, scheletro di lana pronto a sciogliersi per uno strattone in più. In questi casi è meglio tornare indietro, slacciare i nodi e cercare di arrivare ad uno dei grovigli sparsi per i livelli, che fungono da checkpoint e dai quali è possibile ripartire con una bella quantità di "cavo". Tra i momenti più riusciti di Unravel ci sono proprio queste sequenze in cui bisogna fare economia, minimizzare gli sprechi, cercare il percorso migliore per raggiungere la meta. Per il resto, infatti, l'avanzamento resta piuttosto semplice, a tratti addirittura innocuo e prevedibile. La componente enigmistica è probabilmente quella meno incisiva, e a parte un paio di occasioni i puzzle ambientali sono abbastanza scontati se non addirittura banali. Trovarsi a tendere, negli ultimi livelli di gioco, il solito ponte di corda con cui trasportavamo gli oggetti nei primi stage non è proprio la più stimolante delle attività. È un peccato, insomma, che le meccaniche di gioco non si evolvano, non crescano nel corso delle cinque ore necessarie a completare l'avventura, restando identiche a sé stesse fino a risultare un po' monocordi.

Qualche colpo d'ingegno arriva per fortuna a vivacizzare le cose, caratterizzando i singoli stage in maniera più decisa: un manto di neve che copre il sottobosco, ad esempio, ci permette di trasformare una piccola pigna in una grossa palla capace di travolgere le stalattiti che ci sbarrano il passaggio; e poi ci sono le onde del bagnasciuga che vanno evitate a tempo, le folate di un vento gelido che rischiano di farci volare via, gli assalti dei corvi mentre attraversiamo un campo appena seminato. E ancora una trasvolata leggera aggrappati ad un piccolo aquilone, o le sezioni "meccanizzate" in cui finalmente emergono in maniera più decisa le dinamiche platform. Si tratta in buona sostanza di trovate intelligenti che, mescolate alle suggestioni artistiche e visive, bastano a garantire quella varietà necessaria perché l'avventura sia sempre piacevole e mai noiosa. Ma sono idee che purtroppo brillano per poco, si esauriscono nel poco spazio che gli è concesso e poi svaniscono senza trasmettere un sincero senso di progressione. Unravel è insomma un platform esile, sfumato, fatto soprattutto di momenti e intuizioni, sostenuto da un colpo d'occhio letteralmente delizioso che è la vera chiave di volta della produzione.

Quasi "teorizzando" quello che potremmo definire un fotorealismo onirico, Unravel ci concede panorami al contempo familiari e magici, inquadrati dalla prospettiva di un minuscolo ometto di stoffa. Lo studio dei materiali, l'attenzione con cui il team ha ricostruito il letto di roccia di un torrente o l'intreccio di rami secchi invaso dal sole invernale, rende viva e piena ogni inquadratura, nel trionfo pervasivo della natura. Unravel è un lungo catalogo di luoghi in qualche modo magici, che sembrano in grado di intrappolare e conservare i ricordi, avvolti da un clima sospeso e tratteggiati con un'attenzione meticolosa per il dettaglio naturalistico. I riflessi opachi sul ghiaccio, gli insetti che si muovono sul muschio, i granchi dal guscio traslucido: quello di Unravel è un viaggio fra le gioie minuscole eppure indelebili dei paesaggi nordici.

Unravel Unravel, si diceva, è un gioco leggero. Persino la storia che vuole raccontare si dipana con una delicatezza quasi impalpabile: attraverso gli undici livelli di gioco, il filo di Yarny si snoda tra i ricordi di una famiglia, viaggia indietro nel tempo: cercando, in luoghi così importanti per le persone che li hanno vissuti, immagini e reminiscenze, segni di una vita antica. Unravel è un gioco che parla - sottovoce - di quanto sia importante ricordare il passato, e tramandarlo. È una storia "in tono minore", da cui emerge un messaggio positivo: eppure vago e soffuso. Alla stessa maniera sono evanescenti le meccaniche di gioco, ben concepite ma mai approfondite. Con qualche sessione platform più intransigente, o enigmi meno indulgenti, il titolo d'esordio di Coldwood Interactive avrebbe potuto aspirare a ben altre vette. E invece l'unica sfida che resta agli integralisti del genere è quella di acchiappare tutti i segreti, ben nascosti in ogni stage. Per alcuni sarà troppo poco, ma ciò non toglie che Unravel sia un titolo dotato di una sensibilità penetrante e particolare, attraversato da una nostalgia che riesce a non essere mai lacrimosa e funerea, ma invece sempre positiva, vibrante, piena. È soprattutto per questo, e per la meraviglia delle scene e dei panorami, che Unravel ti conquista e non ti molla più, si lascia giocare serenamente dall'inizio alla fine, piccola e preziosa gemma dello sviluppo indie.

8

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