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Recensione Valiant Hearts: The Great War

Ubisoft ci porta sui campi della prima guerra mondiale, tra efferatezze e un amore sincero

Valiant Hearts: The Great War

Videorecensione
Valiant Hearts: The Great War
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • iPhone
  • iPad
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Ne esistono pochi, di giochi come Valiant Hearts. Assemblato con l'eccezionale UbiArt Framework, il nuovo lavoro di Ubisoft Montpellier mescola le suggestioni di un racconto di guerra con quelle più ludiche di un'avventura moderna: sospeso a metà fra il platform bidimensionale ed una preponderante componente enigmistica, il gameplay si intreccia sempre e comunque con una narrazione prepotente, motore principale di un titolo che sa essere toccante senza essere funereo. L'opposizione fra il tratto leggero ed espressivo e la “cattiveria” con cui ci viene raccontata la Prima Guerra Mondiale caratterizza la nuova proposta digitale del publisher francese, che assieme a Child of Light diventa subito un grande classico di PSN e Marketplace.

Una favola dal fronte occidentale

La trama di Valiant Hearts segue il viaggio di quattro protagonisti negli anni cupi della Grande Guerra: il racconto si muove quindi dal 1914 al 1918, spostandosi lungo il fronte francese e ripercorrendo le tappe terribili di un conflitto logorante. Si potrebbe dire però che il nucleo della narrazione è la storia d'amore fra un giovane soldato tedesco ed una ragazza francese, separati dal conflitto poco dopo la nascita del loro figlio. Karl viene richiamato in patria e spedito al fronte, e pure il padre della ragazza -Emile- si arruola nell'esercito francese lasciando la giovane con il suo pargolo, sola nelle campagne attorno al paesino di St. Mihiel. Ispirata alle lettere di soldati che la guerra l'hanno combattuta davvero, la narrazione schizza da un protagonista all'altro, mentre la voce narrante ci racconta dei tormenti interiori di Emile, impiegato come cuoco nelle trincee francesi, di Anna, giovane veterinaria alla ricerca del padre rapito da tedeschi, e di Freddy, un americano che si è arruolato perchè la guerra gli ha già portato tutto quello che conta. Silenzioso testimone di questo racconto corale è Wolf, un cane che di volta in volta accompagnerà i soldati. Nonostante il tratto semplice e stilizzato della grafica, il plot colpisce fin da subito proprio perchè è capace di raccontare la tragedia intima della guerra. Nelle prime ore di gioco, Valiant Hearts mette le cose in chiaro, inscenando bombardamenti terribili e campi di battaglia in cui si ammassano corpi rotti e inutili. Sulle prime si tratta di un'esperienza spiazzante, perché il gioco decide di non nascondere proprio niente, accompagnando la progressione con fotografie del fronte e didascalie che raccontano gli orrori di un conflitto che sempre più raramente arriva sotto i riflettori. Ed ecco invece che il titolo Ubisoft non si fa scrupoli: racconta dell'impiego disastroso del gas cloro, delle maschere improvvisate fatte con panni bagnati d'urina, che permettevano ai soldati di salvarsi dalle ustioni chimiche; e poi spiega quanto logorante e spietata fosse la guerra di trincea, portata avanti in cunicoli pieni di fango, fra la fame e le malattie.

Valiant Hearts ha un suo modo a tratti spietato di raccontare la Grande Guerra, attraverso documenti e oggetti collezionabili apparentemente innocui, ma che invece tratteggiano con una brillante crudezza tutti gli orrori che hanno dovuto sopportare i soldati impiegati sul fronte franco-tedesco. Sono questi, indubbiamente, gli aspetti migliori di una trama che -nelle cinque ore necessarie a portare a termine l'avventura- si concede anche momenti più morbidi e toccanti. In fondo Valiant Hearts assomiglia una strana “favola di guerra”, che in tutte le maniere cerca di trasmettere un forte messaggio di speranza e unità. Proprio quando vuole abbracciare un buonismo insistente, il racconto inciampa e ne esce impacciato: nella parte centrale delle vicende i soldati si trovano ad inseguire un malvagio barone in forze presso l'esercito tedesco, spietato aguzzino alla guida di zeppelin e carri armati, che sembra trarre un piacere sadico alle ostilità. E' tutto questo lungo intermezzo, con una sua conclusione spicciola e leggerissima, che proprio non funziona, e allenta quella fortissima tensione emotiva che si era venuta a creare nelle fasi iniziali, tanto risolute nel mostrare le oscenità della guerra. Per fortuna poi che sul finale tutto si riprende: fra i campi di prigionia e le ristrettezze di un inverno spietato, che si abbatte su villaggi e guarnigioni, Valiant Hearts ritrova la sua cifra. Poco male, allora, se il team di sviluppo vuole in ogni modo inseguire un prevedibile happy ending: la conclusione ci va benissimo proprio perché resta questa nota amara di profonda sconfitta esistenziale, il ricordo di una guerra turpe e violenta, il rispetto per le vittime ingiuste. Non si può dire, in ultima analisi, che il racconto di Valiant Hearts sia di quelli sinceramente commoventi: alcune sue stilizzazioni e la scelta precisa di non inseguire il tono tragico che a volte affiora nel corso della narrazione disinnescano i sentimenti più estremi. Eppure, anche mettendo in conto la “leggerezza” con cui la storia vuole “guardare oltre” le atrocità della guerra, il contatto con queste atrocità rimane: a sprazzi persino violento, e per questo più efficace. Forse è proprio per la sua capacità di mettere i dettagli più turpi sotto il naso dell'utente, che si trova sbattuti in faccia conteggi dei morti e foto con volti disastrati dai proiettili, che Valiant Hearts si lascia apprezzare così visceralmente.

L'enigma della Guerra

Dal punto di vista ludico, Valiant Hearts è un puzzle/platform bidimensionale basato integralmente sull'interazione con gli elementi dell'ambiente di gioco. La struttura ricorda da vicino quella di certe avventure grafiche moderne, come il recente Stick it to the Man, anche se qui quasi tutti gli enigmi hanno una dimensione molto più fisica e meno astratta. Il sistema di controllo è davvero minimale: ci si sposta avanti e indietro nelle ambientazioni, raccogliendo un oggetto alla volta per poi consegnarlo al personaggio opportuno oppure lanciarlo contro altri elementi dello scenario. Quando Wolf ci accompagna, è possibile ordinargli di spingere delle leve, scavare o infilarsi in qualche cunicolo per recuperare gli oggetti che lì si nascondono. La progressione è sempre leggera, i puzzle difficilmente riescono ad impensierire, con la loro logica comunque molto lineare. Di tanto in tanto ci sono elementi da spostare, oggetti da usare come contrappeso, e qualche enigma legato insomma ad una rudimentale fisica di gioco. E poi ci sono casseforti le cui combinazioni sono nascoste nei quadri delle stanze che visitiamo, bombardamenti che dobbiamo eseguire tenendo conto delle stilizzate indicazioni di un altro personaggio, e più generalmente una serie di trovate di stampo molto classico. C'è però da dire che l'avanzamento non è mai noioso, ma anzi sempre stimolante anche per questa sua inaspettata vivacità. Il gioco si diverte infatti a proporci sequenze sempre nuove: ora dobbiamo schivare le bombe che cadono dal cielo proiettando la loro ombra nera sul terreno, ora invece ci troviamo nei panni di Emile a scavare con il mestolo da cuoco nel terreno fangoso, cercando di evitare gli obici rimasti sepolti. Ancora, quando impersoniamo Anna dobbiamo curare i feriti superando un minigioco interamente “ritmico”, e non mancano sequenze “d'azione” in cui conduciamo l'assalto degli alleati a bordo di un potente carro armato Mark I.
Gli intermezzi più briosi sono senza dubbio quelli in cui ci troviamo a bordo dello scalcinato taxi che Anna ha rubato nella capitale: anche qui si tratta di schivare ostacoli di vario genere a tempo di musica, sulle note della Marcia di Radetzky o di “Una Notte sul Monte Calvo”, in sequenze che brillantemente alterano la progressione e vivacizzano l'avanzamento. Disseminati negli scenari di gioco ci sono poi degli oggetti collezionabili che i più curiosi vorranno recuperare, anche questi -si diceva- utili a tratteggiare e “raccontare” la Grande Guerra. Viene quasi naturale mettersi ad esplorare gli scenari, sia quando -nella maggior parte dei casi- sono abbastanza lineari, sia quando si aprono per ospitare enigmi dai meccanismi logici più sottili. In generale il sistema di aiuti finirà probabilmente inutilizzato dalla maggior parte degli utenti, ma la sua presenza apre le porte di Valiant Hearts anche a chi ha meno dimestichezza con i videogiochi e vuole soprattutto godersi il racconto. Fra sequenze stealth ben orchestrate, tremendi assalti alle trincee nemiche che così efficacemente trasmettono la futilità di una strategia bellica improvvisata e massacrante, incursioni in edifici invasi dal gas verde che limita la visibilità, la progressione si tiene fino alla fine, leggera ma mai banale. Oltre al suo dinamismo e ad una stringente logicità degli enigmi, il segreto di Valiant Hearts è quello di mettere ogni sequenza al servizio della narrazione: le scene giocate portano di fatto avanti il racconto, sono cucite attorno agli eventi, e solo in rarissimi casi si tratta di intermezzi che diluiscono l'avanzamento.

Colpisce anche lo stile, confermando una volta di più quanto prezioso sia l'incredibile UbiArt Framework, tool che ha di fatto rivoluzionato il modo di sviluppare certe produzioni. Non fosse bastata la vivacità esuberante di Rayman o l'incanto fiabesco di Child of Light, ecco quindi che Valiant Hearts arriva con questo suo look da grande classico dell'animazione italofrancese. Gli artisti del piccolissimo team di sviluppo hanno costruito quello che sembra un vero e proprio fumetto interattivo. Non ci sono dialoghi veri e propri, e le nuvolette che sostituiscono le voci dei personaggi contengono disegni stilizzati che non faticano in ogni caso a rivelarsi decisamente comunicativi. Ma l'elemento più incredibile è l'eccezionale dinamismo delle scene, costruito a partire da sprite semplicissimi: mentre avanziamo al controllo di Freddy o Emile, ci accorgiamo che tutto intorno la guerra procede, mietendo vittime fra i soldati di ogni fronte. Gli assalti con le baionette, le fucilate da trincea a trincea, i bombardamenti: la grande guerra non risparmia nessuno, distrugge la bellezza dei campi di grano nel sud della Francia come il silenzio quieto delle distese innevate nella Germania dell'ovest. Il tratto leggero, lo stile vicino ai classici del fumetto europeo, rappresentano forse la più grande risorsa di Valiant Hearts, che incanta con i suoi strumenti visivi oltre che con quelli ludici e narrativi. Il tutto è contrappuntato da un commento musicale francamente delizioso, che dalle note malinconiche del tema principale si sposta su toni epici e trottanti quando infuria il conflitto, e con eguale intensità riesce a sottolineare il brio di rivalsa degli intermezzi ritmici e la tragicità penetrante di altre scene più crude.

Valiant Hearts: The Great War Valiant Hearts è un prodotto raro e prezioso, un titolo che ribadisce in maniera perentoria la sua lampante unicità. Il punto di forza della proposta di Ubisoft Montpellier sta in questa capacità di essere tante cose allo stesso tempo. Da una parte Valiant Hearts è un'avventura grafica moderna, semplice nella concezione ma mai banale, con enigmi ben strutturati e stimolanti. Dall'altra, quello che abbiamo di fronte è un grande fumetto in movimento, con un tratto caratteristico e vivace che riesce a dipingere senza pesantezza una guerra logorante e sudicia, terribile nelle proporzioni e nei modi, spietata. Più di ogni altra cosa, Valiant Hearts è però un racconto di trincea. La storia funziona meno nei tratti in cui è più romanzata e indulgente, ma quando si fa testimonianza dell'orrore e diario di guerra, punge come una carica di baionetta. Per la volontà di esibire i terribili reperti storici, le foto del fronte e l'ampia documentazione che racconta il disastro etico e sociale della Grande Guerra, Valiant Hearts è un gioco persino formativo, che supera il documentarismo spicciolo di tanti sparatutto dello scorso decennio. Quando questi impulsi trovano un accordo con il racconto, e i personaggi inventati si fanno voce della Storia (quella vera e maiuscola degli uomini), il gioco raggiunge una sua intima perfezione: e si presenta al mondo videoludico come un prodotto nuovo, nato e cresciuto in un'epoca di grandi conquiste espressive. Nei tratti in cui pure l'intreccio è più giocoso, invece, qualcosa si incrina: ma in fondo si tratta di leggerezze che stanno sullo sfondo di un racconto al contempo intimo e corale, dolce e malinconioso, delizioso e terribile. Insomma, come il profilo di una semplice croce di legno, Valiant Hearts lascia in qualche modo un'impronta indelebile nella memoria.

8.5

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