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Recensione Wolfenstein

Il ritorno di un mito: sarà seconda giovinezza?

Wolfenstein

Videorecensione
Wolfenstein
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
Andrea Vanon Andrea Vanon è appassionato di videogiochi sin dal 1995, quando passava le giornate tra SNES e Game Gear. Da sei anni tra le "penne" e le "voci" di Everyeye.it fagocita qualsiasi produzione con curiosità, mantenendo un’incrollabile fedeltà verso gli sportivi "made in U.S.A.". Lo potete seguire su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Nell’immenso mondo dei videogiochi vi sono titoli che, pur avendo segnato la storia (anche per una singola piattaforma), scompaiono, dimenticati per anni, per poi essere ripresi nel tentativo di restaurare una gloria oramai lontana.
È questo il caso di Wolfenstein, nuovo capitolo della saga prodotto da Raven Software (X-Men Origins: Wolverine), in uscita questo 28 di Agosto per Xbox 360, Playstation 3 e PC.
Il team statunitense -recentemente acquisito dal colosso Activision-Blizzard- ha collaborato, come spesso è accaduto, con id Software (responsabile dei natali del brand), tentando la non facile impresa di eguagliare l’esperienza di Return To Castle Wolfenstein (2001), il famosissimo mod capace di creare le prime community e i primi clan via Xbox Live.
Saremo ancora una volta, a quasi sei anni di distanza, catturati dalla frenesia tipica della produzione e incalzati dalle urla “medic, medic” dei compagni?
Scopriamolo.

B.J. Blazkowicz is back

Storyline complessi ed articolati non sono mai stati prerogativa di Wolfenstein e nemmeno questo capitolo, pensato esclusivamente per un pubblico Next Gen, farà eccezione.
B.J. Blazkowicz è appena tornato da una rischiosissima missione, durante la quale ha recuperato uno stranissimo manufatto simile ad un amuleto.
Al quartier generale non gli viene però data tregua: i nazisti stanno trasferendo molte delle loro unità ad Isenstadt, una cittadina legata al ritrovamento di strani cristalli, apparentemente non appartenenti a questo mondo; il coinvolgimento del generale Zetta (massimo esperto di paranormale) suggerisce agli Stati Uniti di muoversi in fretta e recapitare B.J. In loco con il primo aereo.
Giunto al punto d’incontro il nostro eroe farà subito la conoscenza dei suoi alleati nell’infinita lotta contro le forze dell’Asse: in primis il circolo Kreisau (la vera e propria resistenza armata) e, più avanti nel corso dell’avventura, l’Alba d’Oro, un gruppo di ricercatori del paranormale coinvolti nel tentativo di sventare le pratiche magiche naziste.
Sembra, infatti, che le truppe tedesche abbiano trovato il modo di sfruttare i poteri appartenenti al remoto “Culto del Sole Nero”, in grado di aprirgli le porte a una dimensione parallela chiamata “Velo”, nonchè ad una serie di poteri che valicano le normali capacità umane.
Da questo punto in poi sarà un continuo susseguirsi di infiltrazioni e sparatorie, durante le quali avremo modo di raccogliere informazioni utili allo sbroglio della semplice matassa narrativa.

La struttura non lineare va di moda

La campagna single player, dalla durata di circa dieci/dodici ore di gioco, è suddivisa in diverse missioni, ciascuna legata ad una particolare area di Isenstadt.
Ci troveremo, inizialmente, in quello che viene chiamato “Centro città” e che diverrà presto la nostra base operativa; da qui potremo accedere ai nascondigli degli alleati in maniera da ricevere nuovi incarichi e fare rapporto su quelli portati a termine.
Nelle fasi più avanzate, in determinati punti del Centro, troveremo diversi membri delle due associazioni precedentemente citate in difficoltà, alla ricerca -guarda caso- del nostro prezioso aiuto.
Gironzolando in quest’ampia zona libera (proprio come in quelle dedicate alle missioni) potremo reperire un gran numero dei tipici segreti che hanno reso famoso il brand: troveremo oro in abbondanza, arcani manoscritti e informazioni utili a sbloccare nuovi potenziamenti per armi e amuleto (di cui parleremo tra poco) e approfondire leggermente la trama.
Questo vagare, purtroppo, non sarà del tutto indisturbato: una volta creatisi una reputazione (negativa, s’intende) con le truppe naziste, queste tenderanno a pattugliare in maniera molto più frequente -e in forze- anche l’inizialmente tranquillo centro cittadino.
Nonostante i commenti dei giocatori rispetto a questo aspetto siano piuttosto negativi, specialmente quando si selezionano i livelli di difficoltà più elevati, dal canto nostro la riteniamo una scelta capace di donare un tocco realistico all’azione, contestualizzandola.
Molto meno funzionale, per quanto interessante, è invece il tentativo di eliminare la linearità dal ferreo schema di progressione che caratterizza quasi tutti gli sparatutto.
La possibilità di decidere -tramite menù- quale incarico, tra quelli affidatici, affrontare prima e quale dopo stride infatti con la totale linearità degli stessi e con la mancanza di ricompense, in un’intelaiatura che attinge dal ruolistico, per aver portato a termine missioni “secondarie”.
Dal punto di vista del gameplay la struttura basica di Wolfenstein è quella classicissima comune a tutti i First Person Shooter, senza fronzoli di alcun tipo (sfruttamento delle coperture, bullet time...).
Raven Software ha tuttavia inserito, in questo capitolo, una serie di soluzioni che rendono l’esperienza single player fresca e divertente, ancorchè affidata a meccaniche non proprio innovative.
La prima di queste feature è l’amuleto di Thule, grazie al quale potremo utilizzare, una volta reperiti gli appositi cristalli, dei poteri speciali in grado di darci degli ottimi vantaggi in battaglia.
Inizialmente saremo capaci solamente di aprire le porte del “Velo”, la dimensione parallela già citata nel precedente paragrafo: qui la nostra velocità di spostamento aumenterà, le zone buie diverranno illuminate, i nemici evidenziati da un alone fosforescente e verranno rivelati alcuni passaggi segreti.
Otterremo, poi, la facoltà di rallentare il tempo, di creare uno scudo energetico di fronte al protagonista e di aumentare esponenzialmente la potenza dei proiettili, in maniera tale da penetrare gli scudi di cui anche gli avversari potranno disporre.
L’utilizzo dell’amuleto dovrà, in ogni caso, essere ben oculato, soprattutto all’inizio: man mano che ne sfrutteremo i poteri la sua energia si esaurirà, costringendoci a cercare le varie pozze atte a ricaricarlo (visibili esclusivamente da dentro il “Velo”).
Una vera chicca, a questo proposito, il viraggio al bianco e nero dell’intera palette cromatica quando esauriremo la scorta energetica del fido accrocchio.
Il secondo elemento che contribuisce a creare la buona varietà di gioco riscontrabile nel titolo Raven è la notevole possibilità di upgrade delle armi.
Grazie al “Mercato Nero”, un negozio poco ortodosso presente nel centro città, potremo infatti potenziare, in molte maniere diverse, ogni oggetto presente nel nostro equipaggiamento (poteri paranormali compresi); a patto di aver acquisito, completando missioni e trovando oro, una quantità di denaro sufficiente.
Per le armi da fuoco, ad esempio, ci verrà dato modo di modificare il caricatore, aggiungere silenziatori e mirini di precisione, rigare l’interno della canna e molto altro ancora; per i poteri, invece, si tratterà di un aumento o di un’evoluzione degli effetti.
La dotazione bellica risulterà il tal modo sempre leggermente diversa e piacevole da riscoprire.
Terzo ed ultimo fattore è la discreta varietà di nemici che ci troveremo ad affrontare nel cammino verso il cuore dell’insediamento nazista.
Ai soldati semplici si affiancheranno pian piano gli stregoni in grado di fornire barriere energetiche e quant’altro, le creature mutate frutto di esperimenti incompiuti, le guardie corazzate dotate di fucile a particelle e gli assassini, indubbiamente i più pericolosi.
Ognuna di queste classi richiederà un approccio leggermente diverso, che esulerà spessissimo dall’affidarsi alla forza bruta; le situazioni si faranno ancor più complicate (e divertenti) quando affronteremo diverse di queste truppe mescolatesi assieme.
Questa varietà sopperisce in buona parte alla “solita” intelligenza artificiale, oramai tipica nel 90% degli FPS prodotti in seno alla Next Generation.
Gli avversari, infatti, si limiteranno a mantenere la loro posizione, coprendosi qualche volta in malo modo e non sfruttando in alcuna maniera la superiorità numerica; da questo punto di vista anche aumentando il livello di difficoltà le cose non migliorano affatto: le uniche differenze saranno legate alla resistenza ai danni, nostra e dei nemici.

Dedicato ai nostalgici

Oltre alla corposa modalità single player Wolfenstein offre, naturalmente, un comparto multiplayer con diverse alternative.
Le modalità di gioco disponibili sono tre: il classico deathmatch a squadre, una sorta di cattura la bandiera a tempo (con alternanza di turni di difesa e attacco) ed una modalità ad obiettivi che diventerà la preferita -lo scommettiamo- da tutti i vecchi appassionati di Return To Castle Wolfenstein.
Le mappe sulle quali sbizzarrirsi sono otto, ognuna di esse caratterizzata da una location unica, diversa da quanto già visto nella campagna single player.
Il level design delle stesse è particolarmente apprezzabile, non tanto per varietà o unicità degli elementi quanto per il merito intrinseco di mantenere sempre alta la velocità di gioco e l’incedere frenetico di cui il brand va fiero: ogni quadro è infatti studiato per non congestionare l’azione in un punto solo ma “costringere” il giocatore a girovagare costantemente.
Purtroppo le molteplici aspettative caricate sul solo comparto multiplayer del nuovo Wolfenstein dall’intera community online vengono disattese: il sistema di creazione delle partite è piuttosto spartano, così come spartana è la possibilità di personalizzazione dei match.
Non vi è alcuna possibilità di instaurare clan o gruppi di alcun genere e, a meno che non si impersoni l’host, non è consentito filtrare le ricerche per livello di abilità, opzione quasi inutile in altri giochi ma non in questo.
Wolfesntein implementa infatti un sistema di upgrade -per l’online- piuttosto sbilanciato a favore di coloro i quali hanno più tempo da dedicare al gaming, offrendo, per ciascuna uccisione o semplice ferimento, un ammontare di denaro tramite il quale comprare potenziamenti capaci di renderci invulnerabili di fronte ad un novizio.
Questo fattore, unito a una somiglianza (grafica e delle meccaniche) non troppo velata con RTCW, rende la produzione Raven, almeno per quel che riguarda l’online gaming, appetibile quasi solamente ai fan di vecchia data, scoraggiando le new entry.
Si annoverano, infine, problemi mediamente frequenti di latenza durante gli scontri che superano i quattro giocatori per fazione.

Un po' Next un po' Old

Dal punto di vista tecnico Wolfenstein è leggermente indietro alle ultime produzioni di questa generazione, complice, forse, un motore non proprio all’avanguardia e malleabile come l’id Tech 3, modificato rispetto alla versione Quake 3 o Quake Wars.
Per quanto riguarda la modellazione poligonale, nonostante la solidità dei modelli sia di buon livello, si riscontra una perdita del dettaglio nei primi piani, che non risultano pertanto capaci di offrire un’ampia gamma di espressioni facciali.
Di livello altalenante anche le animazioni: ottime per quanto riguarda la ricarica e la gestione delle armi da fuoco ma appena sufficienti per quanto concerne il movimento dei personaggi (vedi corsa, camminata), che soffre di pesanti problemi nel contatto con il terreno (pattinamento) e di compenetrazione con i modelli poligonali raffiguranti lo scenario.
Molto buona la texturizzazione, capace, assieme ad un comparto shader di discreto livello, di rendere decisamente credibile ciascuna superficie e, in particolare, l’acqua, elemento al quale sembra essere stata riservata una cura fuori dal comune.
Di buon livello anche la gestione della fisica, lasciata alle sapienti mani dell’Havok Engine: nel corso dell’avventura verremo sorpresi dalla mole di oggetti con i quali potremo entrare -violentemente- in contatto; molti dei quali completamente distruttibili.
Una gestione dell’illuminazione tutto sommato saggia, eccezzion fatta per alcuni frangenti troppo scuri, e una ricca palette di colori contribuiscono poi a ricreare un’atmosfera viva e frizzante.
Ottimi, in seno all’elettrizzante atmosfera di gioco, anche gli effetti particellari: polvere, fumo, esplosioni e spostamento d’aria generato dalla detonazione delle granate sono realizzati a regola d’arte e aumentano esponenzialmente il coinvolgimento.
Ma nel coinvolgere il giocatore è il comparto audio a fare la voce più grossa, presentando un voice acting degno di lode, una colonna sonora più che discreta e, soprattutto, campionature sonore di altissimo livello, in grado di valorizzare la produzione se elaborate da un sistema Home Theater degno di tale nome.

Wolfenstein Wolfenstein, pur senza eccellere, riesce a ritagliarsi un personalissimo spazio nel marasma di shooter in prima persona presenti al momento sul mercato. I fattori concorrenti alla sua valutazione sono però contrastanti (rispetto alle aspettative) e ci hanno lasciati spiazzati: una divertente e longeva campagna single player riesce a mantenere costante l’attenzione e l’interesse del giocatore, risultando più attraente del comparto multiplayer, forse fin troppo sicuro di poggiare su solide basi. Il verdetto è, in definitiva, più che discreto: un’ottima alternativa alla costante mancanza d’azione estiva, in attesa del più prolifico periodo autunnale.

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