Recensione Wolfenstein: The Old Blood

Machine Games torna con un'espansione autonoma del suo sparatutto, proposta ad un prezzo competitivo. Due atti, sei ore di gioco, ed un'insolita svolta paranormale nel "prequel" di The New Order.

Wolfenstein The Old Blood

Videorecensione
Wolfenstein The Old Blood
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Aveva questo feeling immediato e diretto, l'ultimo capitolo di Wolfenstein sviluppato da Machine Games, che ci ha messo davvero poco a conquistare i giocatori: sia quelli più navigati, che in lui hanno riconosciuto l'erede dei veraci sparatutto anni '90, sia i novizi cresciuti a pane e Call of Duty, felici di scoprire un'altra via del first person shooter. Incalzante e schietto, The New Order si è fatto strada nei nostri cuori con l'irruenza di una fucilata in faccia, grazie anche ad un racconto crudo ma potente. Mescolando il machismo degli action hero con una dimensione più umana e personale del conflitto, il team svedese ci ha messo di fronte una sceneggiatura ben orchestrata, dinamica e a tratti persino toccante: insolita ma apprezzata cornice per il massacro di robot e nazisti.
Un anno dopo la pubblicazione, vista la ricezione positiva e i risultati evidentemente incoraggianti, il team di sviluppo torna sulle nostre console con una sorta di "appendice". Wolfenstein: The Old Blood è uno di quei prodotti che il mercato identifica come "DLC Stand-Alone": un'avventura indipendente che può essere giocata senza possedere il titolo principale, che tuttavia ne recupera ritmi e dinamiche.
Venduto ad un prezzo contenuto, almeno in rapporto alla durata dell'avventura, The Old Blood racconta la distruttiva missione che B.J. Blazkowicz ha affrontato subito prima dell'assalto al complesso di Deathshead. Lo fa con un piglio molto meno ricercato rispetto al titolo che l'ha preceduto, cercando di evidenziare invece la dimensione esagerata dei conflitti a fuoco, ed in questo senso tornando alle cruente origini della saga. Si potrebbe quindi pensare che il titolo scelto per questa breve avventura in due atti sia in qualche modo rivelatore: il "vecchio sangue" che scorre nel discendente di Wolfenstein è sempre quello che ribolle per la distruzione metodica e integrale, per l'indiscriminata operazione "blastatoria" (così si diceva un tempo), per l'incedere più teso e spedito.
Nonostante il gameplay accattivante ed i conflitti a fuoco sempre inebrianti, tuttavia, The Old Blood inciampa vistosamente nella seconda parte dell'avventura, finendo per risultare un prodotto meno interessante di quello che avrebbe potuto essere.

Temi il sangue antico

L'avventura di The Old Blood traccia fin da subito un parallelo con le origini della saga, portandoci all'interno del Castello di Wolfenstein. E' qui che dobbiamo recuperare il dossier in cui è svelata l'ubicazione dei laboratori di DeathShead, infiltrandoci dietro le linee nemiche. Le architetture geometriche e precise dell'immenso maniero, arroccato come un forte inespugnabile sulla cima spaccata di un monte, resteranno facilmente impresse nella memoria dei giocatori: merito di anche di un motore grafico che sembra essere stato rifinito rispetto allo scorso anno, capace di un rendering espressivo e pulito, nello splendore dei 60 frame al secondo. Rispetto a The New Order sembra leggermente migliorata la qualità delle texture, mentre restano sostanzialmente inalterati gli effetti speciali non proprio esaltanti.
Salvo fatto per qualche scorcio ispirato, tuttavia, quello che più colpisce non è l'impatto scenico, ma il gameplay verace, rapido, martellante. Blazkowicz torna a picchiare duro, insiste nel suo metodico sterminio con poderosi fucili a pompa e mitragliatrici tonanti, facendo saltare gli elmetti e poi le teste dei nazisti. The Old Blood eredita in tutto e per tutto il feeling di The New Order, e quindi si ripresenta come un FPS testosteronico e accelerato, in cui contano la mobilità, l'irruenza, il gusto un po' sadico per una potenza di fuoco eccessiva.
La possibilità di imbracciare due armi, sacrificando la mira di precisione ma raddoppiando la dose di piombo recapitata nel petto dei nemici, è emblematica di quale sia il "tono" di Wolfenstein: sparatutto per altro cattivello, che non fa sconti e vi spedisce all'altro mondo spesso e volentieri. Il sistema di gestione dell'energia, quasi antidiluviano, impone del resto una certa attenzione nel recupero di medikit e armature. Nonostante l'Intelligenza Artificiale sia per scelta molto diretta nell'affrontare gli scontri, per avere la meglio bisogna sempre restare sull'attenti, mantenersi in movimento, schizzare da una parte all'altra delle intricate mappe di gioco ed arraffare proiettili e scorte mediche in giro per gli scenari.
Eccezion fatta per la prima ora di gioco (un tutorial lungo, noioso e lineare in cui riprendiamo confidenza con il gameplay), l'avventura all'interno di Castle Wolfenstein scorre piacevolissima per circa quattro ore, riproponendo l'alternanza fra fasi d'azione e momenti stealth che ci aveva già conquistato ai tempi di The New Order. Passare senza soluzione di continuità dall'assalto furtivo alla carneficina è ancora un piacere, grazie al gunplay "di peso" ed alla soddisfazione sadica che si prova dopo ogni brutale stealth kill.
Nonostante la componente narrativa resti sempre in secondo piano, questa mini-avventura riprende in parte i temi del titolo d'origine, presentandoci uno spietato "villain" che avremo il piacere di massacrare in un teso scontro finale.
Sarà proprio questo evento che ci condurrà al secondo atto di The Old Blood, quello purtroppo meno riuscito e più sbrigativo. Finiti nella lugubre cittadina di Wulfburg, continueremo ad inseguire il prezioso dossier, adesso nelle mani della tremenda Helga Von Schabbs, nazista con una peculiare passione per l'archeologia. Saranno proprio i suoi scavi, alla ricerca delle reliquie del Re Ottone, che libereranno dalle viscere della terra uno strano potere, pronto a trasformare civili e nazisti in improbabili zombie infuocati.

L'arrivo di questi "Tremanti" è piuttosto subitaneo e improvviso, mal giustificato da una trama che si sfalda completamente. Il tono della narrazione qui diventa surreale, troppo ironico, fra personaggi dai nomi improbabili ed eventi sovrannaturali che male si integrano nel contesto narrativo del "nuovo corso" di Wolfenstein. Lo "sfogo" creativo del team di sviluppo, che è dovuto ricorrere all'abusato espediente dei Nazi-Zombie per cavalcare l'entusiasmo popolare, si chiude in una parentesi che "rompe" la coerenza del racconto e dell'universo finzionale.
Tantopiù che gli eventi di The New Order cominciano subito dopo di questi, e col senno di poi pare davvero improbabile che Blazkowicz non faccia menzione delle stranezze a cui ha assistito. Il filmato conclusivo di The Old Blood prova a mettere una pezza, tornando a ribadire la dimensione dolorosa e opprimente della guerra: peccato che si tratti di un rattoppo troppo tardivo.

Al di là delle questioni legate all'ispirazione, "Gli oscuri segreti di Helga Von Schabbs" è una campagna complessivamente meno divertente da giocare. A parte qualche momento più riuscito si sottolinea un discreto abbassamento della difficoltà, una più evidente linearità dei livelli, e l'impellenza di utilizzare solo e soltanto un approccio diretto, dimenticandosi del tutto della componente stealth. Il piacere del "frag", della kill violenta, della doppietta a canne mozze puntata al volto rimane inalterato, ma l'ultima parte del gioco è senza dubbio meno ispirata. Evidentemente sviluppata in fretta, ricicla alcuni degli ambienti di gioco attraversati nella stessa campagna, finisce in meno di due ore, e termina in uno scontro un po' noioso. Senza contare che di tanto in tanto spunta qualche bug, sintomo di un'operazione di rifinitura non proprio inappuntabile.
E' un peccato che la chiusura di questa espansione sia così sottotono, facendoci salutare The Old Blood con un po' di amaro in bocca.

Wolfenstein The Old Blood Se avete apprezzato l'ultimo Wolfenstein, l'acquisto di The Old Blood è praticamente obbligatorio. Riscoprire il lavoro eccezionale di Machine Games, il gameplay dal sapore antico, il piglio ipercinetico dell'azione ed il machismo aggressivo di Blazkowicz è un piacere a cui non dovreste sottrarvi, nonostante il secondo atto dell'espansione risulti superficialotto nelle premesse e nella realizzazione. Le ultime due ore di gioco esaltano la dimensione più “feroce” delle meccaniche di The New Order, regalando qualche attimo di viscerale esaltazione e poco più. L'eccezionale successo del nuovo Wolfenstein, tuttavia, stava proprio nella sua capacità di fondere queste meccaniche con un racconto più sentito, supportandole poi con una varietà di situazioni che “Gli oscuri segreti di Helga Von Schabbs” non riesce mai a proporre. Lo fa invece “Rudi Jäger e la tana dei lupi”, primo atto della campagna nonché unico pilastro di tutta l'esperienza: sono quattro ore di gioco tese e piacevoli, che meglio delle successive esaltano il lavoro del team svedese. Nel caso in cui vogliate avvicinarvi a The Old Blood per capire cosa aspettarvi da The New Order, tuttavia, sappiate che il DLC può darvi un'idea precisa soprattutto del gameplay, mettendo da parte una narrazione che invece, nel titolo d'esordio di Machine Games, è poderosa e prioritaria.

7.8

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