Yonder: The Cloud Catcher Chronicles Recensione

Yonder: The Cloud Catcher Chronicles è un gioco d'azione e avventura Open World, opera prima del team Prideful Sloth.

Versione analizzata: Playstation 4
recensione Yonder: The Cloud Catcher Chronicles
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Nonostante lo stile possa ricordare per certi tratti quello dell'ultimo Zelda, con la saga Nintendo Yonder: The Cloud Catcher Chronicles ha davvero poco a che spartire. Oltre alla presenza di un rigoglioso mondo open-world, dipinto attraverso colori sgargianti che esaltano la bellezza degli incontaminati panorami naturali, infatti, il gameplay dell'opera di esordio del team Prideful Sloth prende una direzione molto diversa rispetto a quella che caratterizza le varie apparizioni di Link. Anzitutto perché Yoder rinuncia integralmente alla componente action, agli scontri con gli avversari, in un rifiuto integrale della violenza. E neppure si sogna di mettere in scena dungeon intricati e complessi enigmi ambientali. Il protagonista di questa morbida avventura, piuttosto, deve esplorare le incantevoli lande di Gemea cercando di risolvere i problemi degli abitanti, ricostruendo fattorie per per poter raccogliere i frutti della terra, e ripulendo le varie regioni da un perfido Miasma, grazie all'aiuto di spiritelli recuperati qua e là. A conti fatti, l'impasto ludico di Yonder sembra insomma un incrocio fra quello del "rupestre" Stardew Valley e quello del recente Dragon Quest Builders, vista la necessità di raccogliere risorse (come pietre, legna e minerali) per poi costruire strutture e oggetti grazie ad un semplice sistema di crafting.

Yonder, è bene comunque specificarlo, appare un titolo molto più leggero rispetto ai due prodotti appena citati: un gioco che non assilla l'utente con stringenti impellenze quotidiane, ed anzi gli lascia tutta la tranquillità necessaria per esplorare Gemea, curiosando fra caverne e villaggi. È proprio questa dimensione più "contemplativa" -che permette di attardarsi a piantare alberi e costruire ponti e santuari per riportare le varie regioni al loro antico splendore- che rende il titolo davvero perfetto per un'utenza più giovane e meno smaliziata, o di contro per qualche rilassante sessione di gioco di utenti più scafati.
Le cose da fare e da scoprire, in Yonder, sono molte, e soprattutto nella prima decina di ore è facile ritrovarsi a vagare senza una meta, sospinti semplicemente dalla propria curiosità. Verrà quasi naturale, ad esempio, recuperare le risorse necessarie per ricostruire alcuni passaggi e scoprire cosa si nasconde nelle aree che grazie ad essi potremo raggiungere. Oppure superare le prove degli enormi totem che poi ci permetteranno di effettuare viaggi rapidi fra le varie zone del regno. Oppure ancora provare ad entrare nelle varie Gilde (dai Cuochi agli Inventori, passando per Stagnini, Carpentieri e Sarti), così da ottenere le "ricette" per costruire oggetti di ogni tipo. Oltre a questo, la voglia di vedere nuovi "biomi", scoprendo così quali buffe creature li abitano, ci porterà su e giù per la mappa di gioco, vasta a sufficienza per scacciare la monotonia, ma non certo densa ed estesa come quelle dei colleghi più blasonati.
Esaurito l'entusiasmo per la scoperta di una nuova specie ittica (ovviamente si può anche pescare) e svanita la sorpresa per le forme stralunate di certi animali (tra Porcespugli e Gruffali), Yonder si perde però in una progressione forse un po' troppo "meccanica", e svela anche qualche problema di ispirazione e bilanciamento. Il fatto che tutto il sistema economico si basi esclusivamente sul baratto, ad esempio, finisce ben presto per essere un problema non indifferente, dal momento che non è possibile vendere gli oggetti costruiti per accumulare un piccolo gruzzoletto, con cui poi comprare qualche altra chincaglieria dai mercanti delle città.

È necessario invece tenersi tutto nello zaino finché non riusciremo a scambiarlo con qualche elemento più utile, e vista la dimensione molto ridotta dell'inventario, questo elemento può costituire un sincero problema. Ben presto ci ritroveremo a dover scartare oggetti appena recuperati solo per liberare qualche slot, necessario anche solo per accettare alcune delle side quest proposte dagli NPC sparsi in giro per il mondo. Costruire mangiatoie, archi di pietra e strutture di legno, richiede poi un discreto quantitativo di materiali e oggetti diversi, tra assi, chiodi, colla e piastrelle: anche solo mettere in piedi un recinto per un animale, così da moltiplicare il prodotto della fattoria, potrebbe costringerci a spericolati equilibrismi nella gestione degli slot.
C'è anche da dire che il recupero delle materie prime tende a farsi, già nel corso della prima metà dell'avventura, abbastanza monotono, così come poco ispirate appaiono molte delle fetch quest secondarie. Tutti i meccanismi ludici di Yonder, comprese le missioni principali che a volte ci impongono semplicemente di aspettare che passi un certo numero di giorni "virtuali", sembrano pensati per mantenere il giocatore in movimento, farlo andare da una regione all'altra alla ricerca di materiali rari, bacche che crescono in un determinato bioma, miasmi da dissipare grazie agli spiritelli appena trovati.

"Yonder", in inglese, significa proprio "laggiù": pure il titolo sembra insomma un invito ad andare oltre, verso quello che si vede all'orizzonte, camminando continuamente per le terre di Gemea. E del resto è proprio questo inesausto peregrinare che in fondo sostiene tutta l'avventura: perché se ci si volesse fermare ad esaminare i singoli elementi che compongono il gameplay del titolo di Prideful Sloth, tutte le limitazioni di una produzione evidentemente trattenuta verrebbero a galla. Il fatto che il ciclo giorno/notte o le condizioni climatiche variabili non abbiano un'influenza tangibile sul mondo di gioco, o che le fattorie risultino quasi completamente futili nell'economia di gioco (basta costruire qualche materiale raffinato per superare agilmente il valore di baratto degli oggetti prodotti dai nostri allevamenti), e tutte le piccole storture sopra elencate, rendono Yonder un prodotto modesto, che funziona solo per qualche ora di disimpegnata esplorazione.
Anche a livello tecnico si poteva fare molto di più, almeno su PS4, dove spesso ci si imbatte in texture un po' slavate che tendono a smussare il fascino dei panorami, e non mancano piccoli difetti di compenetrazione poligonale e bizzarra gestione della telecamera. Per quel che riguarda il comparto audiovisivo, solo il tema principale riesce a brillare, mentre tutto il resto ha il sapore di una produzione non tanto frettolosa, ma con ambizioni decisamente modeste.

Yonder: The Cloud Catcher Chronicles Yonder è, in buona sostanza, una versione molto alleggerita di Dragon Quest Builders: un titolo basato sul crafting e sull'esplorazione, che si presenta con un'idea sicuramente affascinante ma anche con una realizzazione traballante. La volontà di rinunciare completamente allo scontro, concentrandosi invece sul valore ludico della scoperta e sull'emozione del viaggio, è una trovata apprezzabile e persino originale. La decisione di concentrarsi sul baratto come unica forma di economia, e di riportare antiche corporazioni di arti e mestieri al centro del sistema di crafting e del sistema di progressione, ma anche l'urgenza di ristabilire l'equilibrio delle varie regioni piantando alberi e ripulendole dai miasmi inquinanti, ci mette di fronte ad un titolo convintamente “bucolico”, un prodotto a suo modo unico nel panorama del genere. D'altro canto, al di là della sua leggerezza e della capacità di risultare un'avventura perfetta per i più piccoli (senza violenza e senza troppe difficoltà), Yonder è anche un titolo con evidenti storture, che rischia di diventare monotono dopo qualche ora di gioco e che tende a prolungare artificiosamente il viaggio del giocatore, costringendolo a lunghe sessioni di recupero delle risorse. La trama sostanzialmente inconsistente ed uno stile che alterna elementi molto ispirati (come la fauna) ad altri meno convincenti (come il character design) chiudono il quadro su una produzione intelligente ma mai esaltante. Un buon titolo d'esordio per il team di sviluppo, che speriamo possa -in futuro- incanalare in maniera più efficace la sua indubbia creatività.

6.8

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