Rubrica Everyeye Stories - Hitman

Un racconto dedicato alla saga dell'agente 47.

rubrica Everyeye Stories - Hitman
Articolo a cura di
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Il videogioco è ormai diventato un media a tutto tondo, capace di imporsi all'attenzione dell'opinione pubblica ed in grado di influenzare, di rimando, cinema e letteratura. Ovviamente l'opera videoludica ha il suo linguaggio e le sue specificità (su tutte, quella dell'interattività), ma è con discreto piacere che notiamo come poco a poco il videogame sia uscito dalle ristrettezze del suo campo. Del resto, al giorno d'oggi, si trovano bellissimi esempi di titoli che nulla hanno da invidiare alle produzioni Hollywoodiane o alla complessità narrativa dei grandi romanzi del secolo scorso. Scenografie e sceneggiature, personaggi e temi, possono così diventare fonte d'ispirazione per una produzione creativa ulteriore. Ne sono prova i numerosi libri su Gears of War, Halo, Metal Gear Solid.
Anche Everyeye ha deciso di provare a rendere omaggio a tali produzioni, avviando questa (speriamo gradita) iniziativa "letteraria" (lontana cioè da qualsiasi operazione critica). Everyeye Stories è un'apposita rubrica in cui verranno pubblicati dei racconti brevi, la cui fonte di ispirazione sia uno dei tanti universi videoludici che ben conosciamo.

Hitman

In questa settimana interamente dedicata alla Saga di Hitman, non poteva mancare una Everyeye Stories.
Nella speranza di aver saputo "leggere" opportunamente il personaggio, e la sua spietata consapevolezza della catena di azione e reazione, vi lasciamo senza indugio a questo nuovo esperimento letterario, leggermente più esteso del solito
.
Sono agitati, nervosi; schizzano come formiche impazzite, senza sapere dove andare a sbattere la testa. E questi sarebbero i professionisti al soldo della mafia? Sorveglianza speciale, la chiamano. Un branco di idioti dal grilletto facile, strafatti di crack. Punk aziendalisti agghindati in abito nero, con il giubbotto antiproiettile che gli stringe la pancia. Hanno fatto bene ad assumere qualcuno che ne capisce. Che sa mantenere il controllo, la freddezza, anche di fronte all'emergenza di un assalto annunciato. E pensare che hanno persino il vantaggio della chiaroveggenza: una dichiarazione firmata e controfirmata, inviata a Sua Maestà in persona. Una busta con tre proiettili ed una data. Il genere di cose che fa tremare anche i signori del cartello. Soprattutto se la firma è quella di un professionista. Tre calibri diversi, tre possibilità: l'intima vicinanza di una 9mm, o lo squarcio fulmineo di un Gepard M3? Cervello sulla parete o l'intera testa tranciata di netto, nebulizzata in una nuvola di polvere rosa?
Sudano, tanto da bagnare persino la giacca, schifosi malavitosi allevati ad hamburger e carnìtas. Sudano la sugna dei loro pasti ipertrofici; se lo meritano. Sudano anche se siamo un piccolo esercito, qui dentro. Tutto il piano è guardato a vista, e nel dedalo di corridoi che attornia le stanze blindate ci sono guardie del corpo ad ogni angolo. Alcuni tremano così tanto che finiranno per spararsi sugli alluci, altri hanno le mani così scivolose che non riusciranno a premere il grilletto; ma anche se fosse? Di una cosa sono sicuro: da questa porta, quella che ci divide dal Boss, non passerà nessuno.


Il segreto è stare sereni, comportarsi in modo naturale. Mai fischiettare: quella è una stronzata da film. Entrare nella parte. Impacciato e frettoloso come un fattorino. Ecco: spingo la porta con la punta del piede, mentre reggo a fatica questo pacco enorme. Il portiere mi saluta, ricambio con un gesto del capo mentre mi avvicino all'ascensore. Non farà problemi, tornerà a chinare il capo sulle sue parole crociate. Sette verticale: “Non fare cazzate o ti ammazzo”.
Lo so benissimo qual è il piano, ma mi fermo a leggere la targhetta. Fra poco la vetta di questo palazzo sarà un inferno di fiamme e proiettili, ed io controllo quasi distrattamente l'elenco degli uffici.
Il portiere mi getta un'occhiata indolente: “Dove devi consegnare?”.
“Da Sanders”.
“E' il ventiquattro”.
Sorrido e faccio un cenno d'assenso con la testa, poi premo il tasto dell'ascensore. Dietro le porte sento il sopito rumore metallico delle cinghie, il meccanismo perfetto dei contrappesi che scivolano su e giù per l'enorme trachea d'acciaio. Un ronzio elettrico di sfere, che sembra quasi dilatare il tempo, allungare i secondi. Potrei quasi fischiettare.
“Ding”. Si apre.
E' vuoto. Imbecilli disorganizzati, lasciano libera l'unica via d'accesso. Entro e mi giro verso il portiere. Il pulsante s'illumina appena lo sfioro. Mantengo gli occhi fissi sul vecchio ozioso, e le porte si chiudono lentamente.


Il piano è in preallarme. Qualcuno sta arrivando con l'ascensore. L'auricolare mi vomita nell'orecchio ammassi scomposti di parole, urli e minacce. Provo a capire qualcosa: è un fattorino con un pacco. Questi controllano la telecamera interna in presa diretta, dev'essere roba grossa.
Dicono che il tizio sembra tranquillo, tiene gli occhi fissi sulla porta, nessun fare circospetto. Ma non aspettavano consegne. Io sono dell'idea che in una giornata come questa, se l'unica consegna che aspetti è quella di un proiettile nel cervello, appena qualcuno preme il tasto del tuo piano lo devi semplicemente impallinare. Una smitragliata all'altezza delle budella, appena si aprono le porte. Un panetto di C4 direttamente nella tromba dell'ascensore, uno Scud della contraerea direttamente in mezzo agli occhi.
E questi lo fanno salire. Dicono che c'è il Metal Detector, e due agenti di guardia. Mi stanno facendo innervosire. Porto la mano all'orecchio e attivo la comunicazione.
“Con tutto il rispetto, signori, quello neppure dovrebbe passarci, sotto al Metal Detector”.
Qualche secondo di silenzio.
“E tu chi cazzo sei?”
“Uno che non si fida dei fattorini”.


Le porte si aprono.
Sono già in due ad aspettarmi appena fuori dalla porta. Uno tiene la mano incollata alla fondina. Faccio un passo per uscire dall'ascensore, spero non vogliano ricacciarmi dentro.
“Fermo. Resta lì e appoggia il pacco a terra”.
Entrare nella parte. Sgrano gli occhi, sinceramente sorpreso.
“Hey, tranquilli. Devo solo consegnare”.
“Appoggialo a terra!”
Li accontento, e faccio un passo verso destra. Quello più basso è mancino, ha la fondina dalla parte sbagliata. Per me è più facile tenerla sotto controllo o estrarre.
“Che cazzo c'è nel pacco?”
Alzo le spalle: “Non ne ho idea, io devo solo consegnare”. Ripetere e rassicurare. Ripetere e rassicurare.
Quello più basso si avvicina, e mi scosta con la mano. L'altro sta già abbassandosi per controllare.
Ora!
Afferro la mano del coglione e la stringo forte sul mio petto. Ruoto appena, per mettere in leva l'articolazione. E' un lampo: con il palmo della destra sfondo quel fottuto gomito fino a tranciare i nervi, legamenti, cartilagini. Nella giusta posizione, bastano dieci chili per rompere l'articolazione di un braccio. Un pugno ben sferrato ha un impatto medio di oltre 300 chili. Si può impazzire di dolore, per una cosa del genere, svenire in meno di due secondi.
Sento il corpo che già sta cedendo, afflosciandosi sotto il peso di una fitta impossibile da sostenere. Riesco ad estrarre la semiautomatica prima che l'altro si accorga di quello che sta succedendo. Due colpi al petto, ad una distanza di circa tre metri. Si schiantano contro il giubbetto: è come se la massa di un tir si concentrasse nello spazio occupato da una moneta. Bastano per farlo vacillare, fare due passi all'indietro. Le braccia penzolano come fossero morte, il collo piegato di lato in maniera innaturale, il volto contratto. Prendo la mira con calma, mentre sbatte sulla parete. Una terza pallottola appena sotto al naso.
Glock 17, ancora sette colpi.
Mi accuccio sul corpo e gli sfilo l'auricolare; appena lo indosso sento urla isteriche.
Afferro il pacco per le corde e passo sotto al Metal Detector. E' una sinfonia di sirene impazzite. Mi volto verso la videosorveglianza.
Sorridi a favore di camera.


L'avevo detto. Dovevano solo bucargli la pancia, era facile. Adesso invece hanno perso il vantaggio. Quello sente tutto, e chissà cos'ha dentro al pacco. Dentro alla “stanza dei bottoni”, quattro omaccioni a regime iperproteico stanno stretti stretti attorno al loro grande vecchio. Qui fuori siamo altrettanti, ci hanno raggiunto due ragazzini che impugnano una mitraglietta. Mi sa tanto che ne verrà fuori un gran casino.


Sono entrati in “silenzio stampa”. Non parla più nessuno, sanno che posso ascoltare. Mi avvicino ad un angolo: è come se sentissi l'aria fremere d'impazienza, per le vibrazioni invisibili delle pistole puntate. Aspettano solo un cenno. E' un azzardo, ma ci provo. Appoggio il pacco al margine, e lo spingo con calcio oltre l'ingresso del corridoio. Due colpi a vuoto scavano nel calcestruzzo. Mi affaccio a metà altezza, e rispondo con argomentazioni più convincenti. Il primo colpo perfora un ginocchio, gli altri penetrano irregolarmente sul lato del bersaglio, incuneandosi fra costole e polmoni.
Devo far presto, ne arriveranno altri.
Un taglio netto ed il pacco svela il suo delicatissimo contenuto. Appoggio un panetto di esplosivo appena all'ingresso del corridoio, stando bene attento a farmi notare dalle telecamere di sorveglianza: di qui non si passa. Mentre prendo l'altro esplosivo una voce nell'auricolare mi conferma che l'ingresso ovest è considerato off-limits.
Adesso si aspettano che faccia il giro dall'altra parte. Ma il secondo panetto di C4 è saldamente collegato ad una piastra d'acciaio spessa cinque centimetri. Basta per sventrare qualsiasi parete. Ho studiato la planimetria quasi a memoria. Cinque passi e sarò al punto giusto.


Due sono andati. Erano a pochi metri da me, si sono affacciati per fare gli eroi. Ma questo è uno con le palle, in appena tre secondi li ha crivellati con una precisione certosina. E adesso non sappiamo cosa vuole fare. Sappiamo solo che non possiamo andare a prenderlo, ci ha tagliati fuori minando gli ingressi e i corridoi.
Devo pensare, sgombrare la mente e pensare.
D'un tratto, l'edificio è attraversato da un fremito lugubre e tremendo. Un colpo assordante, che rimbomba nella testa. La visione periferica si appanna, mi appoggio alla parete per non cadere.
“Ha sfondato la stanza”, sento urlare nell'auricolare, “portatelo fuori”. Da dietro la porta l'eco sommesso di un tripudio di proiettili invade il corridoio. Il mio compagno apre velocemente, mentre la guardia superstite esce proteggendo il Capo. E' un signore distinto, brizzolato. Non sembra neppure minaccioso. Forse è per questo che si circonda di gorilla. I capelli lunghi, unti, madidi di sudore, si fanno radi sulle tempie, svelando impietosamente un'età nascosta dall'abbronzatura posticcia dei centri benessere. L'omaccione lo spinge poco delicatamente al muro, e si posizione fra lui e la porta.
E' la mia occasione. Ha minato il corridoio, ma non sta facendo attenzione, posso tentare di prenderlo alle spalle. Rischioso. Se preme un bottone, sono fuori da giochi. Tentare. Devo tentare.
Vado di corsa verso il corridoio, non riesco ancora a sentire il rumore dei miei passi. Mi fischiano le orecchie. Sono i sei metri più lunghi della mia vita. Avanzo, supero l'esplosivo cercando di convincermi che non esiste.
Svolto l'angolo, e vedo il relitto fumante della parete, polverizzato. Mi avvicino lentamente. Dentro la stanza sono esplose le lampade, la luce penetra irregolarmente dalla porta ancora aperta. Lo vedo, la sua sagoma indistinta invasa dai raggi tenui. Mi sembra che stia ricaricando.
Entro velocemente, da dietro gli afferro la mano sinistra, con cui aveva appena afferrato la clip.
E' un abbraccio macabro, quello che lo aspetta. La lama del mio coltello entra senza resistenza, nel collo, fra le clavicole. Un fiotto caldo invade i miei guanti nerissimi.
Lo stringo forte, e mi avvicino. “Bravo”, gli dico, “sei stato un ottimo investimento”.

Mi appoggia a terra.
Sento il sapore rugginoso del sangue che mi sale nella gola, la vita che gronda a gocce dense dentro i polmoni. Mi sa che non incasserò mai l'altra metà. Mi ha fregato.
Usato come un'esca viva troppo irrequieta. Immagino solo che non avesse pensato a tutto questo casino. Magra consolazione.
L'auricolare gracchia le ultime parole che sentirò: “Allarme rientrato”.
E mentre le palpebre mi si chiudono, lentamente, lo vedo che si incammina verso la luce. Le spalle quadrate, statuario e sicuro nel passo, quasi ingessato nell'andatura innaturale.
Dalla tasca estrae una garrotta, che vibra silenziosamente nell'aria, il filo metallico appena illuminato.
Si volta appena, senza guardare indietro, quasi volesse mettere in mostra il profilo liscio del suo cranio, senza un capello. Sulla nuca, tenue, mi sembra quasi di scorgere una macchia d'inchiostro. Una sequenza scomposta di linee, un codice senza senso, un marchio.
Sarà forse il senso raffinato dei moribondi, l'intuito inspiegabile dei condannati, ma prima che il buio mi abbracci una volta per tutte, come un ronzio fastidioso nella mia testa si percuote, ad intervalli regolari, un numero.
47.