Rubrica Everyeye Stories - Mass Effect

Un racconto basato sull'universo di Mass Effect

rubrica Everyeye Stories - Mass Effect
Articolo a cura di
Lorenzo Lorenzo "Kobe" Fazio ama il basket, o per meglio dire i Los Angeles Lakers, l’Hip Hop e il teatro. Dopo aver rincorso la carriera del finto regista, dal 2007 si spaccia anche per finto esperto di videogiochi scrivendo su Everyeye.it. Lo appassionano le belle storie e gli stili visivi ricercati. Cercatelo su Twitter e su Google Plus.

Il videogioco è ormai diventato un media a tutto tondo, capace di imporsi all'attenzione dell'opinione pubblica ed in grado di influenzare, di rimando, cinema e letteratura. Ovviamente l'opera videoludica ha il suo linguaggio e le sue specificità (su tutte, quella dell'interattività), ma è con discreto piacere che notiamo come poco a poco il videogame sia uscito dalle ristrettezze del suo campo. Del resto, al giorno d'oggi, si trovano bellissimi esempi di titoli che nulla hanno da invidiare alle produzioni Hollywoodiane o alla complessità narrativa dei grandi romanzi del secolo scorso. Scenografie e sceneggiature, personaggi e temi, possono così diventare fonte d'ispirazione per una produzione creativa ulteriore. Ne sono prova i numerosi libri su Gears of War, Halo, Metal Gear Solid.
Anche Everyeye ha deciso di provare a rendere omaggio a tali produzioni, avviando questa (speriamo gradita) iniziativa “letteraria” (lontana cioè da qualsiasi operazione critica). Everyeye Stories è un'apposita rubrica in cui verranno pubblicati dei racconti brevi, la cui fonte di ispirazione sia uno dei tanti universi videoludici che ben conosciamo.

Mass Effect

"Mass Effect ha diviso più del previsto il parere della critica. Se alcuni non si sono risparmiati in elogi, altri ne hanno sottolineato con veemenza ogni difetto. Personalmente, approcciandomi a un titolo del genere, ho avuto modo di rivisitare ulteriormente il concetto estetico di "opera d'arte". Per uno come me, costretto dal suo percorso universitario ad affrontare lo scoglio insormontabile della filosofia applicata all'arte, i videogiochi sono sempre stati un ottimo banco di prova per testare tutte le (inutili?) teorie studiate. Se quindi c'è bisogno di una definizione, giocando a Mass Effect la risposta è che un'opera d'arte: a differenza di un semplice oggetto estetizzante, supera i confini fisici del suo supporto. Trascende la sua fisicità, insomma.
La prova della veridicità di una tale tesi è il pezzo che potete leggere qui sotto. Gli scorci alieni che Mass Effect mi ha regalato non solo mi hanno intrattenuto più che degnamente: mi hanno anche spinto alla riflessione, al pensiero, al piacere estetico che continua anche a TV spenta.
Non mi resta dunque che augurarvi una buona lettura, con la speranza che possiate anche voi riflettere.
"

Lorenzo Fazio

Il Genio

Sono su un pianeta alieno.
Il nome? Non lo ricordo. So solo che fa un caldo fottuto e che l’umidità sta cominciando a invadere il mio visore.
Da questo settore della Galassia il Sole nemmeno si vede. La Terra, l’Umanità, sono lontane milioni di anni luce. Sono atterrato qui con una sorta di mezzo blindato a sei ruote, lanciato al volo da una nave equipaggiata con un motore iper-luce. Dentro la mia tuta pressurizzata tengo sotto controllo i valori di temperatura e pressione del mio corpo. A qualche metro da me, loro: due alieni appartenenti a due specie differenti. Parlano la mia stessa lingua, chissà come e perché.
Assurdo. Cinquanta anni prima la conquista di Marte e ora, ora, tutto questo. Solo mio nonno non si sarebbe mai immaginato un simile salto tecnologico, un simile incontro con altre forme di vita. Oggi invece i viaggi di nozze sono tutti a base di spazio e romantici tramonti extra-solari.
Il Turian mi guarda e mi urla qualcosa all’interno della radio. Non lo sto nemmeno a sentire. L’Asari si guarda intorno. Quella ha sempre la testa persa in assurde leggente riguardanti i Prothean. Si può essere così stupidi da perdere una vita intera a studiare un popolo che, per quanto ne sappiamo noi, potrebbe benissimo non essere mai esistito. O mai estinto.

Ho da poco scoperto un nuovo giacimento di uranio, e mentre le venature metalliche che solcano il terreno si sciolgono, assalite dagli acidi di estrazione, non posso fare a meno di pensare che siamo tutti fottuti. Il sudore viene filtrato dal sistema anti-condensa, il Radon gorgoglia e diffonde i suoi vapori nell'atmosfera velenosa; ogni lembo inerte di carne o metallo trasuda un senso di superflua corrosione. Da giorni, mentre scavo e sgretolo questo suolo ingrato, non riesco a smettere di pensare che stiamo consumando persino le stelle.
La mia vita non durerà che un attimo inconsistente, nei confronti di questa Galassia, di questo Universo, eppure, sarà solo questione di tempo prima che tutto faccia la stessa fine. La vita corre in linea con la morte, la produzione implica lo spreco, e generando energia noi creiamo anche calore, entropia, morte. Il petrolio è finito decenni fa. L’uranio sulla Terra non esiste più. Quanto tempo ci metteremo noi, forme di vita terrestri e non, noi inesorabili razziatori del Creato, prima di ridurre a polvere anche questo già morente pianeta rovente?
Il Positivismo è solo la più grande delle illusioni. Per quanto potremo progredire, per quanto potremo viaggiare ed esplorare, la fine sarà inevitabile. Poco male, dicono, per l’inetto umano: accadrà “dopo di me”. Poco male se l’entropia si impadronirà del Tutto “quando sarò già morto”.
Abbiamo drogato e distrutto il nostro mondo natale con locuzioni del genere. E il germe dell’umanità continuerà a corrompere, distruggere, disintegrare. Senza sosta. Senza pietà.
Loro? Alieni nelle fattezze, non certo nei propositi. Alleati oggi, saremo pronti a vaporizzarci tutti domani, quando la stabilità economica non garantirà più le puttane e il piacere facile ai potenti.

Il Sole, da qui, non è visibile. E un giorno non lo sarà più da nessuna parte dell’Universo; perché, semplicemente, come ogni cosa, cesserà di esistere.
Ma allora, perchè ci affanniamo ancora? Costruiamo navi interstellari, e stazioni orbitanti, e balenanti baluardi di vanità e progresso, come avamposti di una civiltà allo sbando. Riempiano questo enorme vuoto cosmico con flebili segni del nostro passaggio. Segni che verranno distrutti senza appello. Perchè continuare? Quando il vuoto più vorace è invece quello dentro di noi. Sono giorni che l'idea mi rimbalza in testa, sempre più affascinante, sensuale. Liberatoria. Perché lasciare il piacere della mia distruzione al fluire lento del tempo? Perché aspettare che tutto esploda “per difetti di progettazione”?

I due alieni si alzano di scatto. Mi guardano atterriti, mi urlano qualcosa. Non li sento, non sento più niente. Sento solo il click della sicura che tiene legato il casco al resto della tuta. Sento solo l’assenza dell’aria nei miei polmoni. Sento la pressione e il calore di questo pianeta assurdo che mi schiaccia e brucia la mia faccia.

Che altro avrei potuto fare? Inquinare ancora il mondo con la mia presenza? Vedere il disfacimento prendere il sopravvento sulla mia pelle come su questo giacimento d’Uranio? Sopportare i segni del tempo che avrebbero cominciato a sbriciolare lentamente il mio corpo? Le Asari vivono così a lungo e sono così splendide... Eppure anche una cosa così bella finisce. Anche l’Amore finisce. Io ho semplicemente deciso quando terminare.

Ai miei compagni, ai miei “amici” alieni, non resta altro da fare se non recuperare il mio casco caduto a qualche passo da loro, e chiamare una squadra che venga a prendere il mio cadavere.
L’ennesimo “suicidio”. L’ennesima mente brillante che preferisce accorciare i tempi, stanca di aspettare il Big Crunch, il sopravvento dell’entropia.
“Sindrome del Genio”, la chiama lo psicologo della navetta. Chi sa troppo, sa che non ne vale la pena...