Rubrica Giochi Vecchi - Gran Turismo

La volta in cui: le auto invasero il mondo.

Rubrica Giochi Vecchi - Gran Turismo
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Ci furono un paio di segnali che mi fecero capire che con l'arrivo di Gran Turismo era successo qualcosa di grosso.
Il primo è che un mio amico, personaggio che mai aveva visto videogiochi, si era comprato volante, pedali e sedile dedicato per riuscire a vincere la medaglia d'oro in tutte le patenti di GT.
Il secondo è che nella mia classe, terzo anno dei ragionieri, la gente aveva smesso di scommettere soldi a 7 e mezzo e aveva iniziato a fare sfide da 60 giri sui circuiti di GT, con puntate da 10.000 lire a botta.
Ma torniamo indietro.
Era ancora Natale. Le riviste salutarono senza particolare casino questo nuovo gioco di macchine per Playstation, sviluppato da Poliphony Digital. Ricordo una recensione su Console Mania. Era un articolo privo di entusiasmi e diceva più o meno così: “Ci sono giochi che arrivano all'improvviso, e che settano nuovi standard. Da una parte ci sono i giochi di macchine. Dall'altra c'è Gran Turismo”.

Gli Ash, misconosciuto gruppo indie irlandese autore di "Lose Control", la mia canzone preferita di Gran Turismo.

Io mi fidavo ciecamente di Console Mania, così andai subito a comprare Gran Turismo. E capii. Capii che quella era la recensione di uno che tratteneva lacrime di felicità. GT era roba mai vista prima.
Noi eravamo figli di un mondo che ti faceva scegliere fra la macchina blu e la macchina rossa, e se eri particolarmente bravo fra cambio manuale e cambio automatico. In Gran Turismo le ruote delle vetture giravano in maniera diversa a seconda della trazione. Quando compravi il gioco c'era in allegato un libretto di istruzioni di cento pagine pieno di nozioni di guida vere. Nozioni che ti serviva conoscere nel gioco. Perché GT simulava la realtà. Applicava modelli fisici, non era frena prima della curva ed evita di sbatterti al muro. Bisognava saper guidare. Di colpo iniziai a prendere familiarità con concetti come rollìo, beccheggio e campanatura dei pneumatici. C'erano macchine reali. Le mie preferite erano la Mazda Demio (l'auto più sfigata del gioco), La Honda NSX (una bestia inguidabile), la Dodge Viper e un'altra Mazda che ti davano in regalo quando vincevi una particolare gara. Era verde e con gli alettoni.
Si potevano fare le modifiche alle auto. Io ero uno di quelli che per prima cosa cambiava il volano, poi passava all'alleggerimento del veicolo. E stavo lì a fare le prove, a cambiare i rapporti di cambio per alzare la velocità massima. Era una roba fuori di testa, soprattutto per me. A me delle macchine non me ne era mai fregato niente. Mai visto una gara di Formula Uno. Quando passavano macchinoni non mi giravo a guardare. Nei videogiochi io ero uno da platform e picchiaduro, picchiaduro e platform. Mi ero aperto con grande sforzo alle avventure, ma solo perché capitava di saltare sulle piattaforme.
E ci fu un'altra cosa che arrivò in quel periodo. Era il Dual Shock. Era un joypad completamente nuovo, che vibrava e che aveva due leve analogiche in mezzo. Era la cosa che mancava alla PSX per non sfigurare accanto a un Nintendo 64. Un joypad coi controcazzi.

Avere il doppio Dual Shock non era roba da tutti. Quando si giocava in multiplayer, il padrone di casa non lo mollava nemmeno sotto tortura. Nelle case dei giocatori illuminati vigeva la regola "Chi vince usa il Dual Shock".

L'accoppiata Dual Shock Gran Turismo ebbe l'effetto di un terremoto. E non solo per me. Intorno a me assistetti a un vero e proprio cambiamento antropologico. A parte la schiera enorme di nuovi adepti al mondo dei videogiochi (fra cui il mio amico e i miei compagni di classe), quello che cambiò fu proprio il rapporto delle persone coi videogames. Non era più roba da nerd. Ormai giocavano tutti.
Se un tempo coi videogiocatori ci si scambiava sguardi di complicità e ci si riconosceva per l'occhiaia da cinque minuti e poi smetto esibita al mattino in classe, ora era saltato tutto. Stavo nel mio banco, mi guardavo intorno e mi rendevo conto che TUTTI avevano quelle occhiaie. E TUTTI avevano Gran Turismo.
Viene da sé che per me iniziò una nuova epoca di partitoni allucinanti in multiplayer, roba che non si era vista dai tempi d'oro di Street Fighter II. Migravamo di casa in casa, ognuno con il proprio Dual Shock e la propria memory card, ognuno a fare il tamarro con il proprio parco macchine. I nuovi compagni di gioco erano tantissimi.
Io, da saggio giocatore della prima ora, accoglievo amorevolmente i nuovi adepti. Li guidavo nei negozietti di videogiochi e li mettevo in guardia dalla merda da non comprare. Con gli altri vecchi saggi a volte ci si incontrava, e ci informavamo vicendevolmente sullo stato delle nostre greggi. Quello che mi spaventava di più era il grado di dipendenza che sviluppavano certi novellini. Io, che avevo maturato gli anticorpi contro la dipendenza da videogiochi in periodo prepuberale, mi trovavo di continuo di fronte a gente con la vita rovinata. Dai, andiamo a fare una passeggiata, guardate che bel sole che c'è fuori. Ma loro non mi stavano a sentire. E capivo cosa provava mia mamma quando vedeva il proprio figlio indifferente alle bellezze del mondo. E come lei, anche io adottavo la stessa tecnica. Mi avvicinavo di soppiatto alla tivù, mi inchinavo con fare distratto e, con grande scioltezza, staccavo la spina.