Rubrica Giochi Vecchi - Riviste

La volta in cui tornammo in edicola.

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Articolo a cura di
Giuseppe Angelo Fiori Giuseppe Angelo Fiori Non gioca più ai videogiochi. Per questo gli piace parlarne. Parla anche di donne, lavoro e salute. Lo trovate su Facebook.

Riassunto delle puntate precedenti: ho obbligato mamma a comprarmi la Playstation. Mentre ci giocavo, iniziava a spuntarmi la barba.
Ora tocca fare un passo indietro.
Il primo numero di Console Mania che comprai fu l’undici. Era il 1992 e in copertina c’era Taz, quello di Tazmania, l’animale che si muove come un vortice e mangia i frigoriferi. Accanto a Taz c’erano le foto di tutte le console di quel periodo: Nes, Super Nes, Game Boy, Master System, Mega Drive, Game Gear, Atary Linx. Dentro quel numero c’era la recensione di Street Fighter II per Super Famicom. Voto del gioco: 99 (grafica: 99, sonoro: 94, giocabilità: 99).


Chiusura della recensione: vale la pena comprare un super famicom solo per giocare a Street Fighter II (Niente Wikipedia. Vado a memoria, certe cose ce le hai dentro, scritte a lettere infuocate).
E così feci. Era il mio primo numero, ma io di Console Mania già mi fidavo ciecamente. Console Mania parlava e io facevo. Per me era la Verità. Non avevo altro Vangelo al di fuori di Console Mania. Raffo era il mio profeta. Alex il mio San Francesco, Piermarco Rosa era il mio Zeus, Control Your Console era la mia cabala.
Insomma, Console Mania non era di certo una rivista di videogiochi di merda.
Poi certo, c’erano più pubblicità di negozi di elettronica di provincia che recensioni, Stefano Gallarini ci diceva di pensare anche allo studio e non solo ai videogiochi, spesso certi redattori non avevano troppa voglia di scrivere e presentavano articoli con font 18. Capito ragazzi? Ce ne accorgevamo. Eravamo bambini piccoli e ingenui, ma quelle cinquemila lire che vi davamo volevamo leggercele tutte.
E così passai l’infanzia leggendo Console Mania.
Ma torniamo a me che mi facevo la barba. Che poi non era proprio barba. A 14 anni avevo giusto baffi e basette. Peluria. Era il 1997. Io ero digiuno di riviste di videogiochi da un paio di anni, così andai in edicola per vedere che succedeva. Venni letteralmente sommerso da una valanga di riviste di merda.
C’erano due o tre riviste Playstation only, ognuna con il suo cd demo, tutte che salutavano ogni mese l’arrivo del titolo rivoluzionario e avevano Lara Croft in copertina (che al tempo era una cosa CONTINUA, ma del resto la protagonista di Tomb Raider appariva anche su Panorama e l’Espresso).
E poi uscivano queste robe, queste bibbie dei codici, piene zeppe di cheatcodes per qualunque gioco. Libri con listoni di codici inutili inframezzati da qualche articolo tappabuchi. Mondezza.
C’era stato un mutamento radicale. Qualcuno da qualche parte si era accorto che coi videogame si potevano fare i soldi veri. E le riviste si vendevano e facevano vendere. E un giornale di videogiochi non poteva più essere affare di quattro protonerd che si vestivano coi jeans larghi e le felpe del pigiama e che trattavano i lettori come dei cuginetti. Non c’erano più le riviste che parlavano dei videogiochi, c’erano le riviste fatte per venderli. Certo, Console Mania c’era ancora, e c’era anche Super Console. Due riviste che hanno provato a smorzare quest’onda montante di merda. Ma la merda ha vinto.
E io ci cascai in pieno. Console Mania parlava un linguaggio che non mi apparteneva più. Io volevo altro. Volevo la merda. La compravo e la leggevo. Volevo hype, volevo che mi dicessero che la mia console era la più figa. Leggevo come un matto Playstation Magazine, rivista di vergognosa partigianeria, che quando recensiva bei giochi dava il merito alle meravigliose capacità di Playstation, quando i giochi erano brutti la colpa era della software house che non aveva saputo sfruttare le meravigliose capacità di Playstation.
A PSM inviai anche una recensione di Final Fantasy VIII. Era una roba spudoratamente copiata da una recensione di Final Fantasy VII, recuperata da un vecchio numero di Console Mania. La pubblicarono e io ne ebbi in regalo un joypad inutile fatto di una forma improbabile. È una cosa di cui mi vergogno.


Fu col passare del tempo che mi resi conto che qualcosa mancava. Mi mancavano le cazzate, mi mancava il calore. Cercavo uno come Raffo che magari non sapeva cosa dire del gioco che recensiva, ma almeno ci raccontava un po’ di fatti suoi così, per passare il tempo. E invece niente. Niente più storie di macchine incidentate, niente foto dei redattori in vacanza in posti inutili. Insomma, dal punto di vista della stampa videoludica, io li ricordo davvero come anni freddissimi.
Dal poco che ho letto negli anni successivi, dal poco che leggo oggi, mi pare che siano stati fatti grandi passi avanti. Ci sono riviste che provano a raccontare e a trattare il videogioco come un mezzo di espressione creativa, non come un semplice prodotto ludico. A me questo sembra un intento nobile e giusto, che darà buoni frutti.
Poi arriverà l’ennesimo servizio del Tg5, che collegherà il bambino americano che ha fatto la strage col fucile alle sue partite a GTAV, e si dovrà cominciare tutto daccapo. Ma i videogiocatori ci sono abituati.
(Scusate, oggi ho divagato. Lunedì prossimo arriva Tomb Raider II, promesso).

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