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Rubrica Neon Bible - Vol 6

Quando il marketing non conosce Pietà

rubrica Neon Bible - Vol 6
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Articolo a cura di
Alessandro Mazzega Alessandro Mazzega prende confidenza fin da tenera età con pad e tastiera e si appassiona rapidamente al mondo dei videogiochi, lavorando come giornalista sulle principali realtà online e occupandosi di sviluppo, attualmente in Forge Reply. Bassista fallito, ha ormai venduto lo strumento per passare dietro al microfono, sia per cantare che per condurre il podcast Gaming Effect. Cercatelo su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Il crollo di popolarità dei giochi musicali e alcuni titoli che hanno raccolto molto meno successo commerciale del previsto, hanno in parte limitato le mire di Activision, che, escludendo la sempre verde Blizzard, sta tentando nuovamente di chiudere un anno fiscale all’insegna dei record.
Il publisher americano, però, può continuare a dormire sonni tranquilli, con la certezza di avere sotto la propria ala il franchise di maggior successo dell’industria, quel Call of Duty dalle spalle talmente grandi da garantire incassi da capogiro, reggendo praticamente da solo le sorti dell’azienda guidata da Bobby Kotick.
Modern Warfare 3 è uscito all’inizio di Novembre dello scorso anno ed è subito balzato in vetta alle classifiche, garantendo introiti per un miliardo di Dollari in poco più di due settimane.

Pausa Pubblicitaria

Da quel giorno sono passati quasi due mesi, gli appassionati continuano a popolare i server ma la macchina del marketing non si è mai fermata, continuando a proporre banner sui maggiori siti web, doppie pagine su tutte le riviste più importanti del settore e, ovviamente, spot televisivi, in modo da coprire la più ampia fascia possibile di consumatori.
Proprio le pubblicità, però, sono entrate nelle mire di D.B. Grady, veterano della guerra in Afghanistan, ora corrispondente per il The Atlantic, testata che ha ospitato il suo ultimo articolo.
Grady analizza il più recente spot di Modern Warfare 3 che esalta la guerra, mostrandola come un qualcosa di divertente, in grado di accogliere anche un novizio, rendendolo una perfetta macchina per uccidere scontro dopo scontro, con un ritmo scanzonato e scherzoso ai limiti dell’irriverenza.
Grady è costretto a confrontare quando vede su schermo con ciò che ha vissuto, citando numerosi eventi spiacevoli, comuni in un conflitto: amputazioni, bare che ritornano in patria, bandiere issate a lutto, domandandosi come sia possibile che nessuno in Activision abbia avuto nulla da obiettare alla presentazione del video promozionale, offensivo soprattutto verso chi in guerra c’è stato ed è tornato portandosi dietro cicatrici sul corpo e nella mente.

Notizie dell’ultima ora

Nel frattempo ha fatto il giro del mondo la notizia del ritrovamento del corpo di Benjamin Colton Barnes, veterano dell’Iraq di soli 24 anni, fuggito nei boschi del Mountain Rainer National Park, vicino a Seattle, dopo aver sfondato un posto di blocco uccidendo una ranger di 34 anni, mettendo in subbuglio tutta la zona e mobilitando una caccia all’uomo terminata con il ritrovamento del suo cadavere.
I media statunitensi confermano che Colton Barnes aveva prestato servizio in Iraq dal 2007 al 2008, senza più riprendersi dall’esperienza, diventando violento al punto da ottenere una denuncia per violenze domestiche da parte della moglie.
Un tipico caso di stress post traumatico, patologia che solo nelle ultime decine di anni è balzata sotto l’attenzione del grande pubblico, poiché riconosciuta anche dall’Esercito Americano che si è visto costretto a gestire numerose situazioni spiacevoli, in seguito a militari rientrati dalle zone di conflitto, e resa celebre anche da vari film, come Brothers, pellicola del 2009 con protagonisti Natalie Portman, Jake Gyllenhaal e un irriconoscibile Tobey Maguire.

Marketing Insidioso

Nota: Dal momento che non tutti i nostri lettori conoscono bene l'inglese, traduciamo alcuni estratti dall'articolo di Grady, che potete trovare a questo indirizzo. Il contenuto di questo paragrafo non è in alcun modo legato alla redazione di Everyeye, se non per l'opera di adattamento linguistico. In calce, trovate anche il video di cui si discute. Per amor di cronaca, ricordiamo ai lettori che l'impegno di Activision per il sostegno ai veterani, garantito dalla Call of Duty Endowment, fondazione che si impegna per garantire la reintegrazione nella società dei veterani di guerra.



Articolo originale di D.B. Grady.


C'è uno spot televisivo di un videogame chiamato Modern Warfare 3 talmente vile e chiassoso che è difficile credere che non sia deliberatamente offensivo. Comincia con due pagliacci di Hollywood che indossano (per qualche assurdo motivo) un'uniforme MultiCam, sotto l'ingente fuoco nemico in quello che appare essere un attacco terroristico alla città di New York. [...] Per certi aspetti - forse l'intensità espressiva degli attori- lo spot invita lo spettatore a prendere sul serio le loro azioni.
Di certo i veterani di guerra non non sono la “parte lesa”, e non dubito che una percentuale significativa di uomini e donne in uniforme posseggano una copia di Modern Warfare 3. Dal momento che il gioco ha venduto copie per oltre un miliardo di dollari in appena 16 giorni, chiaramente la strategia di marketing funziona. E tuttavia questo non lo giustifica, né mitiga l0assenza di tatto. Lo spot rende triviale gli scontri a fuoco e accettabile la guerra. [...] Dopo dieci anni di guerra continua, e migliaia di amputazioni e bare coperte dalle bandiere, dopo che centinaia di comunità sono state colpite da grigie afflizioni, veramente nessuna delle persone coinvolta nella produzione e nella diffusione di questo spot ha alzato la mano per dire: “Scusate, ma con tutta probabilità siamo andati oltre. Forse dovremo semplicemente mostrare video delle situazioni di gioco”.
Questo non è un articolo contro gli sparatutto, o contro la possibilità di rappresentare la guerra anche nella cultura popolare. Ma mentre le cose si inaspriscono in Afghanistan e noi siamo chiamati costantemente a soppesare i danni fisici e mentali dei veterani in Iraq, è davvero questo il momento di mostrare alla nazione quanto sia divertente tutto l'ambaradan? (E mi riferisco ai frivoli urletti del sedicente soldato dello spot, mentre spara con un lanciagranate. La guerra è meravigliosa, non vedete? E' un po' come trovarsi in una versione più realistica di Disneyland.)
[...]
Ed ecco come finisce lo spot. Due compiaciuti buffoni di prima categoria camminano impettiti verso la telecamera; i fucili in spalla, mentre le esplosioni consumano la città di New York. E lo slogan: “C'E' UN SOLDATO IN OGNUNO DI NOI.”
No, non c'è.

Neon Bible Un fatto di cronaca così estremo non fa che confermare che l’argomento guerra è tutt’ora caldo, malgrado il ritiro di gran parte dei contingenti statunitensi d’istanza nelle zone più calde del pianeta. Così caldo da non poterlo trattare in modo tanto leggero per una semplice esigenza di marketing, dipingendo un conflitto per quello che non è e facendolo prendendosi tremendamente sul serio. La sensibilità comune è ormai anestetizzata da ciò che si può leggere tutti i giorni sui giornali ma ci sono momenti ed eventi che devono necessariamente spingere a fermarsi e riflettere. Impossibile, quindi, non riprendere le parole che chiudono l’articolo pubblicato sul The Atlantic. “THERE'S A SOLDIER IN ALL OF US." No, non c’è.