(Dis)Comfort Zone: Outlast 2 Oggi alle ore 21:00

Primo episodio della dis)Comfort Zone dedicata ad Outlast 2!

Rubrica Play.Again Theme Hospital

Rigiochiamoci: i deliri ospedalieri di Bullfrog

rubrica Play.Again Theme Hospital
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Articolo a cura di
Enrico Spadavecchia Enrico Spadavecchia è un avido collezionista ed esagitato videogiocatore dai tempi del Commodore 64 e delle sue righe colorate. Ex giocatore accanito di Counter Strike, in giovane età ha compiuto la stupidissima impresa di completare Quake II a livello hard senza scendere mai sotto i 100 punti ferita. Ostinato retrogamer e sostenitore delle produzioni indipendenti, non disdegna le offerte del mercato attuale, soprattutto FPS e avventure grafiche. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Ci fu un tempo in cui i telegiornali farneticavano riguardo attacchi epilettici a base di pokemon, in cui l’impiegato anzianotto aveva ancora montato sul monitor uno di quei brutti pannelli opachi, che secondo alcune leggende avrebbero protetto gli occhi da chissà quale diavoleria; un tempo in cui sarebbe stato opportuno prendere in considerazione i noiosi avvertimenti sulla corretta postura da tenere di fronte al PC.
Nello stesso periodo, molti di noi erano riusciti finalmente a catturare Mewtwo, dopo una settantina di ore passate con gli occhi a due centimetri dallo schermo senza retroilluminazione del gameboy, per poi rinominarlo con la bestemmia più corta che conoscevamo e tornare a livellare i personaggi di Final Fantasy VII, come fosse un secondo lavoro non retribuito.
Assorti nelle suddette nobili cause assistevamo alla diffusione smodata di nuovi generi, meccaniche mai viste e agli ormai estinti colpi di genio di molyneuxiana memoria. Tutto ciò avrebbe presto portato gran parte di noi a mettere su un bel paio di occhiaie croniche, restie all’abbandonarci anche nelle più spensierate domeniche estive degli anni a venire.
Ora che il panorama videoludico ammette lo stupore solo in alcune notevoli eccezioni, ora che pacchianissime versioni free to play delle vecchie glorie hanno invaso i social network e le piattaforme mobile, si fa fatica a ricordare un tempo in cui gli RTS appartenevano ad un genere ancora tutto da scoprire, e le sottocategorie gestionali rappresentavano una novità assoluta.
Mentre gli RTS di stampo classico si affacciavano timidamente al mondo della grafica a tre dimensioni, e il mercato si saturava di titoli a sfondo bellico in tutte le salse, innovative varianti si facevano strada negli interessi dei cliccatori compulsivi. Anche quei ragazzini rivoluzionari nati già barbuti potevano tornare a casa e riporre le stra-abusate effigi e gli opuscoli informativi sul plusvalore, sedersi di fronte a uno di quei pc con ancora il tasto “turbo” sullo chassis (che nessuno aveva sul serio collegato ai pin corrispondenti), e impegnarsi su del cinico microcapitalismo computerizzato, grazie ai nuovi business simulator, fra cui Theme Hospital.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, il medico guarda quel brutto neo che il saggio ha sotto l’ascella, e aggiunge: "io lo farei controllare".

Il clima ospedaliero del vecchio titolo Bullfrog è un ricordo particolarmente vivido per ex bimbi cagionevoli o irriducibili ipocondriaci che hanno fatto delle scatole dei medicinali curiosi complementi d’arredo: sembrava quasi di sentire l’odore pestilenziale della brodaglia ad alto contenuto vitaminico, i commenti a mezza bocca sull’intagliabile filetto di caucciù del giovedì sera, e i vaneggiamenti dell’inserviente che asseriva d’avere le conoscenze necessarie per operare a cuore aperto.
Come gran parte delle produzioni affini, Theme Hospital aveva dalla sua una notevole componente umoristica, di una presenza tale da giustificare qualsiasi risatina su tematiche tutt’altro che facete: pazienti vestiti da Disco Stu ai quali si diagnosticavano “basette al III stadio”, lunghe attese per l’intervento di rimozione delle costole in eccesso e gente comune affetta da invisibilità avrebbero allettato il giocatore fra i disastri di malasanità causati dall’improprio utilizzo degli strumenti di micromanagement. Come se non bastasse, l’esiguo spazio a disposizione per la costruzione dei vari uffici specialistici e la fretta di superare gli introiti delle cliniche concorrenti contribuivano alla creazione di obbrobri architettonici, che neanche Renzo Piano sotto ketamina, sui quali avremmo riso nei momenti meno concitati.

Non è Lupus

L’euforia della novità si spense presto nell’inspessirsi del mercato dei gestionali del decennio successivo, fra decine giochi con “theme” e “tycoon” nel titolo e cloni di ogni sorta.
Potevamo essere dio (con più di 16 colori), magnati dei trasporti, burberi villain gestori di dungeon, costruttori delle più grandi e pericolose montagne russe del mondo, dittatori di isole tropicali e persino proprietari di musei acquatici.
Presto gran parte del pubblico affascinato dall’esplosione di un genere si sarebbe ritrovato a murare vivi i personaggi di The Sims, in macabri esperimenti spinti dalla noia e dagli ultimi bricioli di curiosità.
Rigiocare oggi Theme Hospital significa rinunciare a tutte le comodità e le feature dei gestionali più recenti, trattenere i conati di fronte a risoluzioni che non si vedono più neanche sui tablet contraffatti made in china, prepararsi ad ore ed ore di perforanti musichette in midi. Ma anche rendere omaggio ad un gestionale realizzato con tutti i crismi, per capire quanto sia lontano anni luce dalle aberrazioni free to play che cercano di propinarci oggi. Che poi non sono neanche free.