Speciale Android AppBuilder

Google rivoluziona lo sviluppo su piattaforma mobile.

speciale Android AppBuilder
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La guerra fra Apple e Google si fa ogni giorno più spietata: non solo i rispettivi CEO si lanciano almeno un paio di frecciatine al giorno (come vi abbiamo ampiamente raccontato in questa puntata di Technologeek), ma sembra proprio che la battaglia si stia spostando sui servizi all’utenza. Ad oggi iPhone, con il suo AppStore, domina incontrastato tutto il settore, mentre i competitor non sono mai riusciti a capire che la mera innovazione tecnica non vale niente se non è supportata da un’adeguato contenuto software. Almeno fino all’entrata in scena di Google. Mischiando saggiamente Linux, le idee innovative di una startup acquisita nel 2005 e l’esperienza di Mountain View in fatto di rete e ottimizzazione delle infrastrutture, Android ha saputo portare nello stantio mercato degli smartphone una ventata di novità che ha messo decisamente in guardia Apple. Il sistema operativo made in Google era la prova lampante che era possibile (e per alcuni auspicabile) coniugare un modello di sviluppo Open Source con la stabilità e le funzioni richieste dai cellulari moderni, il tutto su una piattaforma perfettamente customizzabile e del tutto aperta alle esigenze sia degli sviluppatori che delle aziende produttrici dell’hardware. L’ultima versione di Android, la 2.2, soprannominata Froyo, è basta sul kernel 1.6.32 di Linux, integra il pieno supporto alla versione 10.1 di Flash e usa lo stesso motore di Chrome per renderizzare le pagine web e il Javascript; nei prossimi mesi, presumibilmente dopo l’estate, sarà disponibile Gingerbread, ennesimo aggiornamento che, oltre ad alcuni miglioramenti di secondo piano, dovrebbe portare sulla piattaforma un inedito music store firmato Google (un attacco diretto al core business di iTunes, dunque) e la possibilità di condividere in WiFi la musica presente nella libreria dei nostri computer di casa.

La novità di questi giorni tuttavia è un’altra, dopo aver molto lavorato sul suo SDK, Google ha lanciato un’inedita applicazione denominata AppInventor che, almeno secondo gli ingegneri di Mountain View, dovrebbe rappresentare un vero e proprio giro di boa nello sviluppo per piattaforme mobili. Sia xCode che l’ambiente per sviluppatori di Google, infatti, richiedono a chi li usa almeno delle basi minime di programmazione, la capacità di scrivere i C o in Cocoa (per quanto riguarda Apple), mentre le app più complesse integrano anche le ben note librerie grafiche OpenGL, motori fisici e tante altre caratteristiche che solo un professionista, o un vero appassionato, possono padroneggiare. Insomma, sotto le iconcine patinate e le tech demo sta un lavoro di coding pesante che non si può bypassare in alcun modo, per cui l’utente che vuole avvicinarsi al mondo delle applicazioni si trova davanti un muro che può essere abbattuto solo con tanto studio, dedicandosi in maniera piuttosto seria all’argomento. Questa caratteristica, comune a qualsiasi ambiente di sviluppo, pone un forte limite all’entrata di nuovi operatori nel settore e Google sembra voler fare in modo che ciò non accada: AppBuilder infatti altro non è che un’interfaccia grafica che permette di tradurre le idee degli utenti in applicazioni perfettamente funzionanti senza scrivere una sola riga di codice, secondo lo schema del WYSIWYG (What you see is what you get, quello che vedi è quello che ottieni), semplicemente disegnando l’applicazione e la relativa interfaccia grafica così come scriveremmo un documento su Word. Ambizioso direte voi, e infatti in queste ore di beta privata sono già emersi alcune perplessità. Prima di tutto AppInventor non è un verso software ma una WebApp che funziona solo con il proprio account Google attivo e si interfaccia con il computer dello “sviluppatore” solo per caricare alcuni plug - in che, ad oggi, non è chiarissimo se saranno resi disponibili solo da Google o se, anche questi, saranno totalmente open. La seconda perplessità riguarda il fatto che il programma non salva i progetti sotto forma di codice (eseguibile o non eseguibile) ma in un suo formato proprietario, naturalmente non compatibile con qualsiasi altro ambiente di sviluppo Java o C. Chi ha avuto accesso alla beta ha commentato dicendo che il progetto somiglia molto all’Open Blocks Java Library, una ricerca didattica del MIT Media Lab che cercava nuovi metodi per insegnare l’informatica nelle scuole; se Google dovesse avere successo è innegabile che l’impatto sul mercato sarebbe enorme, il numero degli sviluppatori crescerebbe a dismisura, così come l’interesse suscitato dalla piattaforma Android verso tutti i geek wannabe che popolano la rete. Le perplessità comunque restano, dato che non sono ancora chiari né i limiti del software né se le app sviluppate con questa piattaforma saranno vendibili sullo store esattamente come quelle “normali”.

In ogni caso Google, almeno dal punto di vista dell’immagine, ha segnato un bel punto contando poi che secondo alcune stime di Nielsen entro un anno l’80% degli accessi a internet (e quindi la maggioranza degli introiti pubblicitari) avverranno da dispositivi mobili è chiaro che nessuno ha intenzione di rimanere indietro.

Android AppBuilder si ripromette di cambiare totalmente le regole di sviluppo su piattaforma Android. In quello che sembra sempre più un attacco diretto alla concorrenza made in Cupertino, Google vuole aprire anche ai non professionisti le gioie dello sviluppo, con un sistema Web based dall'interfaccia accattivante e snella. Resta da vedere quali saranno le limitazioni di questo progetto, così come l'effettivo appeal sulla comunità Android.