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Speciale De Satyra Eye Vol. 1

Inchiesta sull'umorismo all'interno dei videogiochi

Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Può svilupparsi allo stato attuale un consapevole umorismo sui videogiochi?
Domanda azzardata si direbbe, ma una risposta se la merita senz'altro. Se è vero (come è vero) che i videogiochi sono prima di tutto intrattenimento, ebbene non si vuole certo chiudere la porta di fronte a un bambinetto tanto caruccio, che di nome fa ironia. Ironia nell'esagerare le animazioni, nell'elevare l'ordinario a caricatura. Le avventure mariesche sono i campioni di questa disciplina: esseri antropomorfi o animaleschi si arrabattano in mondi trasognati, tirano le proprie espressioni facciali in buffe smorfie.
Più in là si cita espressamente la comicità, la deliberata situazione al limite, la battuta sguaiata dal simpaticone di turno. E' l'umorismo tipico delle avventure grafiche della Lucas Arts del suo gusto per il paradosso e per i pasticci narrativi, o il riso da american comedy sfoderato da Brutal Legend, guarda a caso proprio di Tim Shafer, paparino di Grim Fandango. Quest'ultimo filone è alla ricerca di inediti sbocchi nella game industry e chiede a gran voce uno spazio tutto suo nel panorama delle sceneggiature videoludiche. Se ne è parlato alla Game Developer Conference 2010 nel corso di una tavola rotonda tra Shafer, Rhianna Pratchett (responsabile della serie Overlord) e Sean Vanaman di Talltales Studio e di Tales of Monkey Island in particolare. La presenza del corpulento presidente di Doublefine ha infarcito di battute e siparietti la conferenza, sviandola dalla seria trattazione e quindi da risoluzioni vincolanti per i diretti interessati. Poco male, una soluzione condivisa la si troverà sul campo più avanti.
Al livello sommo si colloca la satira di respiro videoludico. Se sulla satira in chiave politica o sociale circolano svariate interpretazioni, spesso dettate da posizioni di comodo, quella videoludica è un campo totalmente fumoso.
Fare satira vuol dire castigare i costumi con il riso, secondo la nota frase del latinista Jean de Santeul: un che di crudele, di politicamente scorretto, dettata dall'indignazione, la musa ispiratrice del poeta Giovenale. C'è in ogni satira degna di tale nome un dato cronachistico, di contemplazione della realtà che ci circonda, di svelamento della maschera pirandelliana che tutti noi portiamo.
Simili discorsi i nostri amati bit raramente li hanno toccati e motivo di tale serie d'articoli è anche quello di indagare sulle molteplici facce dell'intrattenimento videoludico, distinguendo cosa è satira e cosa è semplicemente parodia.
Una definizione non l'abbiamo, pensiamo soltanto che esistano timide affermazioni videoludiche che vogliono con la forza di una risata riformare alcuni elementi assodati del gioco digitale. E così credono anche gli illustri personaggi da noi intervistati, che muovendosi sul web ironizzano su videogiochi e videogiocatori: un modo tutto peculiare di manifestare attivamente la propria passione.
Se tali chiacchierate occuperanno le nostre pagine nelle settimane a seguire, l'occasione odierna ci permette di fornire accurate basi alle ghignate che Mario e soci sono in grado di regalare.

De Satyra Eye

Si direbbe in questi casi, dall'acclamato successo di De Re Ludica, rubrica mensile nonchè primogenito di chi scrive, sorge un nuovo ciclo di articoli. Pensato inizialmente per il consueto appuntamento, il materiale raccolto nonchè le declinazioni di riflessione erano talmente ampie da richiedere uno spazio tutto loro. E poi diciamocelo, quante volte ci si sofferma sul fatto che i videogiochi facciano o meno ridere? Debbano o meno far ridere?
Le risposte, a cominciare da oggi e nelle successive tre settimane, grazie ad una serie di faccia a faccia con chi a suo tempo queste domande se le è già poste.

L'irriverente scoiattolo e l'idraulico fifone

Uno scoiattolino dall'eminente dentatura. Forse troppo copia di Banjo, ma certo nessuno s'aspettava volgarità e flatulenze assortite dal suo debutto su Nintendo 64. Questo è Conker's Bad Fur Day e ancora di più la sua edizione director's cut Live and Reloaded. La perla Rare non andava troppo per il sottile e si accaniva contro la morbosità fanciullesca dispiegata con ostinazione dai vertici di Nintendo per la sua macchina a 64 bit: un'opera realizzata con grande professionalità, abbatteva buona parte dei preconcetti sulla architettura hardware della console, ebbe l'ardore di fare dell'umorismo sul Principale, sulla mascotte del Principale, finanche sulle proprie proposte precedenti.
Ecco il pessimo giorno peloso (che poi è un raffinato rimando all'espressione Bad Fucking Day, "giornata di m...") di Conker, un affresco anti-perbenista, una presa di posizione non tramite ingessate dichiarazioni o velate frecciatine, ma attraverso lo strumento principale a disposizione della software house.
Questo è più o meno quello che intendiamo per satira videoludica: ci si serve di un videogioco per fare del sarcasmo sul videogioco, in generale o su una serie specifica oppure un concetto di gameplay.
Ironia della sorte: appena pochi anni dopo Conker di Rare è Nintendo stessa ad uscirsene con Luigi's Mansion al lancio del Gamecube.
Luigi, il fratello spilungone di Mario, è un fifone di razza. Cosa ci sarà mai di tanto spaventoso all'interno di una casa infestata da fantasmi? Si aggira alla ricerca di ectoplasmi con in spalla un derivato d'aspirapolvere, braccio armato di uno strambo inventore. E' significativo il fatto che il debutto come protagonista dell'idraulico in verde sia all'interno di una elegante parodia di Resident Evil, di quelle legnose meccaniche che dovrebbero creare angoscia e invece impensieriscono soltanto quell'ingenuo che s'aggiudica una magione d'epoca senza aver preso parte ad alcun concorso. Tende che sventolano, luci che s'accendono e si spengono, musiche ossessive, porte che scricchiolano, stoviglie che svolazzano. Non manca niente dei clichè del più vago setting orrorifico. Per cosa poi? Per uno spettro che si doccia intonando un'aria lirica?
Il risultato è un gioco geniale, un compendio della maestria di Nintendo nel rinnovare le proprie saghe e anche il proprio approccio al gameplay. E diciamo pure una rivalsa nei confronti di Rare...

La giungla parlamentare e l'astro decadente

Per quanto all'attuale generazione manchi un titolo del calibro di Conker, alcuni sviluppatori minori si sono cimentati in avvincenti satire all'indirizzo dei videogiochi. E' il caso di Hail to the Chimp di Wideload Games, uscito nel 2008 su Xbox 360 e Playstation 3: inscena delle elezioni presidenziali all'interno del variegato mondo animale. Si tratta quindi di arringare gli elettori per farsi eleggere come Presidente del Regno Animale, in sostituzione allo scranno vacante dopo le dimissioni rassegnate dal leone. Il gameplay non è eccelso, mischia elementi da party game con un picchiaduro multiplayer sulla falsariga di Powerstone, ma l'idea di scandagliare le nevrosi da campagna elettorale (umana) e farle impersonare ad esseri che di democrazia, ballottaggio e convention non hanno mai sentito parlare è a suo modo geniale. Tra duelli all'ultima scheda e strilli sulle prime pagine dei giornali, i ragazzi di Wideload se la prendevano proprio con il duro confronto tra Democratici e Repubblicani che ha tenuto banco negli Stati Uniti per tutto il 2008, fino all'ingresso nello Studio Ovale di Barack Obama.
Eat Lead: The Return of Matt Hazard di Vicius Cycle, uscito nel 2009, invece, non si fa troppi scrupoli nel trovare idee originali. Pensa a un TPS pericolosamente simile a Gears of War, sia nell'impatto grafico che nell'insistere sulle coperture, ma lo fa perchè la grande icona degli sparatutto 8 bit, Matt Hazard, è in crisi e ha un disperato bisogno di rivedere le luci delle fiere che contano, di portarsi a casa il Game of the Year e di riconquistare i fan storici. Dopo autentici battistrada dello scrolling orizzontale, la sua buona stella ha smesso di brillare a causa di un'esasperata vita mondana del protagonista, in parte per via di sequel poco ispirati: pasticcioni nel traghettare le meccaniche in ambiente tridimensionale, irrispettosi nel cercare nuovi target con spin off assurdi (un gioco di kart con corridori super-deformed??).
Non affannatevi nel cercare il personaggio di Matt Hazard in annebbiate memorie di vent'anni fa, perchè quei burloni di Vicius Cycle si sono inventati tutto e il ritorno del macho col fucile è invece un autentico debutto. Sulla somiglianza avevamo ragione e infatti il titolo non convince sul piano del gameplay, ma si attira il merito di ridere sopra gran parte dei tic dei videogiochi moderni, dagli zombie game agli acerrimi western, passando per emo-friendly JRPG. Una satira tout court sulla storia del videogioco e sui tipacci che ruotano attorno all'industria, da fantomatici manager a game designer rockstar. C'è, però, un titolo in particolare che Eat Lead si diverte a bersagliare, nient'altro che Duke Nukem: dal Duka estrapola un gusto per l'umorismo caustico, nonché la decadenza in termini di qualità, successiva al massiccio sfruttamento della licenza. E guarda un po', a distanza di una decina d'anni anche lo sparatutto di 3D Realms sta per tornare, riesumato dall'ambiziosa Gearbox. Quando una risata insegna...

Bill Gates, facce ride!

Non solo gli sviluppatori, però, hanno il diritto a fare dell'umorismo all'indirizzo delle produzioni dei propri colleghi. Esistono altre categorie che hanno tutto l'interesse a manifestare il proprio acume satirico all'indirizzo dei videogiochi più chiacchierati.
A cominciare dall'other side, la critica specializzata, la quale spesso da origine a curiosi siparietti comici. E' il caso di un blog come Kotaku, capace di accostare a puntuali recensioni condotte secondo inusuali criteri, curiosi fun facts e notizie di giochi e giocatori. Oppure della fanzine online Penny Arcade, dove tutto iniziò con vignette settimanali sulle abitudini degli hardcore gamer e ora gli store online vendono l'avventura grafica a episodi Penny Arcade Adventures, mentre ogni sei mesi viene organizzato il Penny Arcade Expo, una delle fiere più attese dai videogiocatori statunitensi, basti pensare che all'edizione di inizio Settembre fu presentato il Duke Nukem Forever di Gearbox.
Anche Everyeye pur tenendo a presentare ogni dì un'analisi professionale sui videogiochi in arrivo o sugli scaffali, piace ogni tanto sdrammatizzare e fare del sarcasmo sul nostro amato passatempo. Sono pur sempre giochi, che diamine!
L'accettazione di un principio di sorriso nel dialogare con chicchesia in merito alle più recenti esperienze videoludiche è propedeutica all'affermazione del medium in questione come parametro culturale-popolare, capace di avere un attaccamento universale e non circoscritto a ben determinate fasce d'utenza, quindi ghettizzate dalla massa distante. Ma tale status di difficile raggiungimento è premessa o conseguenza?
Forse può valere a titolo d'esempio un episodio accaduto il Maggio scorso quando Sony ha riunito la stampa in un noto locale milanese per lanciare il sistema di download a pagamento di pellicole cinematografiche via Playstation Store. Lungi dall'essere stato un ensemble di menti del MIT, la prevalenza di testate generaliste giustificava in larga parte il taglio informale e mondano della serata.
A presentazione avvenuta due comici hanno intrattenuto la platea con una serie di sketch intenti a parodiare le major videoludiche e i loro modi di presentare le novità tecnologiche per le proprie console. Ad esempio che ne direste di una Playstation 5 (la 4 sa di vecchio già tutt'ora...) venduta al lancio in tre versioni, faggio, noce e pioppo, in linea con la linea di mobili scelti per il proprio salotto? Tutti i tre modelli, differenze di costo a parte, avrebbero in comune la feature di prendere immediatamente fuoco se avvicinati a una fiammella.
Passiamo oltre: tra i software futuri noti sviluppatori sono in procinto di lanciare sul mercato un nuovo tipo di simulatore di volo, capace di scrivere e grassettare la parola fine degli ormai vecchi Flight Simulator, Ace Combat, ecc...
La nuove frontiera delle esperienze a diecimila metri da terra vi mette nei panni di un passeggero in attesa di imbarcarsi per un viaggio intercontinentale: si comincia con la coda al check in, si prosegue con il grassone che ronfa accanto a noi una volta decollati e si finisce col dialogare insieme al funzionario aeroportuale di Mogadiscio su dove siano finiti quei meravigliosi calzini a tema Mickey Mouse così accuratamente infilati in valigia poco prima di dirigersi verso l'aereoporto.
Non si tratta certo di perle di comicità paragonabili a quelle che il nostro attuale Presidente del Consiglio è solito raccontare, ma è a suo modo significativo come entrambe le storielle siano talmente banali da apparir divertenti anche per chi di videogiochi proprio non ne vuole sapere. L'affannosa rincorsa tecnologica da un lato, la pateticità di un'offerta videoludica prettamente statica dall'altro, sono situazioni capaci di divertire in maniera pressochè universale.

De Satyra Eye Ci lasciamo alle spalle un lungo discorso che da sommarie distinzioni delle tipologie umoristiche le ha poi applicate all'interno delle produzioni videoludiche, per trarre infine le prime conclusioni su quali attori si divertono a mettere i videogiochi in parodia. La discussione proseguirà la prossima settimana, quando avremo di fronte a noi un genovese che fa parlare tra loro, come fossero marionette, Wii, Xbox 360 e Playstation 3.