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Speciale Far Cry 4

Quanto è reale il Kyrat? Intervista all'Esploratore Davide Peluzzi

speciale Far Cry 4
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One

Far Cry 4 è un videogame eccessivo e iperbolico, talvolta favoloso quando ci immerge nella realtà fantastica di Shangri-la. Tuttavia la violenza che anima di conflitti sanguinari i panorami ancestrali delle valli e delle vette himalayane del fittizio Kirat è così irreale?
Una superficie esotica dove ambientare un avventuroso e appassionante sparatutto in prima persona?
Non è così poiché c’è molta realtà nell’opera di Ubisoft, e non solo perché un team dei suoi sviluppatori ha viaggiato a lungo per le zone che hanno ispirato l’ambiente di gioco.
Durante l’evento di lancio di Far Cry 4, organizzato in un locale dal fascino orientale alla periferia di Milano, è intervenuto Davide Peluzzi, esploratore e presidente della Explora Nunaat International, un uomo che l’Himalaya e il Nepal li conosce con rara profondità.
Io, da esploratore virtuale del grande niente elettronico, gli ho fatto qualche domanda.

Davide Peluzzi, Esploratore

In Far Cry 4 è presente una fauna molto ricca e diversificata, la trovi coerente con l’ecosistema himalyano o è solo sfruttata per fini ludici e spettacolari?
Il Nepal è come l’India e ne condivide la fauna. Se pensiamo al Parco Reale di Sukla vi troviamo ad esempio elefanti e tigri... Vedo il videogioco come qualcosa di realista e in esso c’è persino lo yak, l’animale simbolo dell’Himalaya che è quello che dona, in maniera considerata quasi mitologica, la sopravvivenza al popolo. Tutto è prezioso dello yak, compreso lo sterco che viene utilizzato come combustibile per il fuoco e addirittura come “malta” per chiudere i buchi tra una pietra e l’altra di quelle che costruiscono i muri delle abitazione. Immagina l’importanza dello sterco, qui in occidente sembrerebbe una cosa folle! Mentre in Himalaya le ragazze ventenni hanno il compito di raccogliere lo sterco di yak tra le valli e i pendii.

Ma tu hai mai videogiocato?
No, mai. Quando ho visto Far Cry 4 ho riflettuto, chiedendomi meravigliato cosa fosse e quale potesse essere la sua finalità. Poi ho compreso che c’erano molte similitudini con la vita quotidiana dell’Himalaya e qualcuna di queste non è stata neppure tanto raccontata dagli altri media. Quelle zone non sono solo montagne dove alpinisti e esploratori compiono le loro imprese ma terre in fermento che contemplano una realtà di guerre civili feroci, faide e violenza. Spari ed esplosioni erano all’ordine del giorno, soprattutto attorno ai primi anni del nuovo secolo, quando dopo l’efferata strage della famiglia reale, attribuita alla follia del suicida fratello Dipendra, Gyanendra divenne il re.
Nel 2005 il re sciolse il governo con una drastica scelta dittatoriale e ci furono pesanti reazioni da parte di rivoltosi considerati come ribelli maoisti. Viaggiai in Nepal durante quel periodo e una volta fummo bloccati con il nostro mezzo di trasporto dall’esercito a causa della pericolosa presenza di ordigni.

Chi videogioca è abituato a trascorrere tra più realtà, anche se virtuali. C’è mai stato un momento in cui hai realizzato, viaggiando per zone inesplorate, di essere andato oltre il mondo?
Nei luoghi estremi che possono essere i deserti, i mari, le montagne ciò che ti spinge e sostiene è andare verso l’incognito ma ciò che ci ancora alla realtà è la conservazione della propria vita. Quando si arriva oltre i limiti nella propria mente si alimentano strani pensieri e il primo, e più bello tra questi, è: ma cosa ci faccio qui? E a questo punto che bisogna utilizzare tutte le risorse fisiche e intellettuali per potere sopravvivere. Ricordo di essermi trovato in mezzo ad una bufera o solo sulla montagna, con accanto un amico morto. Sono questi i momenti in cui è fondamentale il dialogo tra te stesso e l’ambiente. Parli con la roccia, con la neve, con la tempesta e con l’amico che giace morto e in quel momento qualcosa cambia nello spirito. Ora che sono qui, seduto a parlare attorno ad un tavolo, sono un’altra persona rispetto a quella che sono lassù. Vorrei citare Nietzsche quando scrive che dall’alto della montagna, sulla vetta, si ride degli eventi umani più tragici o faceti. E’ vero lassù si ride di tante cose inutili, mentre bisogna portare a casa la cosa più preziosa: la vita. Quindi la natura estrema mi riporta alla realtà più che la vita quotidiana, durante la quale ci fabbrichiamo tanti “falsi” problemi.

Ma quando scendi dalla vetta di Nietzsche, dalla quale ogni tragedia diventa una commedia, non è impossibile restare indifferenti di fronte all’esistenza, spesso sofferta, dei popoli che abitano quelle zone?
Ogni forma di vita, quando torni da luoghi remoti, è importante. Ricordo che anni fa, dopo una lunga traversata su un grande ghiacciaio artico, infine ritornai in terre meno estreme. Dopo giorni e giorni di nuda roccia, ma soprattutto di ghiaccio, vidi un filo d’erba.
Lo accarezzai. Lo ritenni prezioso. Qualcosa di unico.
Per quello che riguarda invece i rapporti umani e sociali con popoli da noi culturalmente così distanti, all’inizio si vorrebbe fare davvero tanto ma poi si nasce un sentimento di impotenza a causa di un vero e proprio conflitto di civiltà.
Come si possono cambiare millenni di storia orientale, dalla presunta altezza della nostra civiltà occidentale? Noi non saremmo nulla, meno di quel filo d’erba se avessimo questa ambizione. L’unica cosa è tentare un dialogo con le persone e capire, soprattutto, se queste persone vogliono dialogare con te.
Solo da questo può nascere una bella fratellanza, nel vero senso della parola.
In Nepal mi è capitato di aiutare persone con gravi problemi, poiché erano cadute e avevano fratture e ferite. Io e il mio gruppo abbiamo ricucito, curato e disinfettato queste persone con operazioni svolte in un ambiente davvero ostico. Avere dei punti di sutura in Himalaya non è una cosa scontata. Ferirsi su quelle montagne può essere letale. Una volta abbiamo curato una persona che si era ferita al viso, con settanta punti...
Bisogna tentare di fare qualcosa, anche di minimo, cercando di capire quale siano le reali necessità delle persone. O al limite rimanere in silenzio e salutarsi, con un sorriso.

Sogni ancora irrealizzati da esploratore?
Ogni giorno c’è un sogno. Ognuno li ha. Vivere è dare continuità a dei sogni e a delle idee. In questi ultimi anni ci stiamo recando in Himalaya e questa è così sconfinata e ancora così sconosciuta.
E’ vero che molti ghiacciai nel mondo si stanno ritirando ma non ovunque e da qualche parte si stanno addirittura espandendo. Secondo le ultime stime in Himalaya esistono ventimila ghiacciai e la scienza ne sta studiando quindici. Quindici su ventimila... C’è tantissimo da fare. Dalle montagne senza nome, alla Groenlandia, all’Antartide.
Non ho esperienze sottomarine ma del fondo degli abissi abbiamo esplorato solo una parte minima, forse il cinque per cento.

Chi o cosa ha alimentato in te la volontà di esplorare?
Le imprese dei grandi esploratori, come Maurice Herzog che ha conquistato l’Annapurna negli anni cinquanta. Il desiderio di scoprire è implicito nell’uomo, basta pensare al mito di Ulisse. O agli Argonauti! Conoscenza.
Io sono nato in montagna, a Nerito, un piccolo paese ai piedi del Gran Sasso. Da bambino pensavo che tutta la montagna fosse mia. Non mia come se fosse una proprietà, ma in maniera assai simile a quella degli inuit della Groenlandia. Nel 2006 mi trovai in un villaggio inuit e vidi che i bambini, dopo avere giocato, lasciavano i loro giocattoli in giro. Chiesi ad un anziano perché facessero così e mi spiegò che in quel modo, quando fosse passato, un altro bambino ci avrebbe potuto giocare.
Pura condivisione, un concetto fantastico che da noi è più che raro.

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