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Far Cry Primal - Il Mesolitico

Durante la recente presentazione tenutasi a Milano abbiamo avuto modo di scoprire qualcosa di più sul Mesolitico, il periodo "di mezzo" in cui è ambientato il gioco: un'epoca in cui l'uomo si dedicava principalmente alla caccia e alla raccolta.

speciale Far Cry Primal - Il Mesolitico
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Andrea Porta Andrea Porta è un fanatico, divoratore (e occasionalmente critico) di videogame, serie TV, cinema, letteratura sci-fi e fantasy, progressive rock, comics, birre belga, rolling tobacco e molto altro ancora. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Uno degli elementi che più ci ha colpito della recente presentazione dedicata a Far Cry Primal è senza dubbio il buon lavoro di ambientazione svolto da Ubisoft: come anticipato nel nostro provato, gli sviluppatori propongono ancora una volta il loro ben collaudato mix tra ricostruzione storica e pura fantasia, offrendo un setting credibile eppure ammantato di "magia", mistero e avventura. Chiaramente, trattandosi questa volta del periodo preistorico, i dati a disposizione su cui lavorare erano meno precisi rispetto a quelli disponibili per epoche più recenti, sebbene vi siano un gran numero di studiosi che ancora scavano nelle origini dell'umanità, continuando a scoprire dati interessanti. Proprio ad alcuni di questi si è rivolta Ubisoft, cercando di ricreare in maniera più fedele possibile fauna, flora, organizzazione delle tribù e vita quotidiana, fatta soprattutto di caccia, raccolta e strenui tentativi di sopravvivere alle avversità naturali. Grazie all'intervento di uno specialista nel campo, Alfio Tomaselli, abbiamo avuto modo di scoprire qualcosa di più sul Mesolitico (8000 a.C.), ossia l'era preistorica in cui si ambientano le avventure del cacciatore Takkar.

L'età di mezzo

Se già oggi è difficile immaginare un mondo senza Facebook, Youtube e smartphone, provare a pensare all'assenza di convenzioni sociali, governi, conoscenze mediche, infrastrutture e molte altre cose che diamo per scontate ogni giorno è davvero arduo. Il Mesolitico prende il suo nome dal collocarsi esattamente a metà della cosiddetta Età della Pietra, tra il Paleolitico (caratterizzato dalla fondamentale scoperta del fuoco) e il Neolitico (contraddistinto dalla scoperta dell'agricoltura). Ancora privi delle coltivazioni, dobbiamo immaginare piccoli villaggi fatti di rudimentali capanne di frasche, e una vita quotidiana basata quasi esclusivamente sulla necessità di nutrirsi e difendersi dalle minacce esterne. Si pensa in piccolo insomma, e ogni giornata è fatta di attività di caccia e raccolta, fondamentali per assicurare ai villaggi il minimo indispensabile per resistere. Va da sé che quella del cacciatore è la "professione" più importante, e le conoscenze che la contraddistinguono vengono tramandate e continuamente arricchite. Tra queste c'è la capacità di seguire le tracce, rappresentata in diversi graffiti risalenti all'epoca, la necessità di muoversi in gruppi e coordinarsi per puntare alle bestie più grosse, e l'abilità nel riconoscere e raccogliere piante e materiali utili alla rudimentale medicina e alla costruzione degli attrezzi di base. Se nel Paleolitico la lavorazione della pietra aveva fatto i suoi primi, timidi passi, nel Mesolitico il cacciatore è già un artigiano piuttosto efficiente, almeno per quanto riguarda strumenti piccoli e di immediato utilizzo.

Alfio Tomaselli, direttore del sito Archeologia Sperimentale e esperto in tecnologie preistoriche, ha provato a raccontarci la "giornata tipo" di un cacciatore dell'epoca, che comincia con la più banale delle osservazioni, ossia quella del cielo alla mattina, più che sufficiente per applicare alcuni principi di "meteorologia preistorica" e, salvo brutte sorprese, cercare di capire se il clima è buono per la caccia oppure no. Una giornata di pioggia intensa, ad esempio, potrebbe cancellare tutte le tracce lasciate dagli animali, e rendere le ricerche molto più difficoltose. Nel caso il clima sia adatto, la battuta di caccia può cominciare da soli o in compagnia, anche a seconda degli obbiettivi, si tratti di animali di piccola taglia o bestie più voluminose. Comincia quindi la battuta dei terreni ormai ben conosciuti (si presuppone che il cacciatore faccia parte di un villaggio che risiede nella zona) combinata alla raccolta di tutto quello che può servire lungo il cammino. Anche il tragitto diventa dunque un momento produttivo, durante il quale il nostro cacciatore preistorico non si fa sfuggire piante e funghi utili, oppure pezzi di legno e di pietra che successivamente potranno essere trasformati in armi e utensili. Infine si arriva alla scoperta delle prime tracce, allo studio dell'eventuale branco di animali, e all'elaborazione di una "strategia" per individuare le bestie più deboli e isolate al fine di ottenere il massimo risultato minimizzando i rischi, che rimangono comunque molto elevati. Quanto alla dotazione di armi necessarie alla caccia, il nostro uomo del Mesolitico non è poi così sprovveduto: ricostruzioni legate a resti rinvenuti e allo studio degli utilissimi graffiti lasciati nelle caverne ci permettono di sapere che l'uomo era già in grado di costruire rudimentali accette e coltelli con lama in pietra di selce, e soprattutto i primi archi. Lo stesso Tomaselli ci ha mostrato brevemente come la lavorazione della selce possa avvenire in pochi minuti, sebbene la manualità necessaria a ottenere un lato della pietra sufficientemente sottile da prestarsi successivamente al taglio sia chiaramente acquisibile solo dopo un certo periodo di apprendimento.

Tra le dimostrazioni c'è stata anche quella dell'accensione del fuoco, sebbene con un metodo diverso rispetto ai "legnetti" che solitamente associamo al periodo preistorico. Per quanto quella (lentissima) tecnica ancora esistesse, nel Mesolitico l'uomo aveva già scoperto la cosiddetta "pietra focaia" (solitamente pirite) con la quale produrre scintille destinate a incendiare un fungo legnoso, il Fomes Fomentarius, che veniva raccolto dalla base dei tronchi degli alberi e successivamente fatto essiccare. Questo procedimento produceva un sorta di lanugine ottima per la combustione: come dimostrato dal vivo da Tomaselli, poche scintille dalla pietra focaia sono sufficienti a generare una piccola brace, la quale successivamente veniva raccolta a inserita all'interno di piccoli mucchi di erba essiccata, per aggiungere infine la legna. Quanto alla produzione delle armi, la più complessa era naturalmente rappresentata dall'arco: per quanto le tecniche produttive fossero ancora molto arretrate, e si ricavasse il corpo da un unico pezzo di legno (con conseguente e progressiva perdita di elasticità, fino alla rottura), la produzione delle frecce era invece già piuttosto avanzata.

Negli esemplari rivenuti in Spagna si notano già punte prodotte in osso e molto affilate. Anche lance, accette e coltelli si evolvono in fretta, con una lavorazione sempre più raffinata delle impugnature in legno, e un miglioramento dei fissaggi della lama. Chiaramente, la preistoria rappresentata in Far Cry Primal presenterà un gran numero di elementi di fantasia, come l'addomesticamento delle bestie: nel Mesolitico, abbiamo certezza che l'uomo avesse già appreso la possibilità di addomesticare i cani, e, perlomeno in Asia, si riscontrano i primi esempi di allevamento di capre e pecore, ma nulla di nemmeno lontanamente vicino a quanto vederemo nel gioco. Eppure, il lavoro di Ubisoft presenterà anche diversi elementi di fedele ricostruzione storica, e addirittura una lingua "protoindoeuropea" creata appositamente per il gioco da esperti linguisti preistorici. Un ottimo modo, insomma, per incuriosirsi relativamente all'Eta della Pietra: i mezzi per approfondire su internet e in libreria certo non mancano.

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