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Alessandro Bruni si cimenta in una speciale Suicide Run!

Gioco e Videogioco

Che cosa è un gioco? Quali sono le sue caratteristiche peculiari e uniche? Quando è stato inventato? Che cosa cambia in un video-gioco? Si può video-giocare a livello professionale?

speciale Gioco e Videogioco
Articolo a cura di
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Vi siete mai chiesti cosa rende tale un gioco? Quali possano essere le caratteristiche tali da individuare un momento dove si gioca rispetto a quando si lavora? Perché sopratutto sentiamo l'istinto di giocare e sopratutto noi di Everyeye sentiamo di metterci davanti ad uno schermo (il televisore, lo smartphone, il visore per la Realtà Virtuale) ed abbandonarci al (video)gioco? Ma sopratutto, chi gioca per lavoro può dirsi ancora un giocatore oppure è qualcosa di diverso?
In questo speciale riprenderemo un lungo dibattito filosofico che ha tenuto banco dalla fine della Prima Guerra Mondiale sino ai giorni nostri, è estremamente affascinante ed aiuta a decodificare un'attività che il sentire comune la associa al perdere tempo dei bambini, quando in realtà sono sopratutto gli adulti a tenerla in grande considerazione; quando ad esempio si alzano presto la domenica per andare a correre o a pesca, mentre il pomeriggio si recano allo stadio o seguono la Formula 1 in TV.

Il gioco degli uomini e degli animali

Nel 1933 Johan Huizinga inaugurava l'anno accademico all'Università di Leida con queste parole: "Da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco".
La sua tesi, in breve, era che prima ancora di inventare la scrittura, battere moneta ed organizzarsi in fazioni, l'uomo giocasse. E molto. Giocava sopratutto nella sfera del sacro, rappresentando l'ancestrale sfida tra giorno e notte come una partita a scacchi (Antico Egitto), un antenato del calcio (la pelota Maya), un'altalena che dondola (nell'India verica). "Il gioco - continua Huizinga - è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza

Cosa leggere?

L'argomento vi affascina? Avete divorato tutti i gialli di Deaver e cercate qualcos'altro da leggere in spiaggia quest'Estate? Avete deciso di scrivere come il sottoscritto una tesi di laurea sui videogiochi?
Qualunque sia il motivo di interesse, vi consiglio questi libricini:
* Huizinga, J. (1946), Homo ludens, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino
* Caillois, R. (1967), I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Nuovo Portico Bompiani, Milano
* Dal Lago, A., e Rovatti, P. A. (1993), Per gioco. Piccolo manuale dell'esperienza ludica , Minima, Raffaello Cortina Editore, Milano
* Lehdonvirta, V. (2005), Real-Money Trade of Virtual Assets: Ten Different User Perceptions , Helsinki Institute for Information Technology HIIT

umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare. Anzi si può affermare senz'altro che la civiltà umana non ha aggiunto al concetto stesso di gioco alcuna caratteristica essenziale. Gli animali giocano proprio come gli uomini".
Ed è proprio così. Gli animali domestici e selvatici giocano in continuazione: vediamo i gatti di casa nostra come i felini della savana rincorrersi e graffiarsi senza alcun obiettivo utile, animali come il pavone, il pettirosso ed altri animali giocano con i vistosi particolari del proprio corpo solo per conquistare le partner. Anche il gibbone gioca per il solo gusto di divertirsi quando curva un ramo sotto il suo peso finché quello non lo proietta in aria: egli, annota Caillois, altro grande studioso del gioco, ripete "all'infinito questo esercizio inutile e inesplicabile se non per l'intimo piacere che ne ricava".

Il gioco dei bambini e degli adulti

In poche parole, il gioco non è un fatto razionale, ma un istinto a tutti gli effetti che si manifesta in maniera innata tanto negli animali quanto nell'uomo. A seconda delle diverse età ed anche delle epoche il gioco si manifesta in maniera differente: spesso i giochi dei bambini sono versioni innocue o in miniatura degli strumenti dei grandi, vedi ad esempio le cucine giocattolo oppure le armi con il becco arancione. Gli adulti d'altro canto giocano quando si iscrivono ai corsi di Master Cooking per scoprire nuove ricette oppure quando si ritrovano con gli amici per una partita a Paintball o Soft Air. I bambini giocano per prepararsi al mondo degli adulti, mentre gli adulti giocano o per meglio dire praticano degli hobby per evadere dalla routine lavorativa.
La cultura del gioco ha naturalmente anche un'evoluzione. Spesso oggetti molto importanti, cruciali e anche temuti di un epoca diventano balocchi innocui nell'epoca successiva: i nostri genitori, sotto lo spettro di una guerra nucleare, allineavano in maniera ordinata i soldatini napoleonici, mentre noi oggi riempiamo le mensole di Panzer e Messerschmitt nazisti che prima ci facevano molta paura mentre ora non più. Ci sarebbe anche da dire che mentre i nostri eserciti oggigiorno impiegano i droni per colpire obiettivi minuziosi in Medio Oriente, noi li trasciniamo in montagna per riprendere il panorama dall'alto.
Giochiamo tutti, in modi differenti, ma anche la persona più seria ed impostata ogni tanto si lascia andare ad attività ludiche. Non c'è insomma un'età o una condizione sociale per dirsi fuori dai giochi. E questo vale per ogni epoca storica: si dice che la trottola nacque come oggetto sacro, come ad esempio l'ebraico Dreidel che ha 4 facce come la nazioni che conquistarono Israele nell'età antica, mentre oggi è un balocco come un altro, divenuto mainstream e trasversale con i Beyblade.

Pagati per giocare

C'è chi fa del gioco e dello sport la sua professione. Calciatori, tennisti, velisti, ma anche designer di giochi (da tavolo, videogiochi, parole crociate, action figure), redazioni che parlano delle partite della domenica oppure provano e recensiscono videogiochi in anteprima. Essi giocano ancora, oppure nel momento in cui fanno del proprio passatempo e della propria passione una professione il loro non è più gioco?
Il dibattito è aperto: qualcuno può dire che i professionisti giocano comunque ma ad un livello di abilità e serietà ben maggiore dei "ciclisti della domenica", mentre qualcun altro può sostenere che chi decide di giocare per lavoro è soltanto una minoranza, una categoria a sé, per altro poco numerosa (?).
Huizinga e Caillois, pur vivendo in un'epoca in cui lo sport cominciava ad essere valorizzato anche se erano comunque pochi gli sportivi a tempo pieno, sembrano essere di quest'ultima opinione. Per loro il gioco è un'attività disimpegnata e svolta senza alcun utile da conseguire; nel momento in cui si gioca d'azzardo, si obbliga al gioco (Sky impone le partite di Serie A la Domenica all'ora di pranzo) o lo si contamina con la realtà (i soldi, la politica, gli sponsor), il gioco non è più tale.
Per i due un gioco per essere veramente tale deve essere:
- libero e volontario: svolto per piacere e senza costrizione. Un gioco è veramente tale se i giocatori in qualsiasi momento possono sottrarsi da esso;
- separato dal reale: svolto nel cosiddetto "cerchio magico", uno spazio reale o virtuale che non appartiene alla vita ordinaria. E' lo stadio di calcio, il tavolo verde del poker, il server di World of Warcraft. Quando si gioca all'interno di questo spazio valgono solo le regole del gioco, tutte le regole esterne rimangono appunto fuori dal gioco e per la durata del gioco cessano di avere valore;
- regolato: il gioco per esistere deve avere delle regole, deve stabilire chi può vincere il gioco e come può conseguire la vittoria. Le regole sono stabilite prima che inizi il gioco, mentre quando si svolge vi è un arbitro umano o un algoritmo imparziale nel caso dei videogiochi che controlla che queste regole siano rispettate;
- incerto: fino alla conclusione del gioco non deve essere certo o stabilito l'esito, ovvero la vittoria di un giocatore/squadra piuttosto che un altro. L'arbitro sovraintende affinché le regole non favoriscano nessuna squadra e permettano a tutti i partecipanti di conseguire la vittoria, grazie alla loro abilità o alla fortuna;
- improduttivo: il gioco deve essere occasione di puro dispendio, secondo Caillois, di tempo, di energie, d'intelligenza, di abilità e di denaro. Chi gioca con il miraggio di un guadagno assume un atteggiamento errato: nei casinò così come nelle slot machine (pachinko incluso) vi è uno spostamento di denaro tra i giocatori, ma non una moltiplicazione o accumulo, si può dire che all'inizio del gioco è tanto probabile la vittoria quanto la sconfitta per tutti i giocatori.

Dopo questa infarinatura sulla teoria del gioco, un ambito di ricerca interessante e tutt'oggi attuale (considerate le ultime frontiere della Gamification), sarà il momento di cercare di capire se e come i suoi principi possano essere legati al mondo dei videogame. Lo faremo nella seconda puntata di questo speciale, in cui proveremo a catalogare più rigorosamente le nostre passioni "virtuali".