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Speciale Guerra Cibernetica

La guerra del futuro si combatterà sulla rete?

speciale Guerra Cibernetica
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Wii U
  • Pc
Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Come saranno le guerre del futuro? Combattute a distanza, con Droni e UAV, o ancora dominate dagli assalti frontali di squadre specializzate? Mobilitazione di massa o minimizzazione delle perdite?
E se fra una ventina d'anni le guerre si combattessero in maniera totalmente diversa, sugli spazi virtuali della rete?

INTEL DOCUMENT 3 out of 3. Report #742761691. Follow Everyeye.it. TOMORROW 6:00 A.M.

Continuiamo con la serie di approfondimenti legata allo sviluppo tecnologico ed a come il progresso possa influenzare i rapporti di forza fra nazioni. Stavolta (dopo i Rare Earth Elements), ci occupiamo di "guerra cibernetica". Una realtà più vicina a noi di quanto si pensi.

Cyber-War

Nel giugno 2010 una piccola società informatica bielorussa scopre quasi casualmente, dopo le lamentele di un cliente iraniano, un "corpo estraneo" all'interno di un computer. Si tratta di qualcosa di mai visto prima: apparentemente un virus, dalle caratteristiche ignote, composto da una serie interminabile di stringhe di codice. Un codice preciso e ben organizzato, che scandisce il machiavellico meccanismo di Stuxnet, quella che è a tutti gli effetti considerata una vera e propria arma informatica.
Analizzato dagli ingegneri della Symantec, il virus si scopre capace di diffondersi con facilità di computer in computer, infettando anche dispositivi esterni come chiavette USB e altre periferiche di memorizzazione. Per ogni computer infetto, Stuxnet inviava un report ad una coppia di siti registrati in Danimarca ed in Malesia, i cui domini erano stati acquistati con carte di credito rubate.
Proprio dall'analisi della diffusione di Stuxnet è emerso che i computer infetti dal virus erano localizzati quasi interamente in Iran.
I sospetti sulla presenza di una vera e propria minaccia cyber-terroristica si sono fatti sempre più densi. La parte più inquietante della faccenda emerge quando si scopre l'esatto funzionamento di Stuxnet. Il virus è sostanzialmente un programma dormiente, totalmente inattivo su quasi la totalità dei computer. Il suo unico scopo è quello di diffondersi fino ad entrare in contatto con uno specifico componente Hardware, installato in una specifica installazione militare in Iran. Si tratta di una porta logica programmabile (sigla Siemens S7-300), deputata al controllo di diverse funzionalità di un centro per la ricerca e lo sviluppo del nucleare. La particolarità di Stuxnet non è quella di attaccare una certa tipologia di componente hardware, ma un unico, solo e specifico componente, in un piano preciso della struttura.
Una volta individuato il suo bersaglio, eseguendo una serie interminabile di controlli, Stuxnet riprogrammava la porta logica per fare in modo che le turbine sotto il suo diretto controllo girassero ad una velocità superiore alla norma. Il logoramento meccanico che derivava da quest'azione ha di fatto imposto al centro ricerca iraniano la sostituzione di oltre mille turbine nel 2010. Un'operazione che ha rallentato notevolmente il processo per l'accumulo di uranio arricchito.

L'impianto nucleare iraniano di Bushehr, attaccato direttamente dal virus Stuxnet


Lasciamo ai complottisti le speculazioni su chi abbia messo in circolo il virus (Israele e gli Stati Uniti sono al centro del mirino), semplicemente riportando il fatto che il governo iraniano ha accusato pubblicamente Siemens di aver concesso informazioni riguardanti la porta logica ai governi che avrebbero sviluppato Stuxnet.
Il punto fondamentale, al di là degli epigoni della vicenda (tutt'ora poco chiari), è che in un modo fortemente dominato dalla tecnologia, la guerriglia virtuale e gli attentati cibernetici sono una prospettiva da temere in misura sempre maggiore. L'attuale segretario della difesa americano Leon Pannetta afferma che "la prossima Pearl Harbor con cui gli Stati Uniti dovranno confrontarsi sarà probabilmente un attacco cibernetico".
I rischi sono così elevati che sono attualmente in sviluppo progetti di reti alternative ad Internet, alcune totalmente segrete ed a disposizione esclusiva dei governi, altre già sfruttate a vari livelli da tecnomani ed altre meno rassicuranti figure. E fidatevi: non volete sapere con esattezza quello che succede nei meandri dell'altra rete, in cui già oggi si possono acquistare armi, documenti falsi e qualsiasi altro tipo di servizio non proprio legale.
La sicurezza digitale è materia molto scottante, in questo periodo. E non ci riferiamo certo all'ondata di attacchi hacker che ha colpito il mondo videoludico qualche mese fa (dopo l'assalto al PSN, moltissimi database contenenti dati sensibili sono stati "bucati", da quelli di Sega a quelli di Square-Enix). E' invece il recente assalto di Anonymous ai siti ai siti di governi ed istituzioni che lascia molto più preoccupati. Nonostante le minacce di un assalto congiunto che avrebbe fatto letteralmente "messo in ginocchio Internet" non si siano concretizzate, il gruppo di Hacker ha di recente violato i siti del governo cinese. Se si considera quanto sia importante per il governo cinese la protezione e la chiusura imposta alla rete, si capisce che un atto del genere è direttamente collegato con la possibilità di controllare in qualche modo il flusso d'informazione a disposizione di un popolo.
Sia dal punto di vista legislativo che per quanto riguarda le misure preventive, pare proprio che il mondo stia navigando a vista. E' impossibile prevedere i danni che un attacco hacker o una più strutturata "arma cibernetica" potrebbero causare su larga scala. E di nuovo, il luminoso progresso tecnologico proietta un'ombra scura che si allunga sul nostro futuro.

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